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ADESSO LA QUESTIONE SOCIALE IRROMPE NELLA MAGGIORANZA DI DRAGHI

Andrea Colombo

 

Sciopero generale. L’impatto della mobilitazione sindacale sul quadro politico

 

Lo sciopero più difficile, prima trattato dal coro dei media come una dimostrazione folle alla stregua di un corteo No Vax, poi nascosto come episodio minore e trascurabile, è destinato a incidere sul quadro politico, sulla tenuta della maggioranza e della legislatura, forse sulla stessa elezione del capo dello stato molto più della modesta manovra che arranca al Senato, in attesa di essere approvata con la velocità del lampo da un parlamento ridotto a poca cosa.

 

Solitamente lo sciopero arriva al termine di una vertenza, o ne rappresenta il picco. È il tentativo di chiudere la partita con una prova di forza. Stavolta no: è questo suo aspetto anomalo che i commentatori hanno considerato inaccettabile. È uno sciopero che apre la vertenza, non punta a chiuderla, come Landini ha affermato ieri chiaramente.

 

È una vertenza sociale, dunque direttamente di pertinenza del sindacato e delle parti sociali, ma con un’enorme valenza politica, perché chiama in causa non questa o quella scelta ma l’indirizzo di fondo del paese dopo la cesura del Covid, il suo orizzonte economico e sociale.

 

Con l’azzardo di ieri, il sindacato si è sottratto al ruolo ingessato, solo marginalmente incisivo, nel quale altrimenti si sarebbe trovato stretto e costretto. La legge di bilancio, nel merito e ancor più nel metodo, ha rappresentato un’anticipazione sin troppo chiara di quale ruolo era stato assegnato alle forze sociali e al sindacato in particolare. Poca voce in capitolo sulle pensioni, nessuna sulla riforma fiscale. Nessun segnale strutturale di sterzata sul fronte dei salari, nonostante l’emergenza salariale sia ormai intollerabile o su quello della redistribuzione.

 

Non che nella manovra siano assenti elementi che vanno in questa direzione: ma compaiono quasi come concessioni, in un quadro che non prevede trattative troppo stringenti, assegna alle parti sociali funzioni consultive ma in nessuna misura determinanti.
Lo sciopero sigla, o può siglare, l’entrata in campo di una soggettività sociale che apre una vertenza generale sugli indirizzi politici.

 

Per la maggioranza si tratta di una scossa molto più profonda di quanto il tentativo d’esorcismo mediatico di questi giorni abbia fatto trapelare. La scintilla che ha reso inevitabile la proclamazione dello sciopero è stata l’affossamento da parte di tutta la maggioranza tranne Partito democratico e LeU di una misura modesta, di valenza quasi simbolica, qual era il contributo di solidarietà. Quella stessa maggioranza dovrebbe sostenere ora il governo mentre si discutono e si contrattano riforme di enorme impatto come quella delle pensioni e quella fiscale, delle quali questa legge di bilancio non è stata neppure il primo capitolo ma solo il prologo, l’introduzione. E dovrebbe farlo nella fase che per definizione esaspera maggiormente le contrapposizioni: una lunghissima campagna elettorale che vede le aree contrapposte della maggioranza schierate l’una contro l’altra.

 

Per il Pd il problema è più grosso che per chiunque altro. La scelta dello sciopero è stata determinata in buona parte proprio dall’abdicazione del Pd, che ha scelto di rinunciare a ogni autonomia in nome della strategia di Letta consistente nella giustapposizione della linea del suo partito con le scelte del governo. Sin qui il Pd ha cercato di cavarsela differenziandosi dalla canea che dipingeva lo sciopero con attentato al «bene comune» solo nei toni meno incarogniti ma non nel merito, fingendo di non vedere le ragioni concretissime che stavano dietro la decisione di Cgil e Uil.
Nel corso dei prossimi mesi, e dopo la rottura del finto unanimismo operata ieri, non potrà più farlo.