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TRUMP E LE PRESIDENZIALI USA, L' «INFLUENZA» DELLA QUESTIONE CINESE

Guido Moltedo

 

Una flotta statunitense – due portaerei, la Ronald Reagan e la Nimitz, tristemente associata alle due guerre del Golfo, più quattro navi leggere – è in navigazione verso le acque del Mar delle Filippine e del Mar Cinese Meridionale, nella zona delle isole Paracelso, dove dal primo luglio sono in corso esercitazioni della marina militare cinese. Isole oggetto di contesa con il Vietnam dal 1974, in acque politicamente tempestose, essendo l’area – in posizione strategica e ricca di risorse – al centro di un intreccio di vertenze territoriali, che vedono protagonisti i paesi della regione, Cina, Giappone, Vietnam. Corea del Sud, Filippine, Malesia, Taiwan e Brunei. La Cina è visibilmente nervosa.

 

E ci pensa Mike Pompeo a stuzzicarla, alimentando volutamente la tensione. L’America – dice il segretario di stato – «è d’accordo con i suoi amici del Sudest asiatico: le esercitazioni della Repubblica popolare cinese nelle acque contese del Mar Meridionale Cinese sono altamente provocatorie. Ci opponiamo alle pretese illegali di Pechino. Punto e a capo».

 

La Cina è dunque al centro della campagna elettorale di Donald Trump. Tra comizi e tweet che disegnano un indecifrabile programma per la sua rielezione – se non quello legato alla sua persona, al suo personaggio, al suo repertorio di paure e odio – spicca la questione cinese, declinata in più modi, con un filo conduttore evidente: la Cina è il Nemico.

 

Il coronavirus è battezzato the virus which came from China, il virus venuto dalla Cina, the Chinese virus, Kung Flu. «Potrei dargli venti nomi», dice in un comizio a Phoenix. E’ la Cina di cui sono amici e succubi i democratici e Joe Biden, in particolare, a cui riserva una sequenza di specifici spot velenosi. A Pechino, poi, s’inizia ad attribuire, da parte di Trump e dei suoi strateghi, un vero e proprio disegno per alterare l’esito delle elezioni di novembre, organizzando brogli nel voto via posta e altre diavolerie informatiche, soprattutto negli stati in bilico.

 

In tre o quattro stati decisivi, dovesse passare Biden, Trump farebbe ricorso, denunciando la manina straniera, con l’obiettivo di escludere questi stati dalla conta dei delegati e di rubare così la vittoria a Biden. Accusato, nel frattempo, per rendere credibile questo terreno accusatorio, di essere debole con la Cina. Verso la quale, invece, il commander-in-chief esibisce la potenza muscolare delle portaerei nucleari a poche miglia dalla sua costa.

 

Siamo a 118 giorni dalle elezioni presidenziali. Il registro che segnerà e scandirà ogni giornata, di qui ad allora, ruoterà intorno al Nemico, la Cina, perché la narrazione che piace all’elettorato di Trump è l’America che ha un grande nemico che la vuole assoggettare e che dunque va messo in riga. Un nemico in combutta con nemici interni, quelli che fanno cadere le «bellissime» statue della storia del suprematismo bianco e che arrivano a dipingere a lettere cubitali gialle Black Lives Matter – «un simbolo d’odio» – «la strada del lusso», la Quinta strada di New York, dove sorge la Trump Tower, complice il sindaco democratico Bill de Blasio.

 

Con le navi da guerra che ronzano nelle sue acque e con il crescendo di contumelie verso la sua leadership, bisognerà contare sui nervi saldi di Xi e dei dirigenti cinesi, perché non succeda l’incidente che cambia il corso degli eventi. Che, a dar retta ai sondaggi, vedono Trump in grande difficoltà – undici punti dietro Biden -, anche in stati che, prima della pandemia, avrebbe considerato giù acquisiti.

 

È evidente l’intenzionalità di tenere sotto pressione Pechino, perché possa succedere qualcosa in grado di ridare slancio a una campagna in grandissima crisi, mentre il coronavirus miete vittime, mette ko il sistema sanitario di stati «amici» di Trump, come il Texas e la Florida, e la disoccupazione resta terribilmente alta, nonostante le ridicole affermazioni del presidente di fronte a un parziale recupero di posti di lavoro perduti.

 

C’è da dire però che Biden conduce una campagna elettorale speculare a quella di Trump, concentrando i suoi attacchi sui suoi rapporti con la Cina. Accusa sostanzialmente il presidente di fare la voce grossa, ma di essere di fatto succube di Xi Jinping, se non proprio preso in giro dal leader cinese.

 

Certo, le relazioni con Pechino sono obiettivamente rilevanti in un confronto elettorale. Il fatto è che né Biden né i democratici riescono a imporre sull’agenda temi di politica internazionale al di là di una riproposizione dello schema del bipolarismo stile guerra fredda, con Pechino al posto di Mosca. Mentre non mancano temi anche più urgenti, come la questione iraniana, su cui non si sa ancora cosa pensa il candidato democratico, e più in generale il Medio Oriente, con al centro la politica annessionistica d’Israele e il perdurante conflitto siriano.

 

Né si parla delle relazioni transatlantiche, della Nato, dell’America latina. Va preso atto del sottotesto di queste elusioni: comunque – a prescindere da chi sarà il nuovo presidente – l’asse strategico americano s’è definitivamente spostato in Asia e nel Pacifico.