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VIVIAMO UNA CRISI PEGGIORE E DIVERSA DA QUELLA DEL 2008

21/05/2020

da il Manifesto

Pierluigi Ciocca

 

Economia e Covid. Secondo le prime precarie previsioni, per ricondurre l’Euroarea sui livelli (12 mila mld) del 2019 occorrerebbe intervento di bilancio di 1000mld, l’8% del Pil dell’area

 

Nell’attesa di terapie e vaccini antivirus, in Europa e in Italia la crisi economica s’aggrava.

 

E’ peggiore e diversa da quella del 2008-2009. È peggiore: nel 2009 il Pil cadde nell’Euroarea del 4,5%, in Germania e in Italia del 5,5%. In Italia rispetto al livello del 2007 era inferiore del 10% nel 2013 e ancora del 5% nel 2019. Se l’Europa non agirà in modo tempestivo, massiccio e coordinato nel 2020 la flessione potrebbe risultare più che doppia di quella del 2009.

 

È diversa: allora si trattò di un cedimento, evitabile, della finanza e della domanda globale in alcuni paesi, fino al disastro greco. Sarebbe bastato sostenere per tempo con maggiori risorse pubbliche la domanda e non lesinare nel sostegno alle economie più deboli. Oggi lo shock sanitario, oltre a colpire tutti, abbatte non solo la domanda ma anche l’offerta globale.

 

La produzione è stata frenata dalle chiusure prescritte a tutela della vita dei cittadini, di chi li cura.

 

Resta frenata da attriti nel lavoro, nei rapporti, nella distribuzione. E’ soprattutto frenata dall’incertezza che impedisce a famiglie e imprese di valutare se ciò che accade è temporaneo o permanente. Le probabilità sono incommensurabili, le decisioni rinviate. I prezzi relativi non svolgono la funzione segnaletica: le risorse stentano a orientarsi verso le produzioni i cui prezzi salgono, riallocate dai settori dove i prezzi scendono.

Sinora il livello medio dei prezzi non è aumentato, grazie anche al crollo delle quotazioni del petrolio.

 

Ma qualora l’offerta globale cadesse più della domanda, ovvero si riprendesse più lentamente della domanda, la spesa eccederebbe una capacità produttiva amputata dalle strozzature. Vi sarebbe quindi stagflation, il peggiore dei mondi.

 

Deve attuarsi una politica di bilancio espansiva, mentre la politica monetaria crea liquidità. Questo sta avvenendo. Gli stimoli, molto rilevanti, vanno peraltro dosati e distribuiti nel tempo. Non è da sottovalutare il rischio inflattivo connesso anche col rinnovato blocco delle attività produttive che un riaccendersi dell’epidemia imporrebbe.

 

In Europa – con la grave eccezione della golden rule, ostinatamente negata agli investimenti pubblici – sono stati sospesi i vincoli di bilancio introdotti sin da Maastricht. Sono stati consentiti sostegni ai produttori. La spesa pubblica monta.

 

La politica monetaria non può, da sola, sostenere la domanda. Il suo insuccesso nell’ultimo decennio lo conferma. Pure, la Bce e le banche centrali nazionali affiancano la politica di bilancio con massicci acquisti nel mercato secondario dei titoli pubblici a bassi tassi dell’interesse, mentre persiste l’assurdo divieto di poter sottoscrivere titoli di Stato all’emissione.

 

Per alimentare la maggiore spesa il debito deve e può aumentare. La base di partenza è relativamente solida. Nel 2019 il deficit medio di bilancio dei paesi dell’Euroarea non superava l’1% del Pil, il debito totale era pari all’86% del Pil. L’Europa è chiamata a dare ai mercati finanziari un fortissimo segnale di coesione, coordinamento, restauro del progetto comunitario. I titoli emessi dall’Unione sono collocabili a condizioni migliori di quelle possibili ad alcuni suoi membri, fra cui l’Italia.

