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SIRI CADE, IL GOVERNO NO . AVANTI CON LA PROSSIMA FARSA GIALLONERA PRE-ELETTORALE

08/05/2019

Checchino Antonini

da Left

 

«Ho la piena fiducia di tutti? Questo è un passaggio di alta valenza politica e sia chiaro che ci deve essere la piena condivisione del metodo e anche della soluzione che oggi porto», ha detto il premier Conte, secondo quanto spiegano fonti di governo, chiedendo ai ministri la testa del sottosegretario Armando Siri indagato per “promessa o dazione” di 30mila euro. E la risposta, spiegano le stesse fonti, è stata positiva da parte di tutti i ministri presenti. «Il Consiglio dei ministri – recita il comunicato finale – sentito dal presidente Giuseppe Conte in ordine alla proposta di revoca della nomina del senatore Armando Siri a sottosegretario di Stato concertata con il ministro delle Infrastrutture e trasporti, ne ha preso atto, confermando piena fiducia nell’operato del presidente del Consiglio e ribadendo che la presunzione di non colpevolezza è un principio cardine del nostro ordinamento giuridico». La revoca dell’incarico a Siri è avvenuta senza una votazione come fu anche nel caso di Vittorio Sgarbi con procedura analoga a quella della sua nomina, stabilita dall’articolo 10 della L. 400/1988: «I sottosegretari di Stato sono nominati con decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare, sentito il Consiglio dei ministri». Nel caso di Siri, la revoca è stata proposta dal premier Giuseppe Conte, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, sentito il Cdm. Ora il decreto arriverà alla firma del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ma il passaggio, come confermato da alcuni precedenti, è solo formale.

 

Siri dunque è fuori dal governo, che non cadrà per questo, anche se nulla sarà come prima. Perché oggi era Siri, domani sarà il regionalismo, forse, o la flat tax, i cantieri, magari il Tav. E come altrimenti leggere la denuncia per apologia di fascismo che Chiara Appendino, sindaca di Torino, ha presentato contro la casa editrice di Casapound? Il tasso di polemica tra il giallo e il verde è destinato a salire ancora in vista del traguardo delle europee. Nessuno scommette sulla fine di questo governo. Ma è una polemica artefatta, tutta e solo elettorale, basti pensare che Buffagni, uomo forte o ex uomo forte di Casaleggio nell’esecutivo, fiduciario di Di Maio, aveva tentato di parlare dal palco del 25 aprile milanese e ora i rumors lo danno in avvicinamento alla Lega grazie al suo legame con Giorgetti che, proprio stamattina avrebbe incontrato Salvini prima del Cdm. Giorgetti, stando al gossip, potrebbe prendere il posto di Conte nel caso in cui dopo le europee il governo gialloverde salti.

 

Il Cdm non ha quasi parlato d’altro, nonostante le dichiarazioni bellicose di Salvini alla vigilia, quando ha ammesso che la spaccatura con il M5S è «evidente» «non solo sul caso Siri». E ha alzato il tiro annunciando di voler porre sul tavolo flat tax e autonomia. Il voto in Cdm sulla proposta di revoca non è né necessario né vincolante. Non c’è stata e non era necessaria la conta e comunque non sarebbe stata verbalizzata. Lo scontro è fuori, con Di Maio che esulta e Salvini spara su Raggi, versione aggiornata del vecchi adagio “e allora il Pd?!”. «Prendo atto del fatto che la Raggi è indagata da anni ed è al suo posto. I nostri candidati sono specchiati. Se ci sono colpe di serie A e colpe di serie B, presunti colpevoli di serie A e di serie B – ha detto Salvini all’uscita – a casa mia se uno vale uno, inchiesta vale inchiesta. Noi abbiamo nessun problema, la questione morale riguarda altri. Mi dispiace che qualcuno si stia sporcando la bocca su Attilio Fontana». «In una giornata come quella di oggi in cui l’Italia è scossa da inchieste su temi che riguardano la cosa pubblica, per me è altrettanto importante che il governo oggi abbia dato un segnale di discontinuità rispetto al passato», incassa pacato il vicepremier Luigi Di Maio al termine del Cdm. E sull’agenda di governo dice di voler lavorare contemporaneamente ad altre due controverse proposte, il salario mimino – che rischia di consentire ai padroni di aggirare la contrattazione nazionale collettiva – e la flat tax, una tassa che fa carta straccia della progressività fiscale scritta nella costituzione.

