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PIU' SOLDI AI CITTADINI PER COMBATTERE IL VIRUS CINESE

Luigi Pandolfi

 

Coronavirus. C’è un solo modo per evitare il peggio: se gli europei avranno più soldi in tasca e servizi migliori, anche il virus cinese, economicamente parlando, sarà sconfitto

 

L’economia non è una scienza esatta. Prevedere il futuro è sempre un azzardo. Memorabile, a tal proposito, lo scivolone di Irving Fisher, padre della teoria quantitativa della moneta, alla vigila del crollo di Wall Street nel 1929.

 

Una settimana prima aveva dichiarato che «le quotazioni delle azioni hanno raggiunto ciò che sembra essere un livello stabilmente elevato».

 

Pronosticare con esattezza quali potrebbero essere le conseguenze dell’epidemia da coronavirus nel breve e medio periodo sull’economia globale – e, per quanto ci riguarda, su quella europea – è pertanto un esercizio inutile. Non è affatto inutile, invece, modificare alcuni comportamenti, economici ed istituzionali, al fine di prevenire eventuali scenari infausti.

 

La Cina è la seconda economia del mondo, uno dei principali volani della crescita mondiale. Non solo perché produce tanto, ma anche perché compra molto. Il suo grande mercato è una riserva incommensurabile per la domanda globale, più di quanto lo sia stato ed è tuttora quello americano. Prendiamo il caso dell’Italia. Nel 2017, stando alle stime dell’Fmi, l’interscambio complessivo tra il nostro Paese e la Repubblica Popolare Cinese ha raggiunto i 49 miliardi di dollari (siamo il quinto partner su scala mondiale, il terzo in Europa). Il saldo della bilancia commerciale rimane negativo, ma si va assottigliando. Nello stesso anno, infatti, le nostre esportazioni sono aumentate del 22% rispetto all’anno precedente, mentre l’import è aumentato esattamente della metà. Meglio di noi fanno in Europa solo Germania e Francia. I tedeschi, in particolare, hanno chiuso il 2018 con un volume di esportazioni verso il Dragone di ben 98 miliardi di euro (Francia 21 miliardi, Italia 13).

 

Cosa dicono questi numeri? Che per i principali Paesi europei, Italia compresa, sono le esportazioni la componente più importante della domanda aggregata. Bassi consumi e bassi salari in patria, sguardo rivolto alla domanda estera per massimizzare i profitti. Sempre la Germania, che costituisce il caso più clamoroso nell’Unione Europea, nel 2019 ha chiuso i suoi conti con l’estero con un avanzo di ben 263 miliardi di euro, staccando nettamente il Giappone e la stessa Cina (e violando le regole europee). Si chiama neo-mercantilismo, che, come il vecchio mercantilismo dei secoli passati, si basa su un’«intima associazione» tra l’autorità statale e l’interesse dei mercanti (oggi l’industria dell’export).

 

Nonostante ciò, l’intera economia europea langue, la Germania frena bruscamente, l’Italia balla sul crinale tra stagnazione e recessione. E’ del tutto evidente, quindi, che nei nostri Paesi sia la domanda interna (consumi privati e spesa pubblica) ad essere troppo debole e che le disuguaglianze, l’eccessiva polarizzazione della ricchezza, facciano la loro parte (in Italia il tasso d’inflazione per il 2019 è stato dello 0,6%, dimezzato rispetto al 2018). In un quadro siffatto, un calo del contributo cinese alla domanda dei Paesi Ue potrebbe creare non poche difficoltà all’intera economia continentale, impattando su una situazione già precaria.

 

Per l’Italia, il problema si porrebbe non solo per i beni di lusso e per la moda, che costituiscono il 50% della bilancia commerciale. Vista la nostra posizione nella catena internazionale del valore, ci sarebbe un contraccolpo anche per la componentistica che in Cina arriva montata sulle auto ed altre apparecchiature sia italiane che tedesche. Per il solo settore dell’automotive, parliamo di circa 2.200 imprese (per i due terzi si tratta di aziende medie con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 250 unità), delle quali l’80% ha sede in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il rischio, rispetto alla crescita, che lo zero virgola si tramuti in segno meno, con tutte le conseguenze del caso, è perciò molto concreto.

 

C’è un solo modo per evitare il peggio: spingere sulla domanda interna attraverso un incremento significativo della spesa pubblica. È una questione europea, non bastano manovre sui tassi d’interesse e soldi alle banche.

