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IL VALZER DEI NUMERINI E IL GIOCO DEGLI ALIBI TRA ROMA E BRUXELLES

Mario Pierro

 

Legge di bilancio. Nello scontro con la Commissione Ue, retromarcia del governo sul 2,4% del deficit, si punta al 2,2% per la «rimodulazione» della manovra. Tutto rinviato alle «relazioni tecniche» su pensioni e sussidio di povertà. I risparmi agli investimenti. Conte: "Siamo in attesa di conoscere l'esatto impatto economico delle misure che hanno maggiore incidenza sociale". Salvini: "Non sono per litigare con nessuno tanto meno coi commissari europei, chiediamo rispetto, non ci impicchiamo agli zero virgola"

 

 

 

Dalla trincea si fa retromarcia e si avanza ma, soprattutto, si bluffa. La partita a poker tra il governo e la Commissione Ue sulla legge di bilancio ieri è terminata con un altro vertice a Palazzo Chigi dove le squadre della Lega e dei Cinque Stelle si sono presentate al gran completo al tavolo dell’arbitro Giuseppe Conte, avvocato del popolo e cerimoniere del sacro contratto. Sul tavolo le quaranta pagine sventolate da Conte sabato sera a cena con il presidente della Commissione Juncker, il commissario Moscovici e il ministro dell’economia Tria. Obiettivo: rendere un ricordo la nottata del gol festeggiato con il pugno di Di Maio e dei ministri pentastellati, quelli che esultavano dal balcone del Palazzo per avere strappato a Tria il 2,4%. Era il tempo in cui si annunciava l’«abolizioone della povertà»: il 27 settembre, due mesi fa.

 

DIETROFRONT. Visto che ora si tratta, e lo spread è calato ai minimi da due mesi (290), «il tema non sono i numerini ma i cittadini» ha detto Di Maio. E pazienza se le poste in gioco siano ancora i «numerini». La strategia è nota: ritoccare i decimali del deficit (da 2,4% a 2,2% sul Pil), riallocare la posta di 9 miliardi di euro sul sussidio di povertà detto impropriamente «reddito di sudditanza» e 6,7 miliardi sulla «quota cento». Il primo partirà dal 1 aprile 2019, il secondo non si sa ancora se a febbraio (come ha ribadito ieri Salvini); ad aprile o a settembre dell’anno prossimo. Più sarà rinviato, più risorse il governo stanzierà sugli investimenti nel «vedo e non vedo» con la Commissione mentre si scaldano i motori della procedura di infrazione per debito eccessivo.

 

SULLE PENSIONI l’intenzione è licenziare il testo dopo la legge di bilancio per permettere il pensionamento, forse da aprile, a chi ha maturato dal primo gennaio 62 anni di età e 38 anni di contributi. La minore spesa 2019, rispetto al fondo da 6,7 miliardi, è stimata in 1,6 miliardi (ma il guadagno è temporaneo e si trasformerà in una maggiore spesa dal 2020 su un bilancio giudicato sottodimensionato dall’Inps. Al risparmio si aggiungerebbe quello generato dall’avvio da aprile del reddito di cittadinanza: 2,25 miliardi almeno, che potrebbero crescere se la riforma dei centri per l’impiego dovesse assorbire meno risorse. Sul «reddito» è previsto un intervento ad hoc tra Natale e Capodanno. Fino ad allora non ci sarà certezza delle norme in gioco. Sarà tutto un annunciare senza parlare di niente.

 

LE RISORSE così «risparmiate» sarebbero pari a 3,6 miliardi sul solo 2019 (nel 2020 ci sarebbe un aggravio della spesa, e una moltiplicazione del problema attuale). Questi «numerini» andranno a rimpinguare gli investimenti che il governo avrebbe stanziato. «Ne parlerò quando avrò le informazioni tecniche e l’impatto economico preciso al centesimo, dopodiché valuteremo» ha precisato Conte. Anche da Bruxelles fanno sapere che vogliono vedere le carte della «rimodulazione» di una manovra che, in realtà, sembra molto simile a quella prospettata nelle ultime settimane.

 

IL GOVERNO che doveva sfondare il muro dell’austerità, e si sta impiccando al gioco dei decimali è in attesa della prossima stazione. Il 5 dicembre il comitato economico e finanziario del consiglio dei ministri del tesoro Ue (Ecofin) si esprimerà sulla bocciatura della manovra comminata dalla Commissione. Il caso potrebbe essere trattato in una riunione già giovedì 29 novembre. In vista dei tempi stretti Salvini ha detto di volere eliminare ogni «alibi» alla Commissione: «Se continuano a dire di no allora vuol dire che è una cosa pregiudiziale» ha detto.

 

IL PROBLEMA, sollevato dal ministro dell’Economia Tria, sul conflitto tra i modelli econometrici usati dalla Commissione Ue e quelli del governo per calcolare l’impatto di investimenti, «reddito» e «quota 100» sulla crescita (1,5% dicono a Roma, 1% o meno a Bruxelles) è passato in sordina. Così come quello su quali politiche alla domanda siano, realmente, efficaci.

 

NEL VERTICE interlocutorio di ieri sera a palazzo Chigi si è fatto il punto sugli emendamenti e le decisioni sono state rinviate a dopo le «relazioni tecniche» sul «reddito» e le pensioni. Per completare quella che Salvini ha definito un’«avanzata» serve una modifica del Def e una risoluzione della maggioranza. Sul tavolo la promessa di usare la «mano di forbice». Se l’anno prossimo non sarà raggiunta la crescita dell’1,5%, e il deficit sarà più alto del 2,4% (2,9% dicono a Bruxelles; 3,1% nel 2020) allora scatteranno i tagli.

 

UN ALTRO PARADOSSO: l’austerità auto-inflitta in presenza di stime dubbie sulla crescita. Sul punto la Commissione Ue si è detta scettica. Se è prevista la possibilità di non rispettare le stime, questo è il ragionamento, perché allora non diminuirle subito? Questo è il senso della puntata del governo, nella speranza che il prossimo parlamento Ue sia a maggioranza «populista». Potrebbe anche esserlo, non è detto che lo saranno i governi che decidono in Europa. Anche in presenza di una maggioranza «sovranista», non è detto che il bilancio approvato quest’anno riscuoterà maggiori simpatie . Anche i partner del «cambiamento», in fondo, pensano agli interessi di casa propria.