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CON LA PANDEMIA , IL LAVORO SI RIPRENDE IL CENTRO DELLA SCENA

18/06/2021

Da il Manifesto

Laura Pennacchi

 

Lavoro. Un deprezzamento, andato di pari passo con il fastidio verso l’umanesimo, spinto fino a stigmatizzare il taglio “lavoristico” delle grandi Costituzioni moderne

 

Dopo una lunga fase di “oscuramento teorico” strettamente intrecciata alla crescente “invisibilità politica”, le problematiche del lavoro si stanno reimponendo all’attenzione collettiva. La tumultuosa fuoriuscita dalla recessione economica globale provocata dal Coronavirus lascia sul campo disoccupazione, precarietà, inattività molto elevate, a danno soprattutto dei giovani e delle donne.

 

Non si tratta solo di aspetti materiali pur gravi: le problematiche del lavoro si ripropongono con una virulenza carica di interrogativi culturali ed etici. Lo testimonia, ad esempio, l’avanzare della intelligenza artificiale, di cui erroneamente si presume che l’indirizzo già assunto – tutto a risparmio di lavoro e con impieghi esclusivamente destinati a riconoscimento facciale, trattamento linguistico, ideazione di algoritmi sostitutivi della cognizione umana, invece che a soddisfare bisogni sociali insoddisfatti quali l’istruzione, l’educazione, la cura – sia l’unico possibile, come se fosse naturalisticamente determinato.

 

Al contrario, fronteggiare la strutturale sotto-offerta di lavoro odierna spingendo l’innovazione alla creazione di lavori “buoni”, qualificati e ben pagati, per la soddisfazione di bisogni sociali fondamentali, è il compito cruciale che attende oggi una sinistra capace di autoidentificazione materiale e ideale.

 

Le metamorfosi del lavoro possono essere comprese e trattate solo a partire da una riconcettualizazione del lavoro stesso, per la quale è necessaria una rielaborazione persino filosofica. Dobbiamo chiederci: perché i processi di svalutazione del lavoro sono stati così poco contrastati anche sul piano teorico e culturale? Perché ci si è attardati nella puerile esaltazione della “fine del lavoro”?

 

Perché, anche a sinistra, si è stati così frettolosi nell’archiviare il Novecento, “secolo del lavoro”? È pur vero che la profezia della “fine del lavoro” si è rivelata senza alcun fondamento: la fine del lavoro corrisponderebbe, in realtà – afferma Alain Supiot – “alla fine dell’umanità come specie creatrice di nuovi oggetti e di nuovi simboli”. Anche l’esaltazione della jobless society si è palesata per quello che è, una job catastrophe come dicono i democratici americani, che non a caso hanno lanciato con Biden gli eccezionali The American Jobs Plan e The American Families Plan.

 

Ma non possiamo sottrarci a compiti di ripensamento radicale. Con la consapevolezza che l’umanesimo intrinseco alle problematiche del lavoro è stato trascinato nella condanna più generale dell’umanesimo operata dal postmodernismo e dal nichilismo filosofico, per i quali l’”universale” e l’”umano” sono fantasie totalizzanti da abbandonare. Spesso il fastidio culturale verso il lavoro, e l’etica del lavoro, è andato di pari passo con il fastidio verso l’umanesimo, spinto fino a stigmatizzare il taglio “lavoristico” e “personalistico” delle grandi Costituzioni del secondo dopoguerra tra cui la Costituzione italiana, quasi che il suo straordinario articolo iniziale, l’articolo 1 – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” – sia episodio incidentale o un semplice ornamento.

 

In verità, è sempre più chiaro che solo l’impegno nel lavoro consente ai soggetti di costruire una “strategia interpretativa a lungo termine” che permette di pianificare, così come di affrontare le ingiustizie attuali lavorando per una trasformazione auto-definita nel futuro. Il suo venire meno distrugge le basi sia delle “strategie interpretative”, sia dell’individuazione dell’ingiustizia che, dunque, si fa fatica a riconoscere e a contrastare, il che, peraltro, concorre a spiegare perché tanto disagio e tanta sofferenza da una parte scatenino reazioni personali estreme (aumentano, per esempio, i suicidi da licenziamento), dall’altra inneschino, più che conflitti sociali, manifestazioni di rabbia e di risentimento.

 

Sapevamo già prima della pandemia che, come si era rivelato falso che lo sviluppo dell’economia dei servizi e la dematerializzazione avrebbero provocato un’automatica sostituzione dei vecchi lavori con nuovi lavori a più alto contenuto cognitivo e a maggiore creatività e conseguente fine dell’alienazione, così non era vero che le persone, perfino in condizioni di degrado e di dequalificazione, non ci tenessero più al lavoro. Ma la pandemia ha reso più lampanti queste, e altre, falsità e la necessità e l’urgenza di ripensare tanto il lavoro, quanto le forme dello sfruttamento e dell’alienazione.

 

La deprivazione del lavoro, la disoccupazione, la precarizzazione fanno precipitare l’individuo in quello stato che Hegel chiamava “plebe”, caratterizzato dalla drammatica percezione di sentirsi “superfluo”. Per questo tutte le energie, a partire dalla realizzazione del Pnrr, vanno mobilitate sulla “piena e buona occupazione” e sulle problematiche del lavoro, perché “un’élite che abbandoni questo dovere – ricorda Robert Skildesky – con la motivazione spuria che le persone ‘scelgono’ il loro livello di occupazione, merita di essere destituita”.