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L’ANNO DELLE GUERRE DIMENTICATE E SILENZIATE

29/12/2021

da il Manifesto

Alberto Negri

 

Siria e Yemen. Di Siria e Yemen ormai si tace. Raddoppio delle colonie nel Golan, raid sugli Houthi: è il Patto d’Abramo tra Israele e Arabia saudita benedetto da Trump e ora da Biden

 

Se non fosse per il papa che ha ricordato le tragedie della Siria e dello Yemen qui nessuno ne parlerebbe più. Eppure si tratta di “guerre parallele”. Da una parte, nella penisola arabica, l’Arabia saudita si presenta come leader di una coalizione militare che difende il “legittimo” governo yemenita, un’accozzaglia di fantocci in mano a Riad che vorrebbe eliminare gli Houthi alleati dell’Iran. Dall’altra c’è lo stato ebraico che approfittando del conflitto siriano ha deciso di raddoppiare gli insediamenti nel Golan occupato nel 1967.

 

Il tutto naturalmente con il silenzio complice dell’Unione europea che blatera di politica estera e di difesa comuni _ e persino di una forza militare autonoma dalla Nato _ quando non ha neppure un pensiero autonomo che sappia definire quale posto riveste, non si dice nel mondo, ma neppure alle porte di casa. I leader europei oggi offrono uno spettacolo indecente: non hanno mai nulla da dire di minimamente incisivo. In particolare l’Italia, acquattata nella cuccia dell’Alleanza Atlantica come un cane da pagliaio il cui emblema sublime è un ministro degli Esteri inesistente.

 

Ma sarebbe ingiusto prendersela con una persona. E’ l’intero sistema dei partiti italiani che ormai non conta nulla, altro che sovranisti: o forse ci siamo dimenticati del segretario del Pd Enrico Letta che insieme a Salvini e a Tajani va sul palco del ghetto ebraico di Roma a dimostrare a favore di Israele che bombarda Gaza? E’ questa gente inutile che si prepara a eleggere il prossimo inquilino del Quirinale, a dimostrazione che nulla avviene per caso. Siamo già tutti d’accordo sul copione.

 

Essenziale ovviamente è il beneplacito degli Stati Uniti. Non solo quelli di Trump, _ che riconobbero l’annessione del Golan oltre che di Gerusalemme capitale dello stato ebraico, _ ma anche di Biden che vede nel patto di Abramo tra gli arabi e Israele la soluzione “ideale” ai guai del Medio Oriente e del Mediterraneo. Si tratta di una politica estera di rapina che intende legittimare quello che non viene riconosciuto da nessuna risoluzione Onu e dal diritto internazionale.

 

Non è vero che la Siria e lo Yemen sono guerre dimenticate. In realtà si vorrebbe che “dimenticassimo” ogni principio sulla legittima autodeterminazione dei popoli per assegnare a Israele e all’Arabia saudita pezzi di mondo che non gli appartengono in nome di una presunta stabilità internazionale. Un’idea che forse gli Usa e i loro alleati accarezzano anche in Libia, dove il caos istituzionale è il maggiore alleato per una spartizione del Paese cominciata nel 2011 quando la Francia decise di bombardare Gheddafi seguita da Stati Uniti e Gran Bretagna.

 

Non è forse del tutto casuale che mentre in Libia si preparavano le elezioni e il loro fallimento, il figlio del generale Khalifa Haftar sia andato in Israele facendo balenare che sarebbe stato disposto, in caso di vittoria elettorale, a far entrare la Libia, o quel che resta dello stato libico, nel Patto di Abramo.

 

Quale è l’obiettivo? Quello di fare uno spezzatino del Medio Oriente e degli stati che si affacciano sul Mediterraneo lasciando che sia lo stato ebraico con i suoi alleati a menare le danze. Non è una storia di oggi ma è cominciata tempo fa quando gli Stati Uniti decisero di attaccare nel 2003 l’Iraq di Saddam Hussein. Una guerra nata da una menzogna, ovvero che il regime baathista possedesse armi di distruzione di massa. Ricordarlo non è secondario. Perché è su quella menzogna che si è fondata la disgregazione del Medio Oriente, degli stati della regione e di interi popoli.

 

Non si diceva, in fondo, che il colonialismo anglo-francese aveva creato stati con confini artificiali? Ed ecco la soluzione ai problemi di un secolo: basta distruggerli questi stati in modo che tra qualche decennio di questi Paesi non restino che dei moncherini, come gli stati balcanici dopo la fine della Jugoslavia. Tutto deve essere archiviato in un mondo di ex: l’ex Iraq, l’ex Siria, l’ex Libia. Quelli che non si devono assolutamente toccare sono dittatori, monarchi assoluti e anti-democratici che acquistano gli armamenti italiani e occidentali. Altrimenti dove andiamo a finire? Anzi a costoro dobbiamo lasciare spazio nelle guerre locali come lo Yemen per provare l’efficacia di questi armamenti contro la popolazione locale e i civili.

 

Sotto questo profilo l’Afghanistan quest’anno è stata una formidabile lezione per tutti. Basta leggere sul New Yorker la ricostruzione di come gli americani hanno liquidato mesi prima della sua caduta il governo di Ghani, che fastidiosamente reclamava un ruolo nella trattativa di Doha con i talebani. Non si disturba il manovratore. E la lezione è stata brutale: l’Afghanistan senza l’aviazione e i missili americani e della Nato era una semplice espressione geografica. E al diavolo anche tutte le chiacchiere sulla democrazia e i diritti umani o delle donne. Oggi l’Afghanistan dei talebani è un territorio alla fame, cancellato dalla mappa.

 

In questo quadro la Turchia e la Russia sono funzionali a una carta politica di popoli senza stato e senza diritti dove prendersi pezzi di territori siriani o libici. In Siria Ankara e Mosca manovrano per convincere i curdi a sottomettersi a Damasco rinunciando alla loro autonomia. In cambio di una Siria sotto sanzioni e senza una reale capacità di ripresa che ha come unica speranza di accordarsi con quelle monarchie del Golfo che insieme a Erdogan volevano distruggere il regime di Assad puntando sull’esercito dei jihadisti.

 

Ora Assad deve restare in piedi ma deve essere asservito anche lui al Patto di Abramo tra Israele e le altre dittature arabe. Ecco perché nessuno dice più una parola contro di lui ma arrivano i bombardamenti criminali israeliani a Latakia. Per favore, non disturbate il manovratore. Insediamenti illegali, bombardamenti su cui tutti tacciono. Di Medio Oriente sentiremo non solo parlare nel 2022.