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LO STATO DELLE BANCHE ITALIANE

Vincenzo Comito 

da Sbilanciamoci

 

Con l’offerta d’acquisto di Intesa San Paolo verso Ubi Banca nascerà il settimo Istituto di credito a livello europeo. Ma comporterà la perdita di 5 mila posti di lavoro. Nel frattempo i debiti deteriorati delle banche italiane si sono dimezzati ma la vera sfida resta il “fintech”.

 

Un certo disagio

 

Certamente, con soddisfazione di tutti, la situazione delle banche italiane è abbastanza migliorata nell’ultimo periodo, come molti commentatori non hanno mancato di sottolineare; così, i crediti deteriorati ( NPL), la maggiore fonte di preoccupazione degli anni recenti per il sistema, ammontavano poco più di quattro anni fa a circa 365 miliardi di euro, mentre oggi essi dovrebbero collocarsi intorno ai 150 miliardi, essendosi ridotti di circa il 60% (Righi, 2020), risultato certo non scontato.

 

Ma, nonostante questo, permane per molti aspetti intorno ai nostri istituti una sensazione diffusa di malessere, come di un’opera non compiuta ed anzi ancora precaria.

 

Si trova questo senso di disagio qua e la, di nuovo, in molti discorsi e molti scritti che appaiono in queste settimane sui giornali.

 

Se, ad esempio, guardiamo ai valori di Borsa dei titoli bancari nazionali rileviamo che essi continuano ad essere depressi e a segnare valori inferiori e di frequente anche molto inferiori rispetto al patrimonio netto indicato nei bilanci più recenti. A cosa è dovuta questa differenza? Seguendo una facile pista, si può affermare che tali valori sembrano collegati al fatto che le banche italiane presentano una redditività media modesta, che appare anche inferiore al costo del capitale raccolto (Graziani, 2020).

 

Ci si può a questo punto chiedere quali siano le aree nelle quali in particolare le cose non sembrano ancora marciare come dovrebbero. Proviamo ad affrontarne solo alcune tra le principali, con l’ausilio appunto di alcuni scritti apparsi di recente sulla stampa nazionale e su quella internazionale e lasciandone da parte invece, per ragioni di spazio, alcune altre certamente non da poco, quale quella, sempre spinosa, dei rapporti con Bruxelles e con Francoforte.

 

La rivoluzione digitale

 

Un primo problema ha a che fare con la forte spinta tecnologica in atto in questo settore, come peraltro in diversi altri.

 

A questo proposito, ricordiamo che qualche settimana fa è apparso sul Financial Times un lungo articolo che ha sottolineato tra l’altro, con ricchezza di particolari, come il fintech dei paesi asiatici sia in media più avanti di quello del resto del mondo di ben 12 anni e come in ogni caso sia l’Asia a fissare il ritmo dell’innovazione nei servizi finanziari (Ruehl, Kynge, 2019).

 

Un altro scritto, apparso ancor più di recente sullo stesso quotidiano, ma di un altro autore (Thornhill, 2020), ha aggiunto poi che è la tecnologia cinese che reinventerà nei prossimi anni la finanza, con tutte le conseguenze dal caso.

 

Infine un terzo articolo, questa volta pubblicato invece su di un quotidiano irlandese (Curran, 2020), ha rimarcato con forza come la rivoluzione del fintech mantenga ormai da tempo svegli i banchieri la notte. Il pezzo fa riferimento ad un’indagine effettuata tra i manager irlandesi del settore, ma è plausibile che i risultati siano facilmente trasferibili a quelli di tutto il continente.

 

I riferimenti citati sottolineano, presi insieme, come il tema della trasformazione digitale della finanza e degli istituti bancari in Italia ed in Europa sia ormai diventato cruciale. La questione ha a che fare, tra l’altro, dunque, con il fatto che in questa gara il nostro continente sembra essere molto indietro rispetto all’Asia, anche se si nota ormai qualche movimento anche da noi (vedi, ad esempio, la fusione recente tra due operatori fintech francesi di un certa dimensione, Wordline e Ingenico, anche se operanti su di una fascia più tradizionale del mercato, mentre si rimarca anche una certa crescita nel settore di imprese originarie di Gran Bretagna e Germania); bisogna, a questo punto, considerare che le banche italiane tendono a collocarsi sui temi tecnologici in media abbastanza indietro anche rispetto a quelle europee.

 

E abbiamo dunque trovato uno dei problemi dei nostri istituti, che sembrano spendere sulla questione, con poche eccezioni, relativamente poco e male.

 

Le dimensioni degli istituti

 

Il problema del fintech si collega in qualche modo ad un’altra importante questione.

