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IL FRONTE ANTI-MADURO COLPISCE L'ECONOMIA ,IL MONDO SI DIVIDE. LONDRA PRENDE IN OSTAGGIO LE RISERVE AUREE DI CARACAS

Claudia Fanti

 

Venezuela. Al Consiglio di Sicurezza il golpe non passa. Pressing Usa anche sul piano diplomatico. Il Papa si smarca dall’episcopato venezuelano, vicino alle destre: «Basta sangue»

Ieri il governo di Caracas ha svalutato la moneta nazionale, il bolivar, di quasi il 35%, portandone il valore di scambio con il dollaro in linea con quello del mercato nero, 3.200 bolivar per dollaro. Una decisione in controtendenza con il controllo della valuta esercitato dal governo bolivariano sin dal 2003 e dovuta all’incontrollabile tasso di inflazione che pesa sul paese, sui cittadini e i commercianti.

 

Proprio dall’economia passa l’offensiva del fronte anti-madurista, come da tradizione, ben prima dell’emersione di Guaidó. Fino ad arrivare all’assurdo: con la Gran Bretagna che tiene bloccate, su indicazione statunitense, riserve auree di proprietà venezuela pari a 1,2 miliardi di dollari, ieri il ministro degli Esteri britannico Alan Duncan ha suggerito alla Banca centrale inglese di girare quel denaro a Guaidó.

 

«Senza dubbio terrà presente – ha detto Duncan in una dichiarazione ricordando che la decisione spetta al governatore della Bank of England – che adesso un ampio numero di paesi del mondo mette in dubbio la legittimità di Nicolas Maduro e la riconosce a Juan Guaidó». Che, da parte sua, si era già portato avanti: con una lettera alla premier Theresa May ha chiesto che le riserve gli siano inviate al più presto.

 

 

Che il tentativo di colpo di stato in corso in Venezuela si giochi essenzialmente fuori dai confini del paese non potrebbe essere più chiaro. Come ha evidenziato il ministro degli Esteri Jorge Arreaza alla riunione di sabato del Consiglio di sicurezza Onu, la situazione attuale è diversa da quella dell’11 aprile 2002: allora gli Stati uniti si limitavano a stare «dietro il golpe» contro Hugo Chávez, mentre oggi – ha denunciato il ministro – stanno «davanti», decisi a guidarlo, e fino alle estreme conseguenze.

 

La conversazione fra Trump e il senatore repubblicano Lindsey Graham, secondo quanto riferito da quest’ultimo in un’intervista di domenica ad Axios, è estremamente significativa. A proposito di una possibile invasione militare il presidente, alcune settimane fa, avrebbe chiesto a Graham: «Cosa ne pensi di usare la forza militare?». Il senatore avrebbe risposto: «Ci vuole cautela, potrebbe essere problematico». E lui: «Mi sorprende, proprio tu che vuoi invadere qualunque paese». Graham avrebbe replicato: «Non voglio invadere chiunque. Voglio usare l’esercito soltanto quando qualcuno minaccia la nostra sicurezza nazionale».

 

Prima di abbracciare l’opzione militare – rispetto a cui il Venezuela si sta comunque preparando, promuovendo dal 10 al 15 febbraio «gli esercizi militari più grandi della storia delle forze armate bolivariane» – è prevedibile però che il governo statunitense percorra prima ogni altra via disponibile, cercando innanzitutto di dare un po’ di sostanza al governo fantoccio di Guaidó.

 

In tal senso, Washington ha accettato come rappresentante legittimo del Venezuela negli Usa Carlos Alfredo Vecchio, esponente dell’opposizione esiliatosi negli Usa: sarà lui, indicato da Guaidó, ad avere «l’autorità su tutte le questioni diplomatiche, in nome del Venezuela». È assai probabile, anche, che non verranno risparmiati sforzi per soffocare economicamente il paese, come sembra decisa a fare la Gran Bretagna, che si è rifiutata di restituire al regime venezuelano riserve auree per 1,2 miliardi di dollari depositate a Londra.

 

Né si può dubitare che vada avanti il pressing statunitense sugli alleati, per isolare quanto più possibile il presidente Maduro. «I paesi devono scegliere da che parte stare, se con Maduro o con le forze della libertà», ha dichiarato il segretario di Stato Usa Pompeo, alla riunione del Consiglio di sicurezza Onu, convocata su richiesta statunitense per provare a ottenere il riconoscimento di Guaidó.

 

Ma l’esito della riunione non è andato proprio come avrebbe voluto Washington: 19 dei 35 paesi presenti alla riunione hanno detto no al golpe made in Usa, pronunciandosi in maniera chiarissima a favore della sovranità venezuelana contro le interferenze esterne e sollecitando l’avvio di un processo di dialogo tra governo e opposizione.

 

Nella partita «ingerenza versus dialogo» gli schieramenti sono insomma ben definiti: da una parte Stati uniti, Canada, il Gruppo di Lima con l’eccezione del Messico e l’Unione europea, dall’altro Russia, Cina, i paesi latinoamericani e caraibici che ancora sfuggono al controllo degli Usa e quelli africani.

 

Sulla linea del dialogo sembra porsi Papa Francesco, che domenica a Panama ha esortato a trovare «una soluzione giusta e pacifica per superare la crisi, rispettando i diritti umani e desiderando esclusivamente il bene di tutti gli abitanti del paese». Per poi tornare sulla questione nel volo di ritorno, quando ha detto di temere «lo spargimento di sangue».

 

E se il papa non ha voluto prendere esplicitamente posizione – «Se mi mettessi a dire “date retta a questi Paesi o a quegli altri”, mi metterei in un ruolo che non conosco. Sarebbe una imprudenza pastorale da parte mia» –, le sue parole esprimono in maniera evidente una presa di distanza dall’episcopato venezuelano, schierato invece senza esitazioni dalla parte dell’autoproclamatosi presidente ad interim.

 

Sul fronte interno, mentre proseguono le mobilitazioni del popolo chavista a favore del governo – per smentire la lettura «piazza contro palazzo» diffusa da tanta stampa – Juan Guaidó ha convocato per domani una manifestazione «pacifica» di due ore (le azioni dell’opposizione hanno già provocato 35 morti) e per sabato dimostrazioni di massa «in ogni angolo del Venezuela».

 

In concomitanza dunque con lo scadere dell’ultimatum imposto da diversi paesi Ue per obbligare Maduro a indire nuove elezioni. Ultimatum respinto dal governo Maduro in una nota in cui si lamenta che la Ue non abbia avuto il coraggio di resistere alle pressioni Usa e «abbia deciso di unirsi all’indegno coro dei governi satelliti».