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LO STRANO CASO DELLE PENSIONI: GOVERNO SILENTE, SALVINI BUGIARDO

28/04/2012

da Il Manifesto

Massimo Franchi

 

Commentando il Recovery plan di Draghi, Matteo Salvini ha rivendicato: «Siamo nel governo per evitare che la sinistra metta la patrimoniale e alzi l’età pensionabile». Sulla prima parte sarebbe bello avesse ragione. Sulla seconda è ridicolo, come gli capita da mesi sull’argomento. La sinistra e i sindacati chiedono di abbassare l’età pensionabile e di renderla flessibile, mentre il primo gennaio 2022 tornerà a 67 anni (o 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne) con praticamente tutta la riforma Fornero per merito di Salvini e del primo governo Conte «del cambiamento».

 

Quel giorno scadrà la sperimentazione triennale di Quota 100 e – solo chi poteva andare in pensione con 62 anni e 38 di contributi, per gli altri tutto uguale – si troverà davanti uno «scalone» di ben 5 anni di attesa in più per l’agognato ritiro dal lavoro.

 

LA FALSA QUERELLE sul passaggio di Quota 100 prima inserito e poi cancellato dal Pnrr di Draghi spiega bene il paradosso della situazione. Le ricostruzioni di questi giorni sono fallaci: non è vero che quel passaggio era richiesto dalla commissione europea semplicemente perché a Bruxelles sanno benissimo che Quota 100 scade e sono altrettanto contenti che dal 2022 torni l’austerità previdenziale della riforma Fornero.
Se c’è qualcuno che aveva interesse a mettere nero su bianco nel Pnrr la fine di Quota 100 condita da qualche anticipo per «i lavori usuranti» sono forse Draghi e il ministro Daniele Franco che così avrebbero messo le mani avanti nel confronto che da mesi chiedono al governo a gran voce Cgil, Cisl e Uil per varare dal 2022 una vera riforma che introduca flessibilità in uscita a partire dai 62 anni di età e una pensione di garanzia contributiva decente per precari e giovani che hanno pagato e pagheranno disoccupazione, pandemia e buchi contributivi.

 

MA QUI – ECCO LA SORPRESA – è arrivata la voce di chi Quota 100 l’ha attuata e difesa: l’ex sottosegretario al Lavoro del governo Conte uno Claudio Durigon della Lega, ora sottosegretario di Franco al Mef. Ebbene, Durigon ieri ha parlato di «anno bianco, anno di tregua e transizione». Insomma, delle due l’una: la Lega o chiede a Draghi di prolungare Quota 100 per un altro anno o accetta di tornare alla Fornero per il 2022. Solo sullo sfondo la proposta di mandare in pensione in anticipo chiunque abbia 41 anni (tantissimi) di contributi.

 

L’inventore di Quota 100 Alberto Brambilla, fondatore di «Itinerari previdenziali» – think tank lautamente considerato dal Corriere della Sera – invece da mesi sta strombazzando la sua nuova creatura: Quota 102. Alzare di due anni il requisito anagrafico di Quota 100 (da 62 a 64 anni di età) lasciando i (quasi irraggiungibili per i precari) 38 anni di contributi.

 

Come il manifesto ha già dimostrato prima della pandemia, Quota 100 è stato un flop: nel triennio le domande sono state poco più di un terzo del milione previsto e hanno garantito in buona parte dipendenti pubblici e pochissime donne, penalizzate dai periodi di cura di figli e familiari.

 

PECCATO CHE I 7 MILIARDI risparmiati dalle poste di bilancio – esagerate – previste a copertura di Quota 100 siano in buona parte già state utilizzate per altri capitoli di spesa o per ridurre il debito pubblico – a dimostrazione della continuità di visione con la riforma Fornero, servita per ridurre il rapporto debito/Pil di parecchi punti dal 2011 a oggi e in futuro, visto che la riforma che non prevede un calo dell’età pensionabile nonostante la diminuzione dell’aspettativa di vita causa pandemia: sono previsti solo aumenti.

 

IN TUTTO QUESTO RIMANE l’assordante silenzio del governo. Mario Draghi finora ha parlato di tutto tranne che di pensioni (dimostrando di essere in linea con la commissione Ue) mentre il ministro competente Andrea Orlando non raccoglie da mesi la richiesta di Cgil, Cisl e Uil di un confronto e non accelera le commissioni ministeriali che dovrebbero finalmente dividere previdenza da assistenza – dimostrando che la spesa italiana è al 12% (e non al 17%) rispetto al Pil, in linea con il resto d’Europa – e analizzare le differenze di aspettativa di vita dei lavori più gravosi.