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AMAZZONIA IN FIAMME, ORA BOLSONARO(IL NERONE DEL BRASILE) TEME LE SANZIONI

Claudia Fanti

 

La casa brucia. Autodifesa e menzogne a reti unificate: «Io proteggo l’ambiente», ma ha favorito le multinazionali. Costretto a inviare l’esercito. Trump in soccorso.

 

Nei quattro minuti di intervento a reti unificate in cui, nella tarda serata di venerdì, Bolsonaro ha parlato degli incendi in Amazzonia, un rumore assordante di pentole si è scatenato nel Paese. È stato il primo panelaço nazionale – conosciuto con il termine spagnolo cacerolazo – dell’era Bolsonaro ed è risuonato forte e chiaro. Non a caso l’hashtag #panelaço ha occupato il primo posto tra i trending topics di Twitter.

 

E MENTRE, al termine di una giornata segnata da proteste in tutto il paese, i cittadini brasiliani percuotevano con forza tegami e padelle, il presidente – dopo aver autorizzato l’uso delle forze armate fino al 24 settembre per combattere gli incendi – si rivolgeva al paese, e al mondo, con toni insolitamente moderati, stavolta senza spacconate e insulti. È il segnale più evidente di quanto il presidente si senta messo all’angolo, soprattutto di fronte al rischio di sanzioni da parte dell’Unione europa, già apertamente invocate dalla Finlandia (il paese che detiene la presidenza di turno della Ue) con l’invito a «esaminare con urgenza la possibilità di vietare le importazioni di carne brasiliana», e ora che Macron ha messo l’Amazzonia al primo punto del vertice G7.

 

L’AUTODIFESA di Bolsonaro non è risultata credibile, né poteva esserlo. Perché, con i dati dell’Inpe che hanno fatto il giro del mondo, riportando un agghiacciante aumento dell’83% dei roghi rispetto allo scorso anno, e una non meno allarmante crescita della deforestazione (+278% a luglio), non era proprio possibile prendere sul serio l’affermazione secondo cui gli incendi non sarebbero «al di sopra della media degli ultimi 15 anni».

 

MA TUTTO il suo breve intervento è risultato una menzogna. «La protezione della foresta è il nostro dovere: ne siamo coscienti e stiamo agendo per combattere la deforestazione illegale, e qualsiasi altra attività criminale che metta a rischio la nostra Amazzonia», ha detto Bolsonaro dopo aver praticamente smantellato il sistema dei controlli e delle multe per deforestazione illegale. «Siamo un governo di tolleranza zero con la criminalità, e nell’area ambientale non sarà differente», ha aggiunto con involontaria ironia, a fronte dei legami del suo clan con la criminalità organizzata di Rio.

 

INVITANDO ad «affrontare tali questioni con serenità» – mentre il mondo rischia di perdere il 20% di ossigeno prodotto dall’Amazzonia – Bolsonaro non ha comunque rinunciato ad affermare che «diffondere dati e messaggi senza fondamento dentro e fuori del Brasile non aiuta a risolvere il problema, e serve solo come strumento politico di disinformazione». Per concludere infine che «gli incendi forestali esistono in tutto il mondo e questo non può servire come pretesto per possibili sanzioni internazionali», sottolineando come il Brasile «continuerà ad essere, come è stato finora, un paese amico di tutti e responsabile nella protezione della sua foresta».

 

È scesa in campo contro l’arroganza provocatoria sull’Amazzonia di Bolsonaro, anche la Chiesa brasiliana: in un comunicato i vescovi denunciano: «In corso criminose depredazioni, servono provvedimenti seri», non è il momento di «deliri nei giudizi e nei discorsi».

 

A TENTARE di rompere l’isolamento di Bolsonaro ci ha pensato però il presidente Trump, il quale, dopo aver definito «più forti che mai» le relazioni con il Brasile ed «entusiasmanti» le future prospettive commerciali dei due paesi, ha dichiarato che gli Stati uniti sono «pronti a dare un aiuto» contro gli incendi.

 

E SULLA QUESTIONE è intervenuto anche il governo venezuelano, che ha chiesto ufficialmente una riunione straordinaria tra i paesi dell’Otca, l’Organizzazione del Trattato di cooperazione amazzonica, per discutere urgentemente le misure da adottare contro la catastrofe in corso nella regione, evidenziando come il fuoco stia «devastando gran parte della vegetazione e minacciando la popolazione indigena, gli ecosistemi e la biodiversità di una zona considerata il polmone vegetale del pianeta». Difficile, tuttavia, che Bolsonaro, tra i più accesi nemici del “«dittatore» Maduro, possa accettare l’invito.

 

INTANTO, ogni minuto che passa, viene divorata dalle fiamme, secondo le stime, una superficie equivalente a oltre tre campi da calcio. Una perdita incalcolabile e senza tempi di recupero certi: come ha spiegato Gabriel Ribeiro Castellano, ingegnere agronomo dell’Università di São Paulo, riguardo alle specifiche, complesse e strettamente interconnesse funzioni ecologiche svolte dalle innumerevoli specie della foresta, «gli alberi climax, quelli alla cui ombra si riparano le altre forme di vita, possono impiegare più di mille anni per giungere alla loro massima dimensione». Cosicché, «il recupero delle funzioni ambientali di una vegetazione primaria distrutta dagli incendi potrebbe richiedere alcuni secoli».

 

E NON ANDRÀ meglio alla ricchissima fauna della regione, molti esemplari della quale, anche qualora riescano a sopravvivere alle fiamme, potrebbero morire per mancanza di un rifugio o di cibo. Senza contare che, ha evidenziato Castellano, «possiamo aver perduto specie non erano state neppure ancora registrate».