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«VIOLENZA INAUDITA E A FREDDO »: LA CONDANNA DI CARTABIA

22/07/2021

da il Manifesto

Eleonora Martini

 

La ministra di Giustizia riferisce in Parlamento sui fatti di Santa Maria Capua Vetere. Non una parola però sui codici identificativi. Mentre a Torino il pm chiede il rinvio a giudizio per tortura nel carcere delle Vallette

 

A Santa Maria Capua Vetere, così come vent’anni fa, nei giorni del G8 di Genova, sono stati consumati, per mano di servitori dello Stato, «atti di violenza inaudita». «Sono spie di qualcosa che non va». Forse mai prima d’ora un ministro di Giustizia aveva pronunciato in Parlamento parole di condanna tanto chiare e dure nei confronti delle divise violente. Ci ha messo del tempo, la Guardasigilli Marta Cartabia, a decidere di presentarsi alla Camera e al Senato per riferire sui fatti già noti da un anno, sui quali il deputato di +Europa Riccardo Magi aveva già presentato un’interrogazione parlamentare, e diventati uno scandalo pubblico mondiale con la diffusione dei video a fine giugno.

 

Cartabia lo ricorda, ma c’erano indagini in corso, spiega stendendo un velo pietoso sulla totale copertura ministeriale concessa agli aguzzini, a caldo, dal suo predecessore, il pentastellato Bonafede. Questa volta però la ministra non usa, per riferire in Parlamento, la ricostruzione fatta dal Dap ma quella del Gip che ha emesso 52 ordinanze di misure cautelari per 51 agenti e per il provveditore regionale della Campania. «In totale – riferisce Cartabia – sono 75 le unità di personale sospese dal Dap», compresi il direttore reggente e la vicedirettrice del carcere. Poi ci sono «altri indagati» sui quali «attendiamo gli sviluppi dell’indagine». Mentre «tutti i detenuti coinvolti sono stati trasferiti».

 

LA MINISTRA NON SA ancora, mentre parla a Montecitorio e più tardi a Palazzo Madama, che la procura di Torino proprio ieri ha chiesto il rinvio a giudizio di 25 operatori del carcere “Le Vallette”, compresi l’allora direttore e il capo della polizia penitenziaria, accusati a vario titolo delle violenze perpetrate su una decina di detenuti tra l’aprile 2017 e il novembre 2018. Tra i reati contestati, per la prima volta in un carcere, anche quello di tortura.

 

Dunque si potrebbe dire che il ritardo con cui Cartabia si è presentata in Parlamento è quasi un punto a suo favore. Perché, «bisogna aver visto», dice citando il costituente Calamandrei e invitando deputati e senatori ad entrare nelle carceri (loro che possono farlo con facilità). «Visitate un’articolazione mentale: è un’esperienza davvero indimenticabile», raccomanda spostando subito lo sguardo sulle carenze strutturali del sistema. Forse troppo presto.

 

ANCHE SE NON FA SCONTI: «Nessuna giustificazione, nessun attenuante». È «una ferita e un tradimento della Costituzione e della divisa», ripete. Come si evince anche dalle immagini, dice, «non vi era alcuna una sommossa in atto, non si trattava di una reazione necessitata da una situazione di rivolta. Si è trattato di violenza a freddo». «La perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020 sarebbe stata disposta al di fuori dei casi consentiti dalla legge, eseguita senza alcun provvedimento del Direttore», se non un «dispositivo orale» emanato «a scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di Polizia». La ricostruzione è ancora presa in prestito dal Gip, Sergio Enea. Durante il suo sopralluogo con il premier Draghi, Cartabia ha poi appreso che «molti degli agenti coinvolti normalmente non erano addetti alla sorveglianza, avevano altre funzioni».

 

La Guardasigilli riferisce anche del caso «di Lamine Hakimi, affetto da schizofrenia, morto il 4 maggio nella sezione Danubio del carcere» dopo essere stato vittima di violenza inaudita. Anche se il Gip non ha visto connessioni tra le botte e il decesso, da ricondurre invece secondo il giudice «all’assunzione di medicinali che, combinandosi con i farmaci assunti dal detenuto in ragione della terapia a lui prescritta, ha comportato un arresto cardiaco». Purtroppo su questa assurda morte del detenuto algerino il cui corpo è stato rinviato in patria ma non si sa dove, la ministra non va oltre il minimo sindacale.

 

COSÌ COME NON VA molto oltre quando individua «tre linee di priorità»: «strutture materiali, personale e formazione». Cartabia vuole più posti letto ma anche più «spazi di socialità», maggiore «videosorveglianza», più agenti, più operatori e più direttori (il testo completo del suo intervento). Giustamente, pone un accento particolare sulla formazione, «non solo quella iniziale, ma permanente». Perciò annuncia «un gruppo di lavoro impegnato ad elaborare un modello di formazione innovativo e moderno». «Mai più violenza», è il motto.

 

Peccato che non abbia pronunciato una parola riguardo ai codici identificativi per gli agenti, unico modo per agevolare il corso della giustizia, in questo e in altri casi. Peccato che, pur parlando di sovraffollamento, non abbia neppure accennato ad un provvedimento di condono di piccole pene (indulto) o, come chiede il neopresidente di +Europa Magi, a «una riforma della normativa a partire dai “fatti di lieve entità” che nel nostro Paese in sette casi su dieci portano in carcere» (nel testo della riforma Cartabia infatti solo un riferimento alla “tenuità del fatto”). Perché è per reati di lieve entità, come il piccolo spaccio, e in generale in violazione del testo unico sugli stupefacenti, che è in cella un terzo dei detenuti.