 

Le risorse così raccolte verrebbero dall’Unione trasferite come crediti ai paesi che le richiedessero. Tali crediti sarebbero meno costosi e volatili di quelli ottenibili con spreads elevati attraverso emissioni degli Stati nazionali. Queste dovranno comunque fronteggiare ampia parte della spesa pubblica in deficit. Sulla scorta delle prime, molto precarie, previsioni ufficiali è ipotizzabile che per ricondurre l’attività economica dell’Euroarea sui livelli (12mila miliardi di euro) del 2019 occorra un intervento di bilancio di circa 1000 miliardi di euro (l’8% del Pil dell’area).

 

Nel caso italiano la recessione è più acuta che nella media dell’Euroarea. Se nel volgere del 2020 il Pil dell’Italia tendesse a cadere del 10%, o più, l’impulso di domanda complessivo dovrebbe aggirarsi nell’anno sui 150/200 miliardi. I crediti comunitari – a cui è opportuno ricorrere, al di là della loro fonte (Mes, Sure, Bei, Recovery Fund, bilancio comunitario) – integrano i titoli della Repubblica.

 

Questi sono da collocare al più presto finché lo spread è contenuto e perché i crediti non saranno immediati. Il tentativo di piazzare nel mercato emissioni della Repubblica cinquantennali o addirittura irredimibili non riuscirebbe. Basterà preservare con Buoni del Tesoro poliennali la vita media del debito, che è di circa otto anni, un arco di tempo entro il quale la crisi sarà sperabilmente superata.

 

Estendere la cassa integrazione, sussidiare un’ampia fascia di famiglie e imprese davvero bisognose, puntare su investimenti ad alto moltiplicatore: sono, questi, i tre impegni fondamentali a cui lo Stato è chiamato. Il debito pubblico rischia di travalicare il massimo storico del 160% del Pil, toccato dopo la prima guerra mondiale. Il suo peso potrà in futuro ridursi solo se l’economia avrà ritrovato il sentiero di crescita smarrito da vent’anni. E’ quindi cruciale che la risposta alla recessione sia sin da ora collegata con una politica strategica, di medio termine, lungo linee configurabili, in sintesi, come segue (non posso che rinviare al mio Tornare alla crescita, Donzelli, 2018).

 

Una quota dei 150/200 miliardi deve alimentare un programma che scandisca secondo priorità, economiche e sociali, gli investimenti pubblici e li risollevi entro la legislatura dall’attuale 2% del Pil almeno al 3,5%, il rapporto su cui si attestavano prima degli improvvidi tagli, estesi financo alla sanità. Sanità, sicurezza del territorio e dell’ambiente, infrastrutture materiali e immateriali, istruzione, ricerca s’impongono come architravi del programma.

 

Queste strutture sono da potenziare soprattutto nel Mezzogiorno, sia perché lì drammaticamente carenti sia per orientarle alle specifiche urgenze e potenzialità di fuoruscita dell’economia meridionale dall’arretratezza (rapporti col Mediterraneo, turismo, efficienza della PA, repressione della criminalità).

Al di là dell’attuale ciclo perverso resta prioritario completare il risanamento della finanza pubblica: tagliare le spese correnti contenibili, azzerare gli sprechi, battere l’evasione, limitare le deduzioni fiscali. La distribuzione dei redditi dev’essere posta al centro dell’azione sperequatrice dello Stato.

 

Ciò sia per ragioni d’equità sia per consentire alle fasce deboli della forza-lavoro, segnatamente giovanili, di recare al progresso del Paese l’apporto che oggi è loro precluso per limiti di capitale umano e scarsezza di opportunità. Al fine di costringere le imprese a ricercare il profitto facendo leva sul progresso tecnico, l’accumulazione di capitale, la produttività, va imposta ai produttori la concorrenza attraverso i prezzi e ancor più attraverso le innovazioni.

 

Al tempo stesso alle imprese va offerto un nuovo ordinamento giuridico dell’economia. Sono da ammodernare il diritto societario, fallimentare, processuale, della concorrenza come pure i rapporti fra i produttori e la PA, le cui inefficienze sono spesso intollerabili, a cominciare dagli appalti e dalla gestione delle opere infrastrutturali.