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ANCHE PER LO STATO D'ECCEZIONE LA PAURA E' UN BOOMERANG

Donatella Di Cesare

 

Sarà un caso che il panico sia esploso soprattutto in quelle regioni governate dai leghisti, dove da tempo si istiga all’odio, si indica nell’immigrato il nemico pubblico, portatore di ogni morbo?
Sono in molti a chiederselo. E la domanda sembra trovare conferma nelle recenti uscite dei governatori di turno. Con un colpo di scena l’uno tira fuori una mascherina per coprirsi, «autoisolarsi», dichiararsi a rischio, per sé e per gli altri,
istillando così di nuovo paura – se non fosse che la mascherina nelle sue mani si muta in maschera e tutto assume contorni pagliacceschi.

 

L’altro rilancia le consuete discriminazioni – noi superiori, loro inferiori, noi sani, loro malati, noi puliti, loro sporchi – e questa volta arriva all’iperbole grottesca dei «topi vivi», quella famosa prelibatezza cinese che tutti conoscono.
Stride un po’ parlare qui di «stato d’eccezione», quel paradigma di governo attraverso cui leggere il mondo attuale, come ce l’ha insegnato magistralmente Giorgio Agamben, il quale lo ha rilanciato su queste pagine (il 26 febbraio scorso).

 

Al contrario di quel che qualcuno ha sostenuto, il paradigma resta nella sua validità. D’altronde è ormai prassi quotidiana: le procedure democratiche vengono sospese da disposizioni prese nel segno dell’emergenza. Un decreto di qua e un decreto di là: così cittadine e cittadini finiscono per accettare «misure» che dovrebbero garantirne la sicurezza, ma che in effetti ne limitano fortemente la libertà. I provvedimenti presi negli ultimi giorni da governo e regioni – in ordine sparso – sono emblematici. Si giunge fino a chiudere i luoghi della cultura, a vietare manifestazioni e riunioni. Sono «misure» che hanno – inutile dirlo – un sapore autoritario e un carattere inquietante.

 

Ma sembra che lo «stato d’eccezione» non basti per un mondo così complesso come quello globalizzato, dove la paura svolge ormai un ruolo politico decisivo. Paura per l’estraneo, xenofobia, quella che spinge a erigere barriere e muri, insieme, però, anche alla paura per tutto ciò che è fuori, exofobia, che induce a rinserrarsi nella propria nicchia, a immunizzarsi, proteggersi, guardando quel che accade attraverso lo schermo rassicurante.

 

La pulsione securitaria è fomentata. Così come fomentata è quella che alcuni scambiano per indifferenza, come se si trattasse di una questione etica, e che è piuttosto una tetania affettiva con tanto di ragion di Stato. È indubbio che si usi biecamente la paura per governare. Proprio per questo il sovranismo, soprattutto quello anti-immigrati, non è una riedizione del vecchio nazionalismo. È un fenomeno nuovo: fa leva sul timore dell’altro, l’allarme per ciò che viene da fuori, l’ansia della precarietà, la voglia di esserne immuni.
Ma questo è solo un aspetto. Perché il governante, che scherza con il fuoco della paura, finisce per restarne bruciato. Mentre crede di amministrare a puntino l’odio, di gestire debitamente la paura, tutto gli sfugge di mano. Questo è il punto: la governance, che vorrebbe governare all’insegna dello stato d’eccezione, a sua volta è governata da quel che si rivela ingovernabile. È questo rovesciamento continuo che colpisce, impressiona. Il modello qui è quello della tecnica: chi la impiega, viene impiegato, chi ne dispone, viene scalzato.

 

La democrazia immunitaria è perciò un’inedita forma di governance dove la politica, ridotta ad amministrazione, per un verso si rimette al dettato dell’economia planetaria, per l’altro si autosospende abdicando alla scienza – «facciamo parlare gli esperti!» – che s’immagina oggettiva, vera, risolutiva. Come se la scienza fosse neutra e neutrale, come se non fosse già da tempo strettamente connessa con la tecnica, altamente tecnicizzata.

 

Così lo Stato di sicurezza si rivela uno Stato medico-pastorale che garantisce l’immunizzazione al cittadino-paziente, pronto, dal canto suo, a seguire – tra diritto all’amuchina e divieto di ammucchiata – ogni regola igienico-sanitaria che lo protegga dal contagio, cioè dal contatto con l’altro. Non si sa dove finisce il diritto e dove comincia la sanità.

 

Il coronavirus, questo virus sovrano già nel nome, si fa beffe del sovranismo d’eccezione, che vorrebbe grottescamente profittarne. Sfugge, glissa, passa oltre, varca i confini. E diventa metafora di una crisi ingovernabile, di un crollo apocalittico. Ma il capitalismo, lo sappiamo, non è un disastro naturale.