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LA SINISTRA DEVE ANDARE AVANTI

23/06/2019

Giovanni Russo Spena

 

La Sinistra deve andare avanti. Con una fase di ascolto, dibattito, assemblee territoriali soprattutto. Ma senza arroccarsi su se stessa in un congresso permanente, autoconsolatorio o ” disperazionista” 

 

La Sinistra deve andare avanti. Con una fase di ascolto, dibattito, assemblee territoriali soprattutto. Ma senza arroccarsi su se stessa in un congresso permanente, autoconsolatorio o ” disperazionista” (sono due facce della stessa medaglia). Ha ragione Ferrero: “La Sinistra è quasi tutta fuori di sé.

 

Bisogna, con l’iniziativa e il conflitto, condurla con pazienza, umiltà, unità verso una soggettività politica meno fragile e verticistica. Partendo dalle potenzialità che vi sono. Pongo a me stesso qui solo due domande, che sono anche un’autocritica.

 

Io non penso, infatti, che possiamo crescere solo su noi stessi, con spirito arrogante. E’ mia convinzione che la lista, abborracciata in tempo appena utile, fosse fuori fase e non valorizzasse appieno il lavoro politico fatto nei mesi precedenti.

 

Mancava un impianto ideologico “forte”, mancavano priorità progettuali, mancava una visione di società “altra”, proprio in un momento storico in cui sfidiamo, controcorrente, la società disciplinare del governo, nato da un terremoto sociale e da una sconvolgente ridislocazione dei poteri capitalistici. Un ideologismo parafascista molto “forte”. E molto sottovalutato, a livello nazionale ed europeo.

 

Dovevamo, forse, alzare il tiro politico, azzardare. Siamo sinistra alternativa perché vogliamo cominciare a ricostruire segmenti di classiamo contemporaneo contro l’egemonia nazionalista sui proletariati.

 

La lista è apparsa, invece, a me pare, molto ”normale”, ”pulita”, precisina nei contenuti mentre attorno a noi vi erano caos, conflitti spuri, derive vandeane. La lista è apparsa come coazione a ripetere continuista. Incapace, quindi, ad affrontare il moto “rivoluzionario/reazionario” imposto dal postfascismo in atto. Sul piano sociale ma anche costituzionale.

 

Avremmo dovuto, forse, porre, come lista, una domanda apparentemente paradossale; e, invece, drammatica: esiste ancora la democrazia liberale, costituzionale? E la base sociale del regime reazionario di massa si è già sedimentata? Quale è la nostra analisi? Quale il nostro progetto alternativo?

 

Lo Stato costituzionale e sociale sono sempre più sfibrati. Cresce e diventa più pervasivo lo Stato penale, del controllo, di polizia. Ritorna di attualità l’analisi di Deleuze. E’ diventata reato la ” solidarietà”. Vengono messe fuorilegge le ONG (la “Mare Jonio” è nemica dello Stato). Contro papa Francesco Salvini ( e il suo mentore Bannon)agitano il rosario. Stiamo tentando di bloccare, con determinazione e argomenti giuridico/scientifici, la cosiddetta “autonomia differenziata” (la fine, cioè, della scuola laica repubblicana, del Servizio Sanitario Nazionale, del contratto collettivo nazionale di lavoro. Dello Stato unitario stesso.

 

E’ un modello di campagna di massa che dovremmo moltiplicare su altri tre o quattro temi prioritari, in relazione alle nostre forze. La repressione contenuta cinicamente e scientificamente nei ” pacchetti sicurezza” , di cui stiamo tentando di dimostrare l’incostituzionalità, imbavaglia e previene il conflitto, blocca (sia pur parzialmente, per fortuna)i movimenti territoriali.

 

I migranti sono capro espiatorio e metafora del “diritto del nemico”. Forse noi non abbiamo saputo comunicare questa asprezza, questa drammaticità. Cioè la posta in gioco. Qui si collega il secondo grande tema al quale brevemente accenno. E’ elemento fondamentale del cambio di fase. La nostra grave sconfitta parte da lontano perché abbiamo sottovalutato la regressione dei valori di civiltà all’interno del corpo sociale. Ne ha ben scritto Rino Malinconico nel suo contributo.

