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L’EMERGENZA CONTINUA , FARE IL CONTRARIO DI QUEL CHE PROPONE CONFINDUSTRIA

10/05/2020

 

La decisione da parte del governo di avviare la cosiddetta fase 2 nonostante il contagio sia ancora in atto – come d’altronde in altri paesi – è assai indicativa dell’egemonia capitalistica sulle nostre società e in particolare sulla politica. Esce confermato il quadro che delineato nel documento approvato nella precedente riunione della direzione. Nessuna emergenza di per sé induce automaticamente cambiamenti positivi senza conflitto sociale e lotta politica adeguata. Un dato appare chiarissimo: i dati più gravi vengono dai due paesi guida della destra iperliberista, gli USA e la Gran Bretagna.

 

Stiamo entrando nella Fase 2 senza che spesso sussistano le condizioni minime per salvaguardare lavoratrici e lavoratori e col rischio di una ripresa dei contagi. Non sono state previste sanzioni penali rilevanti per le aziende responsabili di mancata garanzia delle condizioni di sicurezza per la salute dei lavoratori, né un serio e capillare piano di controlli nei luoghi di lavoro, né pianificata la sicurezza nella rete del trasporto pubblico.

 

Mancano il personale e le strutture sanitarie a livello territoriale, il trasporto pubblico è totalmente impreparato tanto che si fa affidamento sull’uso dei mezzi privati, la gestione della salute e della sicurezza delle fabbriche è lasciata alla buona volontà degli imprenditori senza controlli preventivi e strutture che possano effettuarli nel tempo.

 

Denunciamo come irresponsabili queste scelte e il tentativo in atto su tutti i media di attribuire tutte le responsabilità di una possibile ripresa dei contagi ai cittadini indisciplinati.

 

Ma ora occorre che esercitiamo tutta la vigilanza possibile per documentare e denunciare i casi nei quali cittadini e lavoratori, vuoi su mezzi di trasporto affollati, vuoi in luoghi di lavoro privi delle condizioni di sicurezza vedono messa a rischio la propria salute.

 

La vigilanza dal basso e la denuncia delle situazioni di rischio è un terreno di intervento politico a cui dobbiamo dedicare la massima attenzione in tutti i territori.

 

Nonostante il governo si sia dimostrato fin troppo cedevole alle pretese di Confindustria assistiamo a un’offensiva dei nuovi vertici che va contrastata in quanto ha come obiettivo palese quello di far cadere il costo della crisi sulla classe lavoratrice e i ceti popolari.

 

Il blocco dell’egoismo proprietario e delle imprese è molto aggressivo e tende non solo a interdire qualsiasi misura riformatrice ma a rilanciare una nuova ondata di riduzione dei diritti e di prepotenza padronale. E’ bene che a questa offensiva si risponda a voce alta ricordando le responsabilità del padronato nella strage lombarda e l’irresponsabilità sociali di grandi gruppi che hanno spostato la sede legale all’estero ma acquistano grandi quotidiani nazionali per condizionare politica e opinione pubblica.

 

Va contrastata la tendenza a stringersi intorno al governo Conte rinunciando a una critica più che necessaria a scelte politiche assolutamente inadeguate e spesso negative e inaccettabili. La sinistra in questa fase deve con la massima autonomia dare voce alle istanze sociali e prospettare alternative concrete non rassegnandosi alla dialettica tra le posizioni della destra e quelle governative.

 

Nessuno come noi ha denunciato in Lombardia e in Piemonte le Giunte della destra leghista e proseguiamo la battaglia contro la cattiva gestione dell’emergenza sanitaria e per il commissariamento anche sul piano giudiziario. Contrastiamo una destra che mostra un volto sempre più padronale e che propone le solite ricette di deregulation di berlusconiana memoria che già hanno seminato danni.

 

Anche la sentenza della Corte Costituzionale tedesca evidenzia le contraddizioni della destra fascioleghista. Il ricorso contro l’intervento della BCE è stato promosso, tra gli altri, proprio da un fondatore dell’AFD, partito di riferimento della Lega in Germania.

 

La realtà è che lo spazio sociale a una destra becera, senza proposte e piena di contraddizioni lo offrono invece le inadeguate politiche del governo e dell’UE.

 

Il risultato dei vertici europei è assolutamente disastroso per la mancanza di volontà di aprire sul serio una fase nuova di interventi in grado di affrontare una crisi di dimensioni enormi. E la posizione del governo italiano continua a essere troppo condizionata dalla fedeltà alla governance ordoliberista europea del Partito Democratico.

 

E’ il momento per una battaglia in Italia e in Europa per imporre un’uscita dalla crisi nel segno della solidarietà, della difesa e del rilancio della sanità pubblica e del welfare, dei diritti di lavoratrici e lavoratori, dell’occupazione, della riconversione dell’economia.

 

La nostra proposta di utilizzare i soldi della Bce senza creare nuovo debito per gli stati – in parte simile a quella del governo spagnolo – è l’alternativa a scelte che sono volte a spendere ora per poi rimettere i popoli sotto il ricatto del debito come vincolo esterno per imporre ulteriori tagli, precarietà, riduzione dei diritti, e saccheggio del pubblico e dei beni comuni.

