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CONTE NON ESCLUDE IL MES. MA LA SFIDA ALLA UE E' SUI TEMPI

22/04/2020

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Mes e nuvole. Il premier rimanda le valutazioni sul prestito e soprattutto chiede più fondi e in fretta. Sul Recovery fund però è già rinvio

 

 

 

Sul nodo dolente di quello che lui stesso definisce «l’ormai strafamoso Mes», Giuseppe Conte, nell’informativa di fronte al parlamento, completa la retromarcia rispetto al pollice verso iniziale. Il discorso è tutto un «Bisognerà attendere», «Dovremo valutare attentamente», «Occorre cautela».

 

Scelta rinviata a quando i dettagli, che sono in realtà l’aspetto decisivo, saranno ben chiari. Pd e M5S raccolgono l’invito a stemperare. Il capogruppo del Pd Andrea Marcucci si uniforma: «Cautela certo, ma se i dettagli diranno che davvero non ci sono condizionalità…». L’omologo a 5 Stelle Gianluca Perilli evita a sua volta affondi. Riprende la requisitoria contro il Mes modello Grecia appena pronunciata dal premier e sottolinea che è contro quel Mes che i 5S fanno muro. Però, aggiunge, le possibilità che venga squadernato un Mes diverso sono esigue.

 

LO SCONTRO NON È superato ma solo rinviato, sempre che la rigidità dei pentastellati non si stemperi ulteriormente nel prosieguo come profetizza beffardo Matteo Renzi: «Cambieranno posizione come hanno già fatto tante altre volte». La tregua comunque tiene. È un risultato reso possibile solo dalla decisione, lecita ma tirata per i capelli, di svolgere un’informativa, dunque senza mozioni e voti, invece delle rituali comunicazioni. Scelta confermata dal voto dell’aula, tra gli urli e le proteste dell’opposizione.

 

MA SE QUALCOSA è emerso con evidenza dal dibattito di ieri è proprio che il Mes, per quanto accenda gli animi, è un problema secondario. Conte lo fa capire, la capogruppo di LeU Loredana De Petris lo spiattella senza remore: «Il vero problema non è il Mes: è il debito». Senza arrivare ad affermazioni altrettanto esplicite Conte aveva già detto che, con o senza Mes, la risposta dell’Europa non può limitarsi alle misure già decise: «Deve essere molto più efficace e consistente».

 

Poco importa, in fondo, se il Piano europeo passerà per la proposta francese, appoggiata anche dall’Italia, o per quella spagnola, che l’Italia potrebbe sostenere, o per i Coronabond messi in campo dallo stesso Giuseppe Conte ma già bocciati a più riprese da Angela Merkel. L’importante è che il Piano europeo anticrisi sia «ben più consistente degli strumenti di cui si parla». Che sia «gestito a livello europeo senza assumere carattere bilaterale», cioè che sia in mano alla commissione e non, come il Mes, agli Stati. Che sia privo di condizionalità, incluse quelle abituali in questi casi. Ma soprattutto che sia immediatamente disponibile.

 

CONTE NON LO DICE ma il cruccio principale è rappresentato proprio dai tempi. In un modo o in un altro il Recovery Fund nascerà ma se partirà con la tabella di marcia tipica della lenta Europa quei fondi arriveranno quando per l’Italia sarà troppo tardi. È questa la vera sfida di Conte e in realtà del Paese tutto, non il Mes. È su questo che il premier minaccia, se il Piano non corrisponderà alle esigenze elencate, di mettere il veto: «Non potrò accettare un compromesso al ribasso». Subito dopo però, proprio nell’ultimo passaggio del suo intervento, Conte ufficializza quel che le “voci da Bruxelles” facevano circolare già da ore: il vertice di domani non sarà conclusivo.

 

Non varerà Piani di sorta. Rinvierà. «Non ritengo sarà risolutivo ma farò di tutto perché esprima un indirizzo politico chiaro», ammette il premier del Paese europeo più a rischio di tutti, quello che più di ogni altro necessità di un intervento d’urgenza, quello che si trova davvero vicino all’orlo dell’abisso economico.

 

IL CONSIGLIO EUROPEO intende infatti aspettare la proposta della Commissione, alla quale ha fatto velatamente cenno anche il premier Conte e che dovrebbe essere avanzata il 29 aprile. Si tratterà del Recovery Fund finanziato con buoni emessi dalla Commissione stessa sulla base del bilancio europeo. Ma con i Paesi “frugali” del nord che frenano, i tempi rischiano di allungarsi di parecchio. Tanto da essere insostenibili per un Paese che nel prossimo Def potrebbe dover registrare una grave recessione, un debito tra il 150 e il 160% del Pil, un deficit vicino al 10%.

 

Oggi il governo licenzierà il decretone d’aprile. Lo scostamento, ha annunciato Conte, sarà di 50 miliardi. Una manovra ciclopica che, nelle condizioni date, è lontanissima dall’essere sufficiente.