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CLIMA, A MILANO UN'ALTRA BELLA BOCCATA D'OSSIGENO

03/10/2021

da il Manifesto

Roberto Maggioni

 

 

 

Milano ha fatto il bis, dopo la partecipatissima marcia di venerdì mattina anche ieri in piazza a protestare per la giustizia climatica c’erano almeno 15 mila persone.

 

AD APRIRE LA GLOBAL March For Climate Justice alcuni degli studenti e delle studentesse di Fridays For Future che avevano sfilato il giorno prima insieme a Greta Thunberg. Dietro i loro fratelli e le loro sorelle maggiori insieme ai genitori. Era da tempo che i giovani per il clima chiedevano agli adulti di unirsi alla protesta e colmare questa frattura generazionale, Milano ieri ha risposto.

 

«È UNA BELLA BOCCATA d’ossigeno” dice più di una persona durante il corteo. È sicuramente così, soprattutto perché la pandemia aveva svuotato le piazze, ad eccezione dei cortei No Green Pass che a Milano da luglio portano migliaia di persone in piazza ogni sabato, compreso ieri. “Dobbiamo manifestare con i nostri figli perché i governi devono capire che non è una protesta da ragazzini, è il nostro e il loro futuro” dice un operaio arrivato al corteo con la bandiera della Fiom. Le stanze del potere sono lontane da qui, la Pre Cop26 un entità distante a cui anche i più moderati iniziano a credere poco.

 

Nel gruppo di testa dei Fridays qualcuno si fa aggiornare sui lavori dentro al centro congressi. “Il presidente della Cop26 Alok Sharma dice che hanno raggiunto un accordo per impegnarsi di più per mantenere il riscaldamento sotto 1,5 gradi” dice un attivista di Fridays agli altri. È sufficiente? “Assolutamente no, vogliamo impegni concreti per la decarbonizzazione e lo stop agli incentivi alle fonti fossili” risponde un’altra.

 

IL CORTEO È MOLTO lungo, in alcune parti un po’ sfilacciato. È una sfilata di persone e sigle: i collettivi studenteschi, la Lav, il comitato per l’acqua pubblica, il comitato Baiamonti Bene Comune, la Cub, Legambiente, Sos Perù, Greenpeace, Amnesty, la Fiom, la Cgil Milano, Milano in Comune, i Verdi, la rete antagonista di Rise Up 4 Climate Justice, Extinction Rebellion, i centri sociali milanesi, Via Campesina, Osa.

 

“CINGOLANI MINISTRO della truffa ecologica” è scritto su uno striscione a metà corteo. Chilometro dopo chilometro il corteo termina fuori dal parco di City Life, sotto i balconi delle case di vip come Fedez e Chiara Ferragni. Una ventina di anni fa un comitato si batté contro questi palazzi per ricchi, perdendo, denunciando la privatizzazione dello spazio pubblico. Oggi quei cancelli si sono chiusi per non far avvicinare il corteo al centro congressi MiCo. Conclusa la marcia spazio a una performance per rappresentare l’uomo che distrugge la natura e che finisce per distruggere se stesso. In molti si sono sdraiati a terra come azione finale, a simboleggiare il rischio di morte che l’inquinamento del pianeta porta con se.

 

ALTRE AZIONI DI PROTESTA hanno contornato la giornata. Nel primo pomeriggio centinaia di attivisti di Survival International, Extinction Rebellion e Diciassette, avevano formato una catena umana che ha delimitato e svuotato un’area pari al 30% di piazza del Duomo per dimostrare cosa succederebbe se l’obiettivo di trasformare il 30% del pianeta in “Aree Protette” entro il 2030 dovesse essere approvato: lo sfratto illegale di circa 300 milioni di persone, molte delle quali sono membri delle comunità più vulnerabili e rispettose dell’ambiente, come i popoli indigeni. “Sarebbe il più grande accaparramento di terra della storia, e non salverà pianeta” hanno spiegato.

 

LA MATTINA NEI PRESSI del centro congressi MiCo dove si stavano svolgendo i lavori conclusivi della Pre Cop26 la rete di Rise Up 4 Climate e dei centri sociali del nord est aveva provato a sfondare il cordone di polizia per raggiungere simbolicamente la Pre Cop. C’è stato qualche spintone con la celere e un fermo. “La transizione ecologica la paghino i ricchi” era scritto sul loro striscione. A sera Fridays For Future Milano dichiara: “Siamo l’unica speranza per rischiarare i bui orizzonti della COP, e questi cortei dimostrano che la speranza è ancora viva. Dobbiamo cambiare tutto prima che sia troppo tardi, dobbiamo essere disposti a mettere in discussione regole ritenute inviolabili come la settimana lavorativa di 40 ore o il pagamento dei debiti da parte dei paesi poveri. È la nostra unica possibilità per evitare una catastrofe climatica”.