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LE CAMERE DELLA MORTE, ALLA BAGGINA E NELLE ALTRE RSA

17/04/2020

da Contropiano

di Dante Barontini

 

La Guardia di Finanza al Pio Albergo Trivulzio e nella sede di Regione Lombardia ci riporta all’inzio degli anni ‘90, quando partì l’inchiesta “Tangentopoli” che sancì la fine della “prima Repubblica” e lo sconquasso del sistema politico italiano.

 

Stavolta si cercavano documenti e cartelle cliniche, non soldi in contanti. Dunque l’inchiesta appare tecnicamente molto più semplice, anche se occorrerà esaminare una documentazione imponente e – qua e là – forse distrutta prima dell’arrivo della Procura milanese. Ma anche la “scomparsa”, a quel punto, entrerebbe tra gli indizi (o le prove) di colpevolezza certa.

 

Per scoprire se c’era un giro di mazzette, infatti, occorreva che qualcuno si “pentisse”, raccontando come e quanto avesse ricevuto o dato, e in cambio di cosa; e contemporaneamente serviva un lungo e laborioso lavoro sui bilanci societari e delle amministrazioni pubbliche, sui conti correnti individuali, per “riscontrare” l’avvenuto mercimonio.

 

Qui dovrebbe essere tutto più semplice. Ci sono delle delibere regionali – atti ufficiali votati, firmati e protocollati – che “chiedono” alle Rsa lombarde (le “case di riposo”) di accogliere un po’ di contagiati da coronavirus poco gravi, in modo da decongestionare gli ospedali nel momento più drammatico dell’emergenza.

 

I Fontana ed i Gallera (presidente e assessore specifico, per la Lombardia) si sono difesi dicendo che era appunto solo una “richiesta”, precisando che in caso di accoglimento andavano quei contagiati avrebbero dovuto essere ospitati in reparti separati, con personale “dedicato”.

 

Ma sono certamente chiare due cose: se chi ti “chiede” di fare una certa cosa è anche il soggetto che contribuisce per il 30% al tuo bilancio, quello è un ordine emanato in forma “educata”. In secondo luogo, una volta che qualche decina di contagiati viene fatto entrare in una struttura non ospedaliera – quindi organizzata per “assistere”, non per “curare in condizioni di bioconfinamento” (neanche gli ospedali lo erano, come si è visto) – la diffusione del virus è una certezza, non un’eventualità remota.

 

Fare questa scelta criminale – mettere contagiati “in prossimità” anziani non autosufficienti, oltretutto quando già era noto che questa era la fascia di età “privilegiata” dal virus – poteva venire in testa soltanto a chi inquadra i problemi dal punto di vista finanziario o dei costi, come se i corpi fossero pacchi nella logistica. “Un cerino acceso in un pagliaio”, ha sentenziato un virologo.

 

Quindi abbiamo di certo un fattore politico determinante (la delibera della Regione guidata dalla Lega) e una lunga serie di atti amministrativi e contabili facilmente esaminabili: cartelle cliniche con data di ingresso nella struttura, diagnosi, medicinali somministrati, dati aggiornati sull’evoluzione del paziente, data di dimissione o di avvenuto decesso.

 

E siccome stiamo parlando di almeno 300 morti, soltanto per quanto riguarda “la Baggina” e il Don Gnocchi (l’inchiesta riguarda molte altre Rsa), l’ipotesi di reato su cui sta lavorando la Procura appare addirittura “alleggerita”: omicidio e procurata epidemia.

 

Sarebbe del resto un controsenso se l’art. 452 del codice penale non venisse contestato ad una autorità pubblica mentre invece lo è – e giustamente – nei confronti di chiesce dalla quarantena pur senza essere definitivamente guarito.

 

Il direttore aggiunto dell’Oms, Ranieri Guerra, è stato infatti un po’ più severo, definendolo “massacro”.

 

Ci vorrà insomma un po’ di tempo per leggere, stabilire connessioni certe tra una decisione politica e i singoli effetti mortali (ognuno dei deceduti ha un nome, una storia, familiari, ecc), ma il legame logico e fattuale tra le delibere e i decessi non è in forse.

 

Nel frattempo è giunta a conclusione anche l’ispezione interna ordinata dal ministero della Salute, e la sottosegretaria Zampa ha anticipato quel che dirà nel pomeriggio, come risposta a varie interrogazioni parlamentari sul caso Lombardia. “Erano state date disposizioni a tutti di non far entrare possibili contagiati. Invece così è avvenuto. Il virus non vola nell’aria, qualcuno deve averlo portato. Bisogna verificare se sono stati fatti tutti i controlli possibili. Le disposizioni erano valide per tutti, non solo per la Lombardia. Sia l’Istituto Superiore di Sanità che una circolare del Ministero imponevano di controllare l’ingresso di possibili casi positivi. Invece lì c’è stato un numero di decessi anomalo, molto alto. Si tratta di una materia molto delicata”.

 

E sotto accusa è proprio il “modello” della sanità lombarda. Non solo per quanto riguarda lo squilibrato rapporto tra pubblico e privato (un record), ma soprattutto come “sistema organizzativo” in quanto tale. L’accusa del vicepresidente dell’Oms, Ranieri Guerra, è precisa e circostanziata: “Bisogna pensare alla riorganizzazione territoriale del sistema sanitario. Quello che non ha funzionato in Lombardia e invece sì in Veneto”.

 

Sotto esame sono 30 anni di governo della destra che, per favorire I privati e ritagliare spazi di spesa pubblica da regalare loro, ha puntato tutto sull’assistenza ospedaliera, anziché su quella territoriale:

 

La Lombardia ha fatto dell’eccellenza ospedaliera una bandiera in tutto il mondo, ma si è scoperta quasi totalmente sguarnita dal punto di vista dell’assistenza sul territorio. E se la prima può permettere a un sistema di reggere sul fronte della cura, non può fare altrettanto sul fronte della prevenzione.

 

La prevenzione – come sa qualsiasi medico, ma non i “manager bocconiani” né quelli auto-s/formati – richiede una presenza capillare sul territorio di medici di base, in grado di “fare filtro” e segnalare per tempo la diffusione di patologie inconsuete nella popolazione che hanno sotto esame. Servono insomma, dice Guerra, medici di base competenti, rapporti continui tra medici e aziende sanitarie, una mappatura dettagliata dei contagi, il contenimento immediato dei nuovi focolai in massimo 24 ore, la diagnostica a domicilio“.

 

L’esatto contrario della “visione leghista”, esposta con la consueta sicumera, dal “numero 2” di via Bellerio (in realtà, molti lo ritengono l’unica vera “testa pensante”, da quelle parti). Solo nove mesi fa, al Meeting di Comunione e Liberazione, se ne uscì così:

 

Nei prossimi cinque anni mancheranno 45mila medici di base. È vero; ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha meno di cinquant’anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito“.

 

Un’affermazione che può essere tranquillamente bombardata con lo slogan suicida consigliato ad Attilio Fontana: La Lombardia parla con i fatti”.

 

11,377 morti, il 50% di tutti i decessi ufficiali in Italia, sono un “fatto” che inchioda la più vergognosa classe politica che questo Paese abbia mai partorito.

 

Tangentopoli, al confronto, prendeva in esame marachelle da quattro soldi. Qui siamo oltre i limiti della tragedia.