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LE RIFORME E GLI ANALFABETI ISTITUZIONALI

12/09/2019

Massimo Villone

da Il Manifesto

 

Autonomia differenziata. 

Sull’autonomia differenziata, più che su altri temi, si misurerà la capacità di sopravvivenza del governo. Un passaggio difficile è in specie il voto ormai prossimo in Emilia-Romagna, con Bonaccini in squadra con gli aspiranti secessionisti. Conte in parlamento non ha fugato sull’autonomia le ambiguità tra una sostanziale continuità o una radicale rivisitazione

 

Si chiude con la fiducia e senza sorprese l’assurda crisi di agosto. Qualche risultato positivo va segnalato: lo sfratto di Salvini da Palazzo Chigi; Aver evitato un voto subito o – speriamo – a pochi mesi; recuperare in prospettiva un sistema elettorale proporzionale.

 

Ovviamente, non mancano le ombre. Ne troviamo nella annunciata strategia delle riforme, sulle quali torneremo. Ma per l’urgenza vogliamo intanto suggerire una miniriforma dell’art. 116 Cost., co. 3, Cost.: premettere alle parole «su iniziativa della regione» la parola «anche»; sostituire le parole «sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione» con le parole «sentita la Regione».

 

Parliamo di autonomia differenziata. Sono note le critiche al metodo costruito dalla ex-ministra Stefani, in larga parte per una inaccettabile lettura dell’art. 116, co. 3, che la riforma qui proposta correggerebbe.

 

Verrebbero infatti meno la trattativa bilaterale ministero-regione, il potere di veto della regione su eventuali correzioni e modifiche, la pretesa inemendabilità delle intese in parlamento.

 

Diversamente, rimane aperta solo – e forse in parte – la via della Corte costituzionale. Ma potrebbe non bastare.

 

Lo capiamo dal vociare degli aspiranti secessionisti. Zaia magnifica il progetto veneto, che «… porta in calce i nomi di Mario Bertolissi, Andrea Giovanardi, Dario Stevanato, Giancarlo Pola e non ultimo il professor Luca Antonini che ora è giudice della Corte Costituzionale. Accademici che hanno scritto un progetto intriso di Costituzione» (Corriere del Veneto – Venezia Mestre, 7 settembre).

 

Zaia, analfabeta istituzionale, avrebbe dovuto lasciare fuori il nome di Antonini, giudice in carica. Già stretto collaboratore di Calderoli, Antonini è nominato da Zaia (d.p.g.r. 26.10.2017, n. 176, in Bur 10.11.2017, n. 106) nella delegazione della Regione Veneto che tratta con lo Stato.

 

Viene eletto dal parlamento in seduta comune il 19 luglio 2018, dopo la firma dei pre-accordi Gentiloni-Bressa cui presumibilmente ha partecipato come delegazione trattante, a contratto di governo stipulato, ed esecutivo gialloverde in carica.

 

Ottiene 685 voti, quasi esattamente la somma di M5S, Lega e FI. Su Treviso today, 20 luglio 2018, Zaia si congratula richiamando «i valori che ci hanno sempre legato, in tanti anni e per tante questioni affrontate e risolte con temperanza, intelligenza e chiarezza d’intenti». Se si trattasse di qualsiasi altro giudice, ci sarebbe già ampio fondamento per una astensione o ricusazione.

 

Ma per l’art. 29 delle Norme integrative non trovano applicazione nei giudizi davanti alla Corte costituzionale. Una norma discutibile e discussa. Inoltre, la Corte decide formalmente all’unanimità, e le posizioni dei singoli giudici non sono ufficialmente note. Ma è uno schermo sottile. Tra gli addetti ai lavori si viene sempre a sapere chi ha votato e come. Sarà prudente assumere che la difesa efficace contro il separatismo nordista si trovi oggi nella battaglia politica e parlamentare più che nel giudizio di costituzionalità. La rabbia degli aspiranti secessionisti è agli atti.

 

Accusano il governo nemico del nord, minacciano di scendere in piazza o di ricorrere a una autonomia «fai da te». Lo annuncia per la scuola e la sanità Fontana: la Lombardia, se non vengono accettate le sue pretese, è pronta a procedere con una propria legge (ildubbio.news, 08.09.2019 ). Una forzatura in stile catalano.

 

Sull’autonomia differenziata, più che su altri temi, si misurerà la capacità di sopravvivenza del governo. Un passaggio difficile è in specie il voto ormai prossimo in Emilia-Romagna, con Bonaccini in squadra con gli aspiranti secessionisti. Conte in parlamento non ha fugato sull’autonomia le ambiguità tra una sostanziale continuità o una radicale rivisitazione.

 

Boccia si illude se pensa di spegnere il fuoco dichiarando che andrà in pellegrinaggio presso i governatori secessionisti. Cerchi la sua forza in una nuova partenza, aperta a tutte le regioni, alle forze sociali, a studiosi ed esperti, a un vero dibattito parlamentare. E stia pronto con le carte bollate.

 

È apprezzabile il tratto umano di non accettare provocazioni e voler porgere l’altra guancia. Consideri però che insieme alla sua porge la guancia di 20 milioni di donne e uomini del Mezzogiorno. Decisamente troppe guance.