 

Da giorni la propaganda pentastellata, con un occhio ai sondaggi, batte sul tasto Siri: «Faccio un ultimo appello alla Lega, di far dimettere Armando Siri e non arrivare alla conta» ha scritto il Blog delle Stelle prima del Cdm rilanciando le parole di ieri di Di Maio: «Da noi chi sbaglia è fuori in 30 secondi, fate la stessa cosa anche voi! Lo dico al Pd, lo dico a Zingaretti: metta fuori dal suo partito il governatore della Calabria e ne chieda le dimissioni. Lo dico a Forza Italia, di espellere tutti i coinvolti nell’inchiesta di corruzione lombarda. Dico a Fratelli d’Italia di chiarire su questo presunto finanziamento illecito». Ma è stato gelo prima della riunione, senza contatti tra il premier e i due vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, nessun dialogo tra M5S e Lega.

 

Sul fronte giudiziario, l’oramai ex sottosegretario Siri, come spiega in una nota il suo difensore, «ha messo spontaneamente a disposizione dei pm la documentazione contabile nella sua disponibilità, avente ad oggetto il complesso dei propri movimenti bancari e finanziari». Davanti ai pm di Roma, Siri ha definito «assolutamente condivisibili» le proposte emendative sul minieolico poi non approvate in sede legislativa. Emendamenti che l’esponente della Lega giudica «del tutto coerenti, politicamente – aggiunge il legale – con il cosiddetto contratto di Governo e le indicazioni di programma della Lega e del M5S: tutte orientate, in materia di sostegno del fabbisogno energetico e tutela ambientale, a imprimere una fortissima accelerazione al mercato delle piccole installazioni che producono energia da fonte eolica». Siri si dichiara «fiducioso nell’esito positivo della vicenda che lo vede suo malgrado coinvolto e ha manifestato ai Magistrati la più completa disponibilità ad offrire qualsiasi ulteriore contributo conoscitivo gli venisse ancora richiesto». Oltre ai conti bancari, nella memoria anche tutti gli scambi di messaggi, telefonici e di posta elettronica, intercorsi con l’imprenditore Paolo Arata, indagato anch’egli per corruzione, che «già noto quale tecnico esperto di rango in materia ambientale ed energetica, si era presentato a lui quale portavoce e rappresentante sostanziale del Consorzio dei Produttori di Energia da Minieolico, un «ente rappresentativo d’interessi collettivi, accreditato per tale al Registro Trasparenza dei portatori d’interesse, istituito presso il Ministero dell’Industria e dello Sviluppo Economico, il cui vertice apicale è l’onorevole Luigi Di Maio».

 

E ieri, Arata, di fronte ai pm è stato sentito per quasi tre ore ma il verbale è stato secretato. I magistrati lavorano a un nuovo capitolo nell’inchiesta che vede indagati per corruzione l’ex parlamentare genovese e l’esponente della Lega, sul quale si indaga a Roma per una «promessa o dazione» di 30mila euro in cambio di una «sponsorizzazione» per l’inserimento di emendamenti per incentivi per il cosiddetto mini-eolico. Nel corso del confronto è presumibile che gli inquirenti abbiano chiesto chiarimenti soprattutto sulla lunga intercettazione ambientale, presente in una informativa della Dia di Trapani, in cui l’imprenditore parlando con il figlio, nel settembre scorso, tira in ballo il sottosegretario alle Infrastrutture.

 

Nel decreto di perquisizione del 18 aprile scorso i magistrati romani, definiscono come «stabile» l’accordo tra «il corruttore Arata ed il sottosegretario (di cui Arata è stato anche sponsor per la nomina proprio in ragione delle relazioni intrattenute), costantemente impegnato – attraverso la sua azione diretta nella qualità di alto rappresentate del Governo ed ascoltato membro della maggioranza parlamentare – nel promuovere provvedimenti regolamentari o legislativi che contengano norme ad hoc a favorire gli interessi economici di Arta». Per l’accusa Siri nella sua «duplice veste di senatore della Repubblica e sottosegretario alle Infrastrutture» nella «qualità di pubblico ufficiale» avrebbe asservito «le sue funzioni e i suoi poteri ad interessi privati». Una azione, per i magistrati della Capitale, messa in atto «tra l’altro proponendo e concordando con gli organi apicali – si afferma nel decreto – dei ministeri competenti per materia (ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, ministero dello Sviluppo economico, ministero dell’Ambiente) l’inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare (decreto interministeriale in materia di incentivazione dell’energia elettrica da fonte rinnovabile) e di iniziativa governativa di rango legislativo (legge Mille proroghe, legge di Stabilità, legge di Semplificazione) ovvero proponendo emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto ‘mini-eolico’». Per Siri quella di Roma non è l’unica grana giudiziaria. Negli ultimi giorni la Procura di Milano ha aperto un fascicolo conoscitivo, cioè senza ipotesi di reato né indagati, sulla vicenda della compravendita di una palazzina a Bresso, comune ai bordi della Brianza, per la figlia, realizzata accendendo un mutuo di circa 600mila euro presso la Banca agricola commerciale di San Marino. Un mutuo ottenuto senza garanzie.