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LICENZIAMENTI , TORNA IL VENTO RIGORISTA. MAGGIORANZA DIVISA

04/06/2021

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

Un lavoraccio. Dopo l’«invito» della Ue a togliere il blocco, i sindacati sul piede di guerra. Mentre Confindustria insiste e volano di nuovo i falchi

 

L’invito Ue a riprendere di lena i licenziamenti? «Non è una valutazione ufficiale della Commissione ma uno studio», prova a minimizzare il ministro del Lavoro Andrea Orlando mentre infuria la tempesta e rullano i tamburi di guerra dei sindacati. Il governo si tiene in equilibrio su una fune sottile e Orlando lo sa: «Oggi si sta discutendo della gradualità con cui superare il blocco. Si è raggiunto un punto di equilibrio e credo che la discussione debba partire di lì tenendo conto delle posizioni diverse nella coalizione». Poi un colpo al cerchio, «Penso che lo studio non valuti adeguatamente tutte le variabili del caso italiano», e uno alla botte, «Siamo tutti d’accordo sul superare il blocco: si sta discutendo sulle modalità». Insomma, il governo è tra due fuochi e cerca una via per coniugare spinte difficilmente compatibili.

 

AI SINDACATI quello «studio» che di accademico non ha niente e che accusa il blocco dei licenziamenti di «andare a detrimento degli occupati a tempo determinato» e di essere «persino controproducente» è suonato come una dichiarazione di guerra. «È una bugia totale. Se c’è la necessità di riorganizzare il lavoro invece dei licenziamenti si devono utilizzare altri strumenti, dai contratti di solidarietà alla cig, dalla formazione ai contratti di espansione», sbotta Landini. Per la Cisl il segretario Sbarra è altrettanto tassativo: «Mantenere il blocco almeno fino a ottobre è solo una proposta di buon senso, un atto di responsabilità». Più apocalittico il leader della Uil Bombardieri: «Bisogna trovare soluzioni ragionevoli per evitare la catastrofe sociale».

 

È UNA PRESSIONE CHE il governo non può ignorare. Ma dall’altra parte non c’è solo Confindustria, che insiste invece per rimuovere il blocco il 30 giugno, nei tempi per ora fissati. C’è una Ue che ha sempre più palesemente fretta di chiudere la parentesi antirigorista dell’era Covid. A Berlino i falchi insistono per un ritorno al vecchio patto di Stabilità nel 2023. Sia in Germania che a Bruxelles c’è una corrente forte che preme per modificare le regole, almeno per quanto riguarda il rientro dal debito, ma le possibilità di farcela in tempo per la fine del prossimo anno sono esigue, come ammette lo stesso commissario Gentiloni. Ieri, per la seconda volta in pochi giorni, l’ex ministro delle Finanze tedesco Schäuble è partito all’attacco, stavolta dalle colonne del Financial Times. «Dobbiamo tornare alla normalità della politica monetaria e fiscale», spiegando poi che senza le adeguate pressioni gli Stati «si arrendono alla tentazione di fare debito a spese della comunità».

 

Quella di Schäuble è, non per la prima volta, una posizione opposta a quella di Draghi, che vuole invece scommettere proprio sul debito, purché «buono» cioè produttivo e non «assistenziale». Non è affatto detto che ad avere la meglio sia l’ala rigorista dell’ex ministro tedesco e del presidente di Bundesbank Weidmann, ma nello scontro la definizione del braccio di ferro sul blocco dei licenziamenti in Italia potrebbe avere il suo peso e questo spiega probabilmente, almeno in parte, la resistenza di Draghi a prolungare il blocco.

 

TIRATO IN DIREZIONI opposte dall’esterno, il governo deve fare i conti anche con una maggioranza nella quale si registrano le stesse divisioni. Fi è schierata contro la proroga perché la soluzione è «creare occupazione». LeU è sulla stessa linea dei sindacati e così pure il grosso dei parlamentari 5S, anche se il futuro leader Conte, come spesso gli capita a fronte di scelte difficili, opta per il mutismo. Nel Pd Letta sostiene che il «blocco per tutti non ha senso» e se la prende con la Lega, particolarmente ondivaga. Salvini oscilla infatti da un estremo all’altro e Zaia dice chiama le cose con il loro nome: «È una situazione di stallo».

 

DI LICENZIAMENTI, ieri, Draghi ha parlato anche con l’opposizione di destra, al secolo Giorgia Meloni. Grande soddisfazione della sorella d’Italia per il nuovo metodo, «Conte nemmeno ci ascoltava», e nello specifico dei licenziamenti la proposta di sostenere economicamente le aziende che scelgono di evitarli perché «se il 40% delle imprese chiude il blocco non serve». Ieri il premier ha anche riunito la cabina di regia ma sul decreto assunzioni. Di licenziamenti si riparlerà quando il dl Sostegni bis arriverà in parlamento per la conversione e gli emendamenti sul blocco non mancheranno. Gli estremi per un primo vero scontro sociale, in anticipo sull’autunno, ci sono tutti.