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STEFANO CUCCHI, DEPISTAGGI «PER SALVARE L'IMMAGINE DELL'ARMA »

30/01/2020

da il Manifesto

Eleonora Martini

 

Nel giorno in cui entra nel vivo il processo Cucchi ter, con la testimonianza del capo della Squadra mobile di Roma Luigi Silipo che ha svolto le indagini sul depistaggio e sui falsi confezionati secondo l’accusa a vario titolo dagli otto carabinieri imputati, la giudice monocratica Giulia Cavallone ritorna sulla sua decisione di vietare ogni ripresa audio e video delle udienze e concede alla sola Radio Radicale l’autorizzazione alla registrazione integrale del dibattimento. Un processo che si presenta fin da subito imponente – con più di cento testi chiamati a deporre –, un’attenzione mediatica rilevante (dovuta anche all’imputazione del generale di brigata Alessandro Casarsa), e altrettanta pressione per metterlo in sordina.

 

Gli avvocati difensori hanno subito chiesto di distanziare maggiormente le udienze, lamentando un ritmo troppo serrato, ma la giudice ha tenuto duro: «Non posso trascinare il processo per anni». D’altronde, c’è voluto già quasi un decennio perché un pm – Giovanni Musarò – aprisse le indagini sulla coltre di silenzio che aveva seppellito la verità sulla morte del giovane geometra romano pestato da due dei militari che lo avevano arrestato il 15 ottobre 2009, condannati in primo grado nel novembre scorso per omicidio preterintenzionale.

 

Alla base degli insabbiamenti, secondo quanto riferito ieri in aula da Silipo, c’era fondamentalmente la preoccupazione di non infangare ulteriormente con il caso Cucchi «l’immagine dell’Arma, già sporcata dalla storia della tentata estorsione ai danni dell’allora governatore del Lazio». «Il ragazzo infatti – ha ricordato il capo della Squadra mobile citando tra l’altro varie conversazioni intercettate o registrate attraverso la radio di servizio – morì il 22 ottobre 2009 e il giorno dopo quattro carabinieri della Compagnia Roma Trionfale vennero arrestati per la vicenda Marrazzo». E naturalmente da parte dei militari coinvolti c’era il bisogno di proteggere se stessi, il proprio operato, l’immagine della caserma o del gruppo d’appartenenza.

 

Ecco perché, dopo la morte di Stefano, ai piantoni Gianluca Colicchio e Francesco Di Sano che erano di turno nella caserma di Tor Sapienza, dove Cucchi aveva passato la notte dolorante per le violenze subite, venne ordinato di correggere le annotazioni di servizio in modo da nascondere il reale stato di salute del giovane arrestato. Riferisce Silipo che durante alcune conversazioni registrate nel 2018 il luogotenente Colombo Labriola, all’epoca dei fatti comandante della stazione di Tor Sapienza, parlò a suo fratello di quelle correzioni definendole «sostanziali e non di forma».

 

E, ricordando che le modifiche vennero ordinate tramite mail dall’allora vice comandante del Gruppo Roma Francesco Cavallo, racconta di aver girato perfino un video per immortalare quelle mail. Materiale che poi spontaneamente consegnò ai poliziotti della Squadra mobile durante una perquisizione. Quelle mail, e quei video, confidò a suo fratello, «sono il mio salvavita».