 

Gobetti, in giusta polemica con Croce, parlò di “autobiografia di una nazione”, parlando dello spaesamento, della privazione di senso, del conseguente rancore popolare, dello spirito autovittimistico ed insieme iroso di una parte cospicua della popolazione italiana che risponde all’impoverimento e al “tradimento” delle sinistre alimentando tendenze fascistiche e deleghe all’”uomo forte”, al ” capitano”.

 

Non amo confondere contesti storici diversi, ma i ” fasci di combattimento” nel 1919 nacquero così. Ma allora la grande impresa utilizzò il protomussolinismo impaurito dal “biennio rosso” gramsciano. Oggi vi è solo il paradigma “dell’invasione”, della ” sostituzione etnica”, dei “penultimi contro gli ultimi”. Miti fallaci dei sovranisti nazionalisti europei, certo.

 

Ma dovremo forse rileggere, per comprendere come reagire, le pagine gramsciane sui miti, sulla lotta per l’egemonia, sulla rivoluzione culturale e morale. Tempi lunghi. Ma dobbiamo stare in campo con consapevolezza dell’asprezza dei tempi. Essendo (ma anche apparendo) lontanissimi dall’ opposizione “dello spread”, come Brancaccio, con sarcasmo, parla di quella del PD. Contrapporre una “opposizione liberista” al nazionalismo non alimenta nessun “campo largo”, per usare il linguaggio solo metodologico di Zingaretti.

 

Anche perché il sovranismo nazionalista, in Europa, come negli USA, come in Brasile, non è una chimera ma una ideologia borghese “forte”. Non è “roba da straccioni”, come pensano le burocrazie europee, ma “roba da padroni”. La crisi della Sinistra Europea, la sconfitta del GUE, in quasi tutte le pur differenti articolazioni (penso a Tsipras da un lato, a Melenchon dall’altro) nasce anche da questa sottovalutazione.

 

Le sconfitte del Partito Comunista Francese, del Partito Comunista Portoghese ci dicono che dovremo approfondire il nostro punto di vista sul rapporto tra Trattati Europei e Costituzioni nazionali. Partendo dalle analisi di Roberto Musacchio. Ci si ripropone, in definitiva (e non è la prima volta dal ’68), il tema del rapporto tra sinistre anticapitaliste e rappresentanza. Crisi dei partiti, crisi dei movimenti; la resistenza sociale è diffusa ma è molecolare, segmentata, dispersa.

 

Ripensare la rappresentanza non ammette scorciatoie politiciste: non ci salverà un minifrontismo né alcuna operazione “alla Pisapia”. Il ” voto utile ” è una effimera canagliata. Non escludo, ovviamente (è nel DNA del PRC) forme di collaborazione, anche elettorale, in specifiche contingenze e su due o tre punti di programma a livello di elezioni amministrative. Non escludendo i Verdi. Ma l’assorbimento, l’omologazione nel ” campo largo” zingarettiano sarebbe la fine dell’autonomia, della nostra alterità. Cioè l’estinzione. Non ci salveranno, però, nemmeno arroccamenti, chiusure microidentitarie.

 

Allarghiamo politicamente il campo a tutte le forze antiliberiste ed anticapitaliste, a chi si è astenuto, a chi non ci ha votato. Ricostruiamo la nostra identità con pazienza, senza pretendere soluzioni miracolistiche né di mettere le braghe alla storia. Rinnoviamo le nostre strutture. Trasformiamo i circoli in “case del popolo”. Costruiamo ” confederazione sociale”, unendo partiti, movimenti, segmenti dell’associazionismo. Non frontismo, quindi, ma confederazione.

 

Mi convince la proposta di “rete rossa” che fa, nel suo intervento, Raul Mordenti. Mi pare, allora, che rese dei conti interne mascherate da congressi straordinari siano mortali. Ci terrebbero bloccati 5 mesi in una disperante autoreferenzialità. I congressi straordinari si fanno quando si vuole capovolgere la linea politica. io sono per adeguarla, aggiustarla, renderla più connessa con le trasformazioni strutturali, con la composizione dei proletariati, con gli stravolgimenti della Costituzione. Ma senza precipitare noi stessi nel fondo dell’abisso.