 

Di qui la necessità che la campagna per l’intervento diretto della Bce deve proseguire con un impegno forte di tutto il partito, utilizzando la raccolta delle firme sulla petizione che abbiamo lanciato per far comprendere la nostra proposta e costruire intorno ad essa lo schieramento necessario politico, sociale e sindacale. In Italia e a livello europeo.

 

Rimane aperta anche a livello nazionale la questione centrale del conflitto di classe in questa fase: quella del come e da dove devono venire le risorse necessarie per garantire la salute, i diritti, i redditi, il lavoro, le attività economiche dentro l’emergenza e nella fase di uscita.

 

Dobbiamo constatare che il governo si attesta su posizioni sbagliate di chiusura alla patrimoniale e anche a modesti e provvisori aumenti della progressività fiscale per i redditi più alti. Questo orientamento a difesa dell’egoismo proprietario del 10% più ricco della popolazione lo pagheranno le classi popolari e le aree più povere del paese se non si impone una politica di effettivo cambiamento. Se ne profilano le conseguenze già nel DEF e nell’intenzione di sottrarre risorse a un meridione già penalizzato nell’ultimo ventennio.

 

La tassazione dei grandi patrimoni, la progressività fiscale, il taglio della spesa per gli armamenti e le grandi opere inutili e dannose sono scelte imprescindibili se si vuole rispondere all’emergenza sociale seguendo le indicazioni contenute nella Costituzione.

 

L’arroganza di Confindustria ricorda che solo uno schieramento che dia voce agli interessi e si radichi nella classe lavoratrice può contrastare derive antidemocratiche e l’imbarbarimento della società con un programma come quello che da tempo prefiguriamo.

 

Il fatto che un’antica nostra proposta programmatica – la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – riemerga nel dibattito pubblico su iniziativa di una task force di esperti incaricati da un ministero dimostra che dal punto di vista sociale la rottura con le politiche e il pensiero unico neoliberista ormai dovrebbe essere semplice scelta di buon senso. La stessa piattaforma dei sindacati della scuola che ricalca proposte che avanziamo da tempo contro le cosiddette “classi pollaio” conferma che nel nostro paese c’è bisogno di un’alternativa di sinistra.

 

Come Rifondazione Comunista lavoriamo affinchè i movimenti e le soggettività della sinistra anticapitalista, antiliberista, ambientalista, femminista trovino le forme di mobilitazione per dare forma a un’opposizione sociale efficace. La gravità della crisi sociale e sanitaria e la pressione enorme che esercita Confindustria dovrebbero spingere le organizzazioni sindacali, e in particolar modo alla Cgil, a una risposta più forte e incisiva in termini di mobilitazione e di piattaforma programmatica.

 

Il governo non mostra l’intenzione di perseguire politiche redistributive e di reperire risorse laddove ci sono e tantomeno di tagliare le spese militari o sulle grandi opere inutili come il Tav in Val di Susa. Di conseguenza gli interventi per aiutare le persone e le famiglie rimaste senza redditi e garantire la tenuta dei settori economici sono del tutto insufficienti e molto inferiori rispetto a quanto stanziato da altri stati.

 

Tanto più gravi appaiono i ritardi con cui vengono erogati anche perché in molti casi riguardano settori sociali che già in tempi normali non arrivano a fine mese o piccole e piccolissime aziende che spesso hanno entrate assimilabili a quelle da lavoro dipendente.

 

Se nell’erogazione della cassa integrazione ordinaria si registrano ritardi discutibili, nel caso della cassa in deroga i ritardi sono gravissimi. Anche in questo caso le Regioni, esaltate dalla retorica delle fallimentari riforme di centrodestra e centrosinistra, si dimostrano una palla al piede del paese e gravano negativamente le 21 procedure e 21 tempistiche diverse, evidenziando i danni per l’efficienza e l’universalità dei diritti nel Paese.

 

Ma il fatto più grave è che fino ad oggi per milioni di persone non è stato stanziato nulla. Parliamo di una platea di milioni di cittadine/i e la scelta di trasformare in “contributo provvisorio” il reddito di emergenza va nella direzione opposta rispetto a quella di un’estensione del reddito di cittadinanza auspicata persino dal Papa.  Ai proclami di Grillo e alle dichiarazioni di Zingaretti corrisponde nella realtà la scelta di non affrontare l’emergenza sociale nel paese e di non implementare un welfare inclusivo. Da quanto finora emerso il “decreto Maggio” non contiene risposte nemmeno i contributi per gli affitti.

 

Non è con queste politiche che si contrasta la destra che soffia sul fuoco della sofferenza sociale e della paura.

 

Per affrontare la crisi bisogna fare il contrario di quel che propone Confindustria e lavorare per la costruzione di un’alternativa politica e sociale al governo Conte.

 

La Direzione nazionale impegna il partito nella prosecuzione e rilancio delle campagne avviate e in particolare