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IL CORONAVIRUS ERA STATO “PREVISTO”DALL' OMS NEL 2018

19/04/2020

da Valori

Di Andrea Barolini

 

Da anni si moltiplicano gli avvertimenti degli scienziati su una possibile pandemia. Il coronavirus risponde ad una precisa descrizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Deforestazione, distruzione di ecosistemi, sconvolgimento di equilibri naturali. Il nostro modello di sviluppo non soltanto è strettamente legato, ma poggia interamente (o quasi) le proprie basi su un fattore: l’insostenibilità. Insostenibile, infatti, è l’inquinamento che produciamo con le nostre industrie, responsabile di milioni di morti ogni anno. Insostenibili sono le emissioni di gas ad effetto serraGas che compongono l’atmosfera terrestre. Trasparenti alla radiazione solare, trattengono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera, dalle nuvole.Approfondisci che disperdiamo nell’atmosfera e che stanno producendo una devastante crisi climatica. Insostenibile è lo sfruttamento indiscriminato del suolo per la cementificazione, l’agricoltura intensiva, gli allevamenti da migliaia di animali.

 

«Abbiamo creato le condizioni ideali per la trasmissione dei virus da animali a esseri umani»

 

La conferma – l’ennesima dopo numerosi studi, tra i quali uno coordinato dall’università Sapienza di Roma – è arrivata da un’accurata analisi dell’università della California. La cui Scuola veterinaria ha studiato 142 casi di “zoonosi”, ovvero trasmissioni di patologie dalla fauna (principalmente selvatica) all’uomo. Concludendo che nel 75,8% dei casi, i virus individuati nell’uomo provenivano da animali. In particolare roditori, scimmie e pipistrelli.

 

«I nostri dati – ha spiegato all’agenzia Afp Christine Johnson, direttrice dello studio – mostrano il modo in cui lo sfruttamento della fauna selvatica e degli habitat naturali rappresentano la bare delle zoonosi. Il che ci espone anche a malattie emergenti». La sua analisi è stata effettuata prima della comparsa del coronavirus attuale, il SARS-CoV-2, responsabile del Covid-19. Che, secondo la stessa Johnson, potrebbe essere stato veicolato da una particolare specie di pipistrelli.

 

Già nel 2016 l’UNEP lanciava l’allarme sulle zoonosi

 

«L’essere umano – ha aggiunto la studiosa – modifica i territori con la deforestazione, la conversione delle terre a scopo agricolo, o per gli allevamenti, o ancora per costruire. Ciò aumenta la frequenza e l’intensità degli incontri tra esseri umani e fauna selvatica. E crea così le condizioni ideali per i contagi».

 

Già nel 2016, d’altra parte, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) spiegava che il 60% delle malattie infettive nell’uomo è di origine animale. Quota che sale al 75% nel caso delle patologie emergenti. Il tutto ha comportato un costo diretto, negli ultimi due decenni, di 100 miliardi di dollari. Calcolo che non tiene conto, ovviamente, della pandemia attuale.

 

«Invadiamo le foreste tropicali e altri luoghi selvaggi che ospitano specie animali e vegetali e, assieme ad esse, numerosi virus sconosciuti. Perturbiamo gli ecosistemi, facendo sì che quei virus cerchino nuovi organismi che, spesso, sono i nostri. Quelli degli esseri umani», ha confermato sulle colonne del New York Times David Quammen, giornalista scientifico americano autore nel 2012 del saggio “Spillover. Animal Infections and the Next Human Pandemic” (“Straripamento. Le infezioni animali e la prossima pandemia umana”).

 

Il coronavirus è la “malattia X” di cui parlava l’OMS nel 2018

 

A distanza di otto anni, il reporter spiega: «Quando lavoravo al mio libro, gli esperti mi descrivevano esattamente già ciò che sta accadendo oggi». D’altra parte, già nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva inserito una “malattia X” nella lista delle patologie che rappresentano un «pericolo internazionale». Peter Daszak partecipò alle discussioni in seno all’OMS. Oggi, parlando al quotidiano francese Le Monde, ricorda: «All’epoca indicammo che la “malattia X” sarebbe stata probabilmente di origine animale. E che sarebbe emersa in qualche luogo della Terra in cui lo sviluppo economico ha avvicinato uomini e fauna».

 

Più in generale, infatti, se il numero di persone colpite da malattie infettive è calato negli ultimi 80 anni, le epidemie sono al contrario aumentate dal 1940 ad oggi. Uno studio del 2008, diretto dalla ricercatrice britannica Kate Jones, ha identificato 335 malattie infettive emergenti comparse tra il 1940 e il 2004. Il 60% di esse originava da zoonosi. È il caso del virus Marburg, comparso in Germania nel 1967. Di Ebola, individuata per la prima volta nel 1976 nello Zaire. Dell’Aids, scoperto nel 1981 negli Stati Uniti. Di Hendra, identificata in Australia nel 1994. E della SARS, che ha colpito la Cina nel 2002, così come del coronavirus del Medio Oriente (MERS-CoV), individuato nel 2012 in Arabia Saudita.

 

Il caso del virus Nipah in Malesia nel 1998

L’incremento, secondo la FAO, coincide con l’accelerazione della deforestazione negli ultimi decenni. In 40 anni sono scomparsi infatti 250 milioni di ettari. Il caso del virus Nipah, propagatosi in Malesia nel 1998, è emblematico. Inizialmente, era confinato in alcune specie di pipistrelli che si nutrono di frutta, nel Nord del Paese asiatico. Almeno finché nella zona aprirono allevamenti industriali di suini.

 

Le aziende piantarono anche dei manghi, per garantirsi entrate supplementari. Cacciati così dalle foreste nelle quali vivevano, i pipistrelli si sono accasati sui manghi, beccandone i frutti. A terra lasciavano saliva e escrementi infetti che i maiali hanno mangiato. Così, il virus si è propagato da un allevamento all’altro. Fino a contagiare l’uomo. Provocando centinaia di casi di encefalite nella regione.

 

In quel caso, l’epidemia fu fortunatamente circoscritta. A differenza di quanto accaduto oggi con il coronavirus. «Immaginavamo – ha concluso Peter Daszak, presidente dell’associazione americana EcoHealth Alliance – che la “malattia X” si sarebbe diffusa rapidamente e silenziosamente, sfruttando la globalizzazione commerciale e dei viaggiatori. Ritenemmo che avrebbe colpito numerosi Paesi e che sarebbe stata difficile da contenere». Oggi possiamo affermare che il Covid-19 è la “malattia X”.