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ECCO I BIG DELLA MODA CHE SFRUTTANO I LAVORATORI IN CINA

13/05/2020

da Valori

Corrado Fontana

 

«Il gruppo H&M proibisce severamente il lavoro forzato, coatto, in carcere o illegale nella nostra catena di fornitura». Parola della multinazionale della moda fast fashion all’ultima assemblea degli azionisti (la cosiddetta AGM o Annual General Meeting), il 7 maggio 2020.
La posizione pubblica però stride con le informazioni contenute in un rapporto appena pubblicato da un think thank australiano specializzato sui temi della sicurezza cibernetica. Nel documento elaborato dall’ASPI International Cyber Policy Centre si parla dei membri della minoranza turcofona musulmana degli uiguri, notoriamente perseguitata in Cina.

Secondo gli analisti ben 80mila cittadini di etnia uigura negli ultimi tre anni sarebbero stati spostati e costretti a operare nelle linee di produzione di fabbriche sparse per tutta la nazione. Verrebbero inoltre sottoposti a “ricondizionamento” coatto, compiuto tramite controllo politico, sorveglianza digitale, rieducazione e, appunto, il lavoro.

 

H&M è citata tra 83 aziende straniere e cinesi che avrebbero «beneficiato direttamente o indirettamente dell’uso di lavoratori uiguri al di fuori dello Xinjiang attraverso programmi di trasferimento del lavoro potenzialmente abusivi fino al 2019». Di queste, quasi un quarto è nel settore tessile. Nomi celebri e molto amati da sportivi e giovani:

 

  • Abercrombie & Fitch,
  • Adidas,
  • Calvin Klein,
  • Cerruti 1881,
  • Fila,
  • Gap,
  • H&M,
  • Jack & Jones,
  • Lacoste,
  • Nike,
  • The North Face,
  • Polo Ralph Lauren,
  • Puma,
  • Skechers,
  • Tommy Hilfiger,
  • Uniqlo,
  • Victoria’s Secret,
  • Zara,
  • Zegna.

 

Ma oltre a H&M c’è almeno un’altra multinazionale del tessile e della moda che merita attenzione. L’americana Nike sarebbe infatti il principale acquirente (sette milioni di paia di scarpe l’anno) di uno stabilimento chiamato Quingdao Taekwang Shoes Co. Ltd, di proprietà di un conglomerato chimico e tessile sudcoreano. Stando al rapporto ASPI e alle fonti ufficiali, ben 9800 lavoratori uiguri sono stati trasferiti in questa fabbrica in più di 60 lotti dal 2007, e nel gennaio scorso vi erano impiegati circa 600 appartenenti a minoranze etniche dello Xinjiang. Le lavoratrici giunte da questa provincia sarebbero «per lo più donne uiguri delle prefetture di Hotan e Kashgar, che sono parti remote dello Xinjiang meridionale che il governo cinese ha definito “arretrate” e “disturbate dall’estremismo religioso”». In un approfondimento del Washington Post del marzo 2020 si legge che la fabbrica assomiglia a una prigione, con filo spinato, torri di guardia, telecamere di sorveglianza e una stazione di polizia dedicata. E, secondo l’inviata del giornale, gli operai uiguri non possono recarsi in autonomia al lavoro né possono tornare a casa per le vacanze.

 

Dall’inizio degli anni Duemila il governo avrebbe mobilitato le province e le città costiere più ricche per sviluppare regioni di frontiera come lo Xinjiang e il Tibet. Tale pratica è stata realizzata incoraggiando attivamente il trasferimento dei lavoratori «in nome della promozione della “fusione interetnica” e “riduzione della povertà”». Comprimendo talvolta i diritti civili e i diritti umani, lo Stato è però venuto incontro al bisogno di mano d’opera low cost dell’industria tessile. «Gli abusi perpetrati dal governo cinese nella regione dello XUAR (Xinjiang Uyghur Autonomous Region) a danno della popolazione degli uiguri e di altre minoranze turche e musulmane sono un fatto molto grave, che peraltro interessa quasi 2 milioni di persone» ricorda la portavoce della Campagna Abiti Puliti, Deborah Lucchetti. «C’è il rischio che marchi e distributori internazionali del settore moda stiano di fatto utilizzando lavoro forzato proveniente da questi territori e addensato nelle parti iniziali della filiera, dove si produce il tessuto di cotone poi acquistato come materia prima dai marchi di abbigliamento».

 

La questione è molto delicata ed è chiaro che, stante l’assoluta difficoltà a intervenire in maniera risolutiva per rimuovere tali gravissimi abusi, «potrebbe essere necessario che i marchi che si approvvigionano di materie prime provenienti dalla regione dello XUAR, cessino i loro rapporti commerciali con quei fornitori». Un fronte che si salda con la richiesta al governo, rafforzata da una petizione, che i fondi pubblici utilizzati per la ripresa dalla crisi per coronavirus vadano a società rispettose delle persone e senza una sede in paradisi fiscali.