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BREXIT, MAY TORNA A BRUXELLES CON UN PUGNO DI MOSCHE

Leonardo Clausi

Londra

 

Regno unito. A Westminster è la giornata degli emendamenti. Bocciato il rinvio dell’articolo 50. Ma sul nodo del confine con l’Irlanda l’Unione europea non intende cedere.

 

È stata la giornata degli emendamenti ieri a Westminster: sette per la precisione, scelti dallo speaker Bercow e volti a riformare in modi diversi il piano con cui Theresa May voleva gestire la British Exit dopo la catastrofica sconfitta parlamentare di quest’ultimo due settimane fa.

 

SONO STATI VOTATI ieri in serata, dopo un dibattito fiume molto acceso. Al momento di andare in stampa quello di Jeremy Corbyn, volto a mantenere il Paese nell’Unione doganale, veniva sconfitto per 327 voti contro 296. Battuto anche quello della deputata laburista filoeuropea e centrista Yvette Cooper, che puntava a posticipare la data limite del 29 marzo almeno fino alla fine dell’anno, in modo da escludere il paventato no deal che avrebbe ripercussioni ferali sull’economia e forse sull’ordine pubblico del Paese. Passa invece quello presentato da alcuni remainer conservatori e labour per escludere categoricamente lo stesso no deal. In attesa del voto sull’emendamento presentato dal presidente del 1922 Committee, l’organo conservatore che organizza l’elezione dei leader Tory Graham Brady, per eliminare del tutto il backstop e sostituirlo non si sa ancora con cosa, e al quale la premier aveva annunciato il sostegno del governo. Nessuna traccia di emendamenti riguardanti un secondo referendum per il quale non c’erano i numeri.

 

Theresa May sta tuttora negoziando con se stessa, il suo partito e il suo parlamento su come cambiare qualcosa che aveva già concordato con la controparte europea e che due settimane le era valsa la più umiliante sconfitta di un governo in carica dagli inizi del Novecento. Ha cercato di comporre la lacerazione dei conservatori aprendo ancora una volta agli euroscettici duri, di cui è ostaggio fin dal suo primo giorno a Downing Street. Che l’emendamento Brady passi o no, ora tornerà a Bruxelles, forse già questa settimana, chiedendo di riaprire il tavolo su aspetti dell’accordo già ampiamente discussi nell’arco di diciotto mesi, già sapendo che rischia di cavarne un pugno di mosche: Juncker, con cui aveva parlato al telefono prima del voto, glielo aveva ribadito.

 

L’acuminata spina nel fianco della premier resta il fantomatico backstop, il dispositivo di sicurezza che, facendo permanere a tempo indeterminato l’Irlanda del Nord all’interno del regime commerciale europeo in modo da evitare un confine fisico (con la potenziale riapertura delle ataviche ostilità terminate nel 1998) fra la repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, aveva sollevato le ire dei sovranisti euroscettici del suo partito e degli unionisti nordirlandesi del Dup da cui dipende il suo governo di minoranza. Più che cambiarlo, i Tory riottosi non lo vogliono proprio. Ed è vieppiù difficile immaginare come Bruxelles – e soprattutto Dublino – possano transigere su una clausola tanto cruciale quando non hanno fatto altro che ripetere che dell’accordo non andava cambiata una virgola.

 

May resta dunque intrappolata nel suo peripatetico – e inconcludente – rimbalzare fra Londra e Bruxelles.

 

La logica in stato di ebbrezza alla quale ci ha finora abituato questa saga vuole che – per cavarsi fuori dal buco che si è alacremente scavata – la premier dovesse convincere i propri deputati a sostenere gli stessi emendamenti all’accordo che lei medesima non aveva accettato prima, in modo da dimostrare che Westminster ha raggiunto una coesione sufficiente da indurre l’Europa a cedere sul nodo del backstop. Un’apoteosi del paradosso, dopo giorni passati a cincischiare su un piano B inesistente, sperando che una delle controparti cedesse terreno man mano che il lugubre spettro del no deal il prossimo 29 marzo, si faceva più incombente. È questa la ragione per cui May non ha mai voluto cedere sull’esclusione di un no deal: le serviva come spauracchio per indurre Bruxelles ad allentare la stretta sul backstop.

 

E IL LABOUR? Accantonata momentaneamente la linea delle elezioni anticipate dopo la sconfitta della sua mozione di sfiducia nei confronti di May, Jeremy Corbyn aveva spostato il peso del partito dietro all’emendamento presentato da Cooper, in modo da evitare a tutti i costi una exit senza accordo. Mentre Westminster dava ancora una volta prova di non essere in grado di trovare un terreno comune, la folla divisa in fazioni pro e contro Brexit sventolava bandiere e urlava slogan. La netta sensazione percepita nel Paese è sempre più quella di un ridisporre affannoso delle sdraio mentre il Titanic si inabissa.