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BARI-ITALIA, LA PROTESTA NECESSARIA

Tommaso Di Francesco

 

Contro la barbarie. Solo una mobilitazione di massa e unitaria che alzi la voce contro la barbarie affluente fatta di esclusione e marginalizzazione degli sfruttati tutti; che prescinda da schemi precostituiti, ritualità ed esigenze di parte - come chiedono migliaia di nostri lettori e non solo -, può essere la risposta. Che sia radicata in mille rivoli sociali, ma che alla fine insieme si renda visibile

 

 

 

Merita una riflessione l’aggressione squadrista a Bari di Casa Pound contro un gruppo di antifascisti che aveva partecipato ad una protesta contro la nuova barbarie rappresentata dalle politiche contro i migranti del ministro degli interni Salvini. Non solo perché sono stati presi di mira esponenti importanti della sinistra, come l’eurodeputata Eleonora Forenza eletta con la lista L’Altra Europa per Tsipras che ha testimoniato dell’aggresione subìta, Antonio Perillo assistente della Forenza finito al pronto soccorso della clinica Mater Dei con una grave ferita alla testa, e Claudio Riccio di Sinistra italiana, candidato alle politiche di marzo alla Camera dei deputati per Liberi e Uguali.

 

Il fatto è particolarmente inquietante perché accade dopo le tante manifestazioni antirazziste «spontanee», da Catania a San Babila a Milano; e particolarmente grave perché porta a compimento una settimana “nera” – ormai un elenco infinito che preoccupa anche l’Onu – che si è aperta il 16 settembre con la devastazione a Milano della Scuola di cultura popolare di Via Bramantino, messa a soqquadro e imbrattat di svastiche e scritte «Viva Salvini», inequivocabili. Non risulta che dal vice-premier leghista siano arrivate prese di distanza su Via Bramantino. Stavolta invece su Bari ha parlato, ed era meglio che non l’avesse fatto,perché ha ripetuto il mantra della sua presunta neutralità.

 

«Se uno pesta un altro essere umano può essere giallo, rosso o verde, il suo posto è la galera. – ha detto – Poi da ministro dell’interno devo andare oltre la notizia». Siamo insomma all’anticamera degli opposti estremismi.

 

Ma fascisti e antifascisti non sono la stessa cosa nella storia della Repubblica e della democrazia italiane. E qui c’è una sede «politica» e un gruppo di manipoli che non rinnegano il richiamo esplicito al fascismo. Con la Costituzione e le leggi alla mano – vecchie e nuovissime – bisognerebbe andare bel oltre le identificazioni dei 30 militanti di Casa Pound che hanno partecipato all’agguato: bisognerebbe dunque passare a vie di fatto ben più esplicite per fermare una buona volta per tutte questa peste nera criminale. Vista anche la «metodologia» professionale dell’aggressione, con cinghie, catene e tirapugni, e con una violenza esercitata anche «in mezzo a bambini», secondo i testimoni e le vittime che l’hanno subita.

 

Non accadrà naturalmente nulla di tutto questo. Eppure, come ha dichiarato il sindaco di Bari Antonio De Caro l’aggressione al termine di un pacifico corteo antirazzista ha precisi «mandanti morali»: tutti quelli che «ogni giorno, subdolamente alimentano un clima di odio, di pregiudizio, di violenza» che «soffiano sul fuoco della paura».

 

E aggiungiamo, che ormai i picchiatori di Casa Pound e l’intera costellazione neofascista si considerano come la milizia d’avanguardia dell’operato istituzionale del ministro degli interni Salvini. Com’è accaduto, in molte parte d’Italia, in occasione della Circolare Salvini contro gli ambulanti in spiaggia. Dove la percezione della giustizia italica che è stata lanciata dal neoministro degli interni non era quella di considerare fuorilegge la grande quantità di stabilimenti che hanno illegalmente usurpato il bene pubblico dell’accesso al mare, ma i poveri cristi che vendono cappelli e collanine. È la giustizia nazional-populista, bastano la percezione e, manco a dirlo i sondaggi.

 

Torna dunque forte la necessità di una risposta, visibile e in piazza, che sia di massa e unitaria contro la barbarie che ci circonda, quella di Salvini che ha così profondamente ispirato in chiave nazional-corporativa le pratiche del «nuovo» governo. Contro cui, nelle istituzioni, si leva solo la voce flebile, a rischio inutilità, del presidente della Camera Roberto Fico. Perché la settimana nera si è conclusa con il vergognoso compiacimento del vicepremier Di Maio del fatto che «non ci sono più Ong nel Mediterraneo», pronunciato a poche ore dal rifiuto della nave Aquarius di riconsegnare migranti soccorsi in mare alle «autorità» libiche e dalla denuncia dell’Unhcr che i propri inviati non hanno più accesso ai centri di detenzione ufficiali dell’area di Tripoli, dove si combatte e dove vengono portati i migranti scampati al naufragio o respinti.

 

L’aggressione di Bari richiama la condizione complessiva dell’Italia in questo momento di buio pesto a sinistra. Dell’Italia dove ieri è arrivato in missione «internazionale» l’ideologo della destra sovranista mondiale, Steve Bannon – i razzisti a quanto pare fanno i conti con il cosiddetto mondialismo – a cercare adepti per la sua campagna d’odio. Nell’Italia diventata, non all’improvviso, l’anello più debole della democrazia rappresentativa e spina nazionalista nel fianco della colpevole Europa unita, fin qui realizzata solo da moneta, mercato e vincoli di bilancio.

 

Solo una mobilitazione di massa e unitaria che alzi la voce contro la barbarie affluente fatta di esclusione e marginalizzazione degli sfruttati tutti; che prescinda da schemi precostituiti, ritualità ed esigenze di parte – come chiedono migliaia di nostri lettori e non solo -, può essere la risposta. Che sia radicata in mille rivoli sociali, ma che alla fine insieme si renda visibile.