 

Da molto tempo sono in molti a sostenere che un problema molto importante del sistema bancario italiano è quello che ci sono troppi istituti e di taglia spesso molto piccola e che una via fondamentale per rendere il sistema più competitivo sarebbe quella di fondere insieme quelli piccoli per creare delle compagini più grandi. Sembrano essere da tempo di questa opinione, come ribadito di recente, anche i vertici della Banca d’Italia

 

Uno dei fronti principali di tali ragionamenti, anzi forse quello più frequentato, è proprio quello che ci vogliono banche più grandi soprattutto per avere risorse sufficienti per portare avanti la rivoluzione digitale, oltre che per acquisire competenze manageriali migliori, per ridurre i rischi territoriali e di settore, per combattere meglio la concorrenza, ecc..

 

Ora, tale dichiarazione può presentare qualche elemento di verità, ma va peraltro ricordato che nel nostro paese abbiamo già assistito nell’ultimo periodo ad un rilevante numero di fusioni ed acquisizioni, di conseguenza con una riduzione molto significativa nel numero degli istituti e dei gruppi presenti nel settore; così in trent’anni il numero delle banche italiane si è dimezzato (Rizzo, 2020).

 

Ma il risultato è stato a volte catastrofico (si pensi solo al caso della Banca Popolare di Bari con Tergas o a quello del Monte dei Paschi di Siena con Ambroveneta, ricordando poi ancora alcune sciagurate acquisizioni di Unicredit in giro per il mondo), altre volte semplicemente deludente, mentre le debolezze di fondo delle banche italiane non sembra siano state in ogni caso risolte. Per altro verso quasi l’unica leva che, dopo le fusioni le nuove aggregazioni hanno utilizzato per migliorare i conti, è stata, come si osservato da qualche parte, quella della riduzione del personale (Puledda, 2020).

 

Così la cronaca degli ultimi dieci anni ci suggerisce (Rizzo, 2020) che il numero delle banche e anche quello dei suoi dipendenti non sembrano essere la più importante causa rilevabile per spiegare la fragilità del nostro sistema.

 

Tali processi di aggregazione sono di frequente indotti da ansia di maggior potere e o anche semplicemente da mode.

 

Per altro verso, creando banche di dimensioni più grandi si rischia in concreto, come si è potuto in effetti verificare in diversi casi, di perdere il contatto con l’economia locale, che è poi uno dei punti di forza degli istituti più piccoli, mentre si tende a ridurre anche il livello della concorrenza.

 

La letteratura manageriale ricorda poi, in generale, considerando tutti i settori e non solo quello finanziario e attraverso l’evidenza empirica, come due fusioni su tre in media falliscano nel mondo o non diano alla fine i risultati sperati. Spesso, tra l’altro, si perdono diversi anni preziosi per le inevitabili lotte di potere tra le varie fazioni presenti sul campo, per decidere chi deve comandare, su quale sistema informativo utilizzare, dove collocare la direzione della nuova società nata dalla fusione e così via. E intanto la gestione del business viene ampiamente e a lungo trascurata.

 

Non che, a volte, i processi di fusione/acquisizione non possano essere utili, ma non bisogna pensare che essi possano essere dei toccasana sempre e dovunque; si tratta comunque di trasformazioni che richiedono grandi capacità gestionali per essere portati avanti adeguatamente, qualità che sembrano essere piuttosto scarse nel nostro sistema finanziario.

 

D’altro canto, invece di arrivare a delle fusioni, certe attività più o meno strategiche si possono in molti casi semplicemente mettere in comune attraverso la creazione di società di scopo, di consorzi e di altre forme ibride di organizzazione.

 

In ogni caso, in molti prevedono che il 2020 sarà ancora un anno con importanti processi di integrazione, come del resto preannuncia già l’offerta pubblica di acquisto di Ubi Banca da parte di Intesa San Paolo. Ma le ingenti attenzioni gestionali che quest’ultima dovrà concentrare a lungo su tale operazione potevano a nostro parere essere impiegate in attività più profittevoli per la banca e per il paese. E naturalmente la fusione comporterà la perdita di 5.000 posti di lavoro, un’inezia.

 

I mali del sistema bancario italiano sembrano collocarsi su di un altro piano.

 

Dove stanno i problemi

 

Appare opportuno ricordare, a questo punto, soprattutto due aspetti strutturali della debolezza del nostro sistema bancario.

 

Il primo è sottolineato molto bene in un articolo già citato (Rizzo, 2020), secondo il quale molte banche sono rimaste allo stato feudale, con amministratori che esercitano tale mestiere non per capacità, ma per fedeltà, con l’ovvia conseguenza che essi non sanno valutare i rischi dei prestiti e per altro verso favoriscono gli amici e molte iniziative di dubbia serietà. Siamo quindi di fronte ad un problema di insufficiente livello nelle qualità gestionali medie dei nostri banchieri, cosa non da poco.

 

Il secondo, almeno in parte collegato al primo, è sottolineato infine da Marco Onado (Onado, 2020), che mette in rilievo come il nostro sistema finanziario complessivamente non riesca a contribuire abbastanza, per la parte almeno che le competerebbe, ad una valorizzazione di quella grande risorsa disponibile che è il rilevante risparmio nazionale disponibile. Con le conseguenze note.