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CORONAVIRUS : SI PARTA DAL FALLIMENTO DELLA LOMBARDIA PER RICOSTRUIRE LA SANITA' ITALIANA

15/04/2020

da Valori

Rosy Battaglia 

 

In quarant'anni demoliti i servizi socio-sanitari territoriali. In Lombardia si è aggiunta la privatizzazione del sistema sanitario. Risultato: è stata indebolita la capacità di risposta all'epidemia

 

L’emergenza coronavirus ha evidenziato il crollo di un’eccellenza italiana (o, almeno tale era era fino a poco tempo fa): il modello sanitario lombardo. Lo hanno sancito, tra le altre, le parole del direttore dell’Istituto di Scienze Biomediche all’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, che lo scorso 8 aprile ad Agorà Rai ha dichiarato «c’è stato un clamoroso fallimento, e di questo ne dovremo prendere atto per il futuro, della medicina territoriale».

 

Lo ha ribadito Vittorio Agnoletto, medico del lavoro, impegnato sul territorio, già consulente dell’Istituto Superiore di Sanità e della Commissione Nazionale per la Lotta contro l’Aids per il ministero della Salute (fino al 2001). Che ha rincarato la dose, aggiungendo, tra le responsabilità, la privatizzazione del sistema sanitario lombardo: «Le cause principali, che ci hanno impedito di reggere all’onda d’urto del coronavirus – spiega Vittorio Agnoletto – vanno ricercate proprio nell’abbandono dell’assistenza territoriale e nella privatizzazione della sanità lombarda».

 

E non è tutto. «Non si è colta quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito “finestra di opportunità”», ribadisce Agnoletto: la cosiddetta Window of opportunity,  cioè, il tempo che sarebbe potuto servire a riorganizzare medici di base, ospedali e terapie intensive per contrastare l’altissima viralità del Covid19 e bloccare i focolai. Almeno a partire dal 31 gennaio, il giorno della dichiarazione dello stato di emergenza sanitario nazionale e regionale.

 

Ripartire dagli errori della Lombardia

 

Sarebbe stato possibile effettuarlo nel giro di poco tempo, a partire già da febbraio? E come reagiremo alla prossima epidemia? Secondo Agnoletto, proprio la creazione del “modello lombardo”, operato a partire dal 1997 dall’allora presidente Roberto Formigoni, (agli arresti domiciliari per corruzione sul caso clinica Maugeri – Ospedale San Raffaele) ha fortemente indebolito la capacità di risposta del sistema attuale. E va, invece, velocemente ritrasformato in vista di prossime prevedibili crisi. 

 

Quarant’anni per demolire i servizi socio-sanitari territoriali

 

«Basti pensare che nel 1981 avevamo 530 mila posti letto. Oggi sono meno di 215 mila. E abbiamo perso decine di migliaia di medici e infermieri, demolendo i servizi socio-sanitari territoriali». I dati lo confermano. A metà degli anni ’80 c’erano 642 Unità sanitarie locali (Usl), in tutta Italia, che amministravano anche i grandi ospedali. Nel 2017, dopo le ultime riforme regionali, le Aziende Sanitarie Locali (Asl) sono scese a 97. Mentre si sono costituite 99 aziende ospedaliere autonome (grandi ospedali, policlinici e Irccs) e si è allargato sempre più il «mercato» del privato accreditato, di cui la Lombardia è l’emblema. Fusioni «selvagge» su cui hanno cercato di riportare l’attenzione più volte, sia la stessa Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (Fiaso) che la divisione Federsanità di Anci.

 

Serve sostegno ai medici di famiglia e del lavoro 

 

Lo smantellamento del servizio sanitario nazionale ha avuto ricadute, anche, sul patrimonio di conoscenza sulle malattie infettive, proprie della tradizione della sanità pubblica italiana, come dimostrano le sopravvissute eccellenze dell’Ospedale Sacco a Milano e dello Spallanzani di Roma. Ma, mentre a livello governativo è stata istituita una task force per il data tracing e la sorveglianza sanitaria – ricorda Agnoletto – bisognerebbe non dimenticarsi di potenziare e sostenere la «rete epidemiologica naturale», già esistente. «Quella costituita dai medici famiglia e del lavoro, i primi a essere a conoscenza dello stato di salute della popolazione nei territori e in grado di ricostruire i gradi di contagio. Che in una situazione normale, avrebbero potuto rallentare la pressione arrivata sugli ospedali. E che ora stanno vivendo nel caos».

