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VERTICE NATO DIVISO, TRANNE SULL'AUMENTO DEGLI ARMAMENTI

05/12/2019

da Il Manifesto

Leonardo Clausi

da Londra

 

L'alieno atlantico. Sotto la retorica del «tutti per uno» l’appuntamento londinese evidenzia fratture. Il presidente Usa cancella la conferenza stampa.

 

Uno per tutti, tutti per uno. Con quest’esausta citazione di Dumas Boris Johnson, padrone di casa del summit celebrativo dei 70 anni dell’alleanza atlantica, tenutosi prima a Londra e poi in un albergone per golfisti nel verde Hertfordshire, ha ribadito l’unità del consesso chiudendone i lavori.

 

MA LA SOPRAVVALUTATA erudizione letteraria del premier – si spera uscente – britannico è l’ultimo dei problemi della Nato. Fra i 28 (ora 29 dopo l’ingresso di una nuova superpotenza, la Macedonia del nord) moschettieri ci sono divisioni sempre più evidenti. Soprattutto quelle tra Francia e Turchia e Francia e Usa.

 

Naturalmente è stata riaffermata la tradizionale volontà di difendere gli stati baltici, Lituania, Estonia, Lettonia dall’ingordigia dell’orso russo, anche se la Turchia – che ha comprato un sistema missilistico dal nemico dell’alleanza medesima, i russi – ha minacciato di porre veto al cordone sanitario baltico. Tra gli altri argomenti dibattuti a Watford: la minaccia della Cina, lo Stato di sorveglianza per eccellenza, che con le commesse per la navigazione 5G di Huawei rischia d’insinuarsi nella nostra biancheria digitale – e non nel nome del libero mercato come già fanno i Fang (Facebook, Amazon, Netflix e Google). E l’immancabile, improrogabile militarizzazione dello spazio.

 

Con Emmanuel Macron restano altre, vaste differenze. Il presidente francese ha confermato il suo giudizio sprezzante rilasciato a novembre in un’intervista con l’Economist su una Nato «cerebrolesa», priva di una definizione univoca di terrorismo, un chiaro riferimento ai «terroristi» curdi di Erdogan, gli stessi che il presidente turco sta ammazzando in Siria. La vorrebbe modernizzare, e da buon ultraliberista è assai critico dei dazi di Trump, oltre a voler tassare i fantaprofitti dei succitati Fang nella madrepatria; Trump ha reagito con dazi su prodotti esistenziali francesi come formaggio e champagne.

 

MA C’È STATO UN ALTRO INCIDENTE che ha mandato in frantumi la patina di coesione e solidarietà. Trafitto nell’ego per esser stato garbatamente sbeffeggiato dai colleghi – un capannello che annoverava Macron, Justin Trudeau, Johnson e l’olandese Mark Rutte – in un fuorionda non casualmente messo in giro da un medium russo – Trump se n’è andato senza tenere una conferenza stampa finale. Insomma, sbattendo la porta.

 

Poco prima, aveva resa la pariglia al decorativo premier canadese definendolo «ipocrita». Ha due facce, ha detto Trump riferendosi al Trudeau bifronte: ce l’ha con me perché gli ho detto che deve contribuire con il 2% di Pil nel budget Nato. Una cosa che Trump ripete da tempo e sulla quale è tornato anche in questa occasione. Gli americani sono stufi di pagare per tutti. Il segretario Stoltenberg ha detto che i contributi individuali aumentano, ma devono aumentare di più.

 

Finora solo otto paesi membri su ventinove onorano la soglia del 2%. Bisogna dare atto a Trump che ne ha fatta di strada. Probabilmente ignaro di cosa fosse la Nato fino a poco dopo la sua elezione, l’aveva subito definita obsoleta, dimostrando l’imponderabile lungimiranza del principiante.

 

SI TEMEVA avrebbe calpestato l’articolo 5 del trattato, quello dumasiano del tutti per uno: un attacco a uno è considerato un attacco a tutti. Da qui a invitare gli europei a produrre meno burro e più cannoni il passo è assai lungo. Grazie a lui il budget complessivo per gli armamenti è aumentato di 130 miliardi di dollari. E poi stavolta ha fatto di tutto per dominarsi, probabilmente dietro scongiuri del «team Johnson». Com’è noto, il premier è impegnato in una campagna elettorale che si risolve fra esattamente una settimana, il 12 dicembre prossimo. Trump si è limitato a rinnovare il suo plauso nei confronti di «Boris» ma ha anche aggiunto di essere «uno che lavora con chiunque». Quanto a Corbyn, per non vedersi appiccicare – oltre a quella di antisemita, amico di Hamas, Hezbollah, dell’Ira e di Satana – anche la pecetta di servo di Putin, ha abbandonato l’avversione storica, esistenziale alla Nato, sostituendola con un generico desiderio che «riduca le tensioni nel mondo».