 

Riguarda i principali Paesi dell’Unione, a cominciare dalla Germania. Se gli europei avranno più soldi in tasca e servizi migliori, anche il virus cinese, economicamente parlando, sarà sconfitto.

 

L’economia non è una scienza esatta. Prevedere il futuro è sempre un azzardo. Memorabile, a tal proposito, lo scivolone di Irving Fisher, padre della teoria quantitativa della moneta, alla vigila del crollo di Wall Street nel 1929.

 

Una settimana prima aveva dichiarato che «le quotazioni delle azioni hanno raggiunto ciò che sembra essere un livello stabilmente elevato».

 

Pronosticare con esattezza quali potrebbero essere le conseguenze dell’epidemia da coronavirus nel breve e medio periodo sull’economia globale – e, per quanto ci riguarda, su quella europea – è pertanto un esercizio inutile. Non è affatto inutile, invece, modificare alcuni comportamenti, economici ed istituzionali, al fine di prevenire eventuali scenari infausti.

 

La Cina è la seconda economia del mondo, uno dei principali volani della crescita mondiale. Non solo perché produce tanto, ma anche perché compra molto. Il suo grande mercato è una riserva incommensurabile per la domanda globale, più di quanto lo sia stato ed è tuttora quello americano. Prendiamo il caso dell’Italia. Nel 2017, stando alle stime dell’Fmi, l’interscambio complessivo tra il nostro Paese e la Repubblica Popolare Cinese ha raggiunto i 49 miliardi di dollari (siamo il quinto partner su scala mondiale, il terzo in Europa). Il saldo della bilancia commerciale rimane negativo, ma si va assottigliando. Nello stesso anno, infatti, le nostre esportazioni sono aumentate del 22% rispetto all’anno precedente, mentre l’import è aumentato esattamente della metà. Meglio di noi fanno in Europa solo Germania e Francia. I tedeschi, in particolare, hanno chiuso il 2018 con un volume di esportazioni verso il Dragone di ben 98 miliardi di euro (Francia 21 miliardi, Italia 13).

 

Cosa dicono questi numeri? Che per i principali Paesi europei, Italia compresa, sono le esportazioni la componente più importante della domanda aggregata. Bassi consumi e bassi salari in patria, sguardo rivolto alla domanda estera per massimizzare i profitti. Sempre la Germania, che costituisce il caso più clamoroso nell’Unione Europea, nel 2019 ha chiuso i suoi conti con l’estero con un avanzo di ben 263 miliardi di euro, staccando nettamente il Giappone e la stessa Cina (e violando le regole europee). Si chiama neo-mercantilismo, che, come il vecchio mercantilismo dei secoli passati, si basa su un’«intima associazione» tra l’autorità statale e l’interesse dei mercanti (oggi l’industria dell’export).

 

Nonostante ciò, l’intera economia europea langue, la Germania frena bruscamente, l’Italia balla sul crinale tra stagnazione e recessione. E’ del tutto evidente, quindi, che nei nostri Paesi sia la domanda interna (consumi privati e spesa pubblica) ad essere troppo debole e che le disuguaglianze, l’eccessiva polarizzazione della ricchezza, facciano la loro parte (in Italia il tasso d’inflazione per il 2019 è stato dello 0,6%, dimezzato rispetto al 2018). In un quadro siffatto, un calo del contributo cinese alla domanda dei Paesi Ue potrebbe creare non poche difficoltà all’intera economia continentale, impattando su una situazione già precaria.

 

Per l’Italia, il problema si porrebbe non solo per i beni di lusso e per la moda, che costituiscono il 50% della bilancia commerciale. Vista la nostra posizione nella catena internazionale del valore, ci sarebbe un contraccolpo anche per la componentistica che in Cina arriva montata sulle auto ed altre apparecchiature sia italiane che tedesche. Per il solo settore dell’automotive, parliamo di circa 2.200 imprese (per i due terzi si tratta di aziende medie con un numero di dipendenti compreso tra 50 e 250 unità), delle quali l’80% ha sede in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il rischio, rispetto alla crescita, che lo zero virgola si tramuti in segno meno, con tutte le conseguenze del caso, è perciò molto concreto.

 

C’è un solo modo per evitare il peggio: spingere sulla domanda interna attraverso un incremento significativo della spesa pubblica. È una questione europea, non bastano manovre sui tassi d’interesse e soldi alle banche.

 

Riguarda i principali Paesi dell’Unione, a cominciare dalla Germania. Se gli europei avranno più soldi in tasca e servizi migliori, anche il virus cinese, economicamente parlando, sarà sconfitto.