 

I dati sul contagio a Bergamo dei medici di famiglia

 

L’indagine promossa dall’Ordine di Medici di Bergamo, attraverso un sondaggio tra i professionisti di medicina generale ha stimato, solo in provincia di  Bergamo, almeno 64 mila persone, attualmente con sintomi da Covid19, fuori dagli ospedali. Rivelando, così, percentuali ben più alte di popolazione ammalata, presso la propria residenza, rispetto ai dati «ufficiali» rilevati unicamente tra i pazienti ricoverate.

 

«Medici di famiglia che, invece di essere protetti, per primi, sono stati travolti dall’epidemia. Gravati dal dover seguire un numero sempre più elevato di pazienti, tra i 1.500 e 1.800 persone. Senza alcun dispositivo di sicurezza per le visite, abbandonati a sé stessi, senza protocolli di cura».

 

Il Piano nazionale contro le pandemie influenzali c’è dal 2007

 

Eppure la figura dei medici sentinella era già prevista dal 2007, nell’ultimo «Piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale» stilato dal ministero della Salute e dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM). Anche i Medici per l’Ambiente (Isde) hanno recentemente rilanciato corsi di formazione per ricostruire il patrimonio di conoscenze indispensabili per combattere le pandemie causate da zoonosi e acuite dai cambiamenti climatici.

 

…in Lombardia dal 2009, ma non è mai stato applicato

 

Invece la Lombardia, «malgrado avesse un piano pandemico risalente al 2009, che seppur datato avrebbe potuto funzionare, è arrivata totalmente impreparata all’emergenza, senza protocolli di sicurezza negli ospedali e presidi di tutela».  Lo ribadisce a Valori, Paola Ferrari, l’avvocato, che, per conto della Fimmg, la Fondazione Italiana medici di medicina generale, già, a metà marzo, ha redatto una diffida nei confronti della Regione, trasmessa per conoscenza anche a tutte le procure lombarde.

 

«In un sistema non a comparti stagni, come è invece l’attuale, sarebbe stato possibile cogliere i primi segnali di un’epidemia. Già dall’anomala crescita delle polmoniti tra dicembre e gennaio» ribadisce l’avvocato Ferrari. «Nel silenzio generale, invece, non sono state prese le precauzioni minime, già ampiamente previste dal’Organizzazione mondiale per la sanità a tutela di medici e infermiere, come mascherine in numero sufficiente ed idonee, ma anche tamponi al personale sanitario per verificare la positività al Covid19».

 

Covid nelle residenze per anziani e disabili: «Un fiammifero in un pagliaio»

 

Si tratta di inefficienze che, sommate al conflitto istituzionale tra Presidenza del Consiglio e regione Lombardia, a causa del ventilato, ma mancato, isolamento in zona rossa tra Bergamo e Brescia, hanno trasformato i pronto soccorso, gli ospedali e le Residenze Socio Assistenziali (RSA) in focolai di epidemia. Già a metà marzo l’Uneba, l’associazione che raggruppa le istituzioni di assistenza sociale, aveva cercato di opporsi all’ingiunzione di regione Lombardia, di inserire pazienti contagiati da COVID 19 nelle RSA. In una situazione, cioè, di potenziale contatto con gli anziani non autosufficienti. La parte di popolazione più fragile e più soggetta a contrarre il virus, secondo gli epidemiologi. Ma anche qui, troppi i silenzi, anche nelle altre province e soprattutto nelle RSD, le residente sanitarie destinate ai disabili.

 

Appello inascoltato fino al 29 marzo, a cui hanno fatto seguito, secondo l’associazione, nella sola provincia di Bergamo, almeno 600 decessi su 6400 posti letto, oltre 2000 dei 5000 operatori assenti per malattia, quarantena o isolamento. Esattamente un mese dopo aver dato via libera all’accoglienza di malati Covid19 nelle RSA, la stessa regione Lombardia ha disposto, l’8 aprile, una commissione d’inchiesta sulle morti di oltre 100 anziani al Pio Albergo Trivulzio di Milano, mentre la procura di Milano ha iniziato a indagare sul caso.

 

RSA, ora indaga la Procura, ma la letalità è salita al 6,8%

 

Dati in parte confermati dal monitoraggio avviato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) sul contagio da Covic19 nelle RSA in Italia, in collaborazione con il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La letalità tra i pazienti, in Lombardia, nelle RSA, nell’ultimo mese, risulta pari al 6,8%. La più alta di tutta la penisola, con almeno il 50% dei decessi causati dal coronavirus. Quadro drammatico ribadito ai decisori lombardi dalla lettera aperta inviata da tutti gli Ordini provinciali dei Medici al presidente Fontana e all’assore alla Sanità Gallera, lo scorso 7 aprile.