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“DENUNCIARE E' UN AFFARE DA UOMINI”. LO SFRUTTAMENTO E GLI ABUSI SULLE DONNE NELLE CAMPAGNE DELL'AGRO PONTINO E NON

LAVORO E DIRITTI

 

04/02/2022

da Valigia Blu

di Angela Falconieri

 

In Italia, secondo il rapporto "Agromafie e Caporalato" dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil (2020), si contano tra 400 e 450mila lavoratori e lavoratrici sfruttati dal sistema del caporalato. Più di 180mila vivono una condizione di grave vulnerabilità sociale e forte sofferenza occupazionale. Secondo l’ultimo Rapporto Agromafia dell’Eurispes (uscito nel 2019), il business delle agromafie vale 24,5 miliardi di euro l’anno, con un aumento, nel corso del 2018, del 12,4%.

 

«Le agromafie sono ormai un fenomeno strutturale del nostro sistema agricolo», osserva a Valigia Blu Marco Omizzolo, sociologo Eurispes, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università Sapienza di Roma e presidente di Tempi Moderni. «La negazione dei diritti umani, la rottura di equilibri ecologici e dei diritti della buona impresa e della buona economia domina spesso il mercato agricolo. Nelle dinamiche criminali si evidenzia non solo il coinvolgimento di clan mafiosi italiani, ma anche di mafie straniere che, attraverso attività di intermediazione illecita, reclutano uomini e donne da impiegare nel sistema para-schiavistico del caporalato».

 

I lavoratori imbrigliati nei gangli del caporalato sono costretti ad accettare logiche disumane di prevaricazione e di dominio e, quando a essere sfruttate sono le donne, lo sfruttamento trasla, talvolta, dal piano lavorativo a quello sessuale. Si sono verificati, infatti, casi di molestie a danno delle lavoratrici da parte dei datori di lavoro. 

 

È questo il caso delle lavoratrici indiane impiegate nell’Agro Pontino, retribuite 4 euro l’ora e costrette a orari di lavoro estenuanti. Le donne sono vittime di un ricatto psicologico e sessuale, costrette a vivere in uno stato di deprivazione fisica e psicologica.  

 

Un’indagine sullo sfruttamento delle braccianti, condotta da Marco Omizzolo, Margherita Romanelli e Bianca Mizzi per We World Onlus, ha fatto luce sulla condizione di grave sofferenza in cui vivono le donne, per le quali lo sfruttamento lavorativo si carica di una valenza sessuale. Le lavoratrici impiegate in filiera soggiacciono ai desideri dei caporali, talvolta accettando abusi e molestie e, per paura di perdere il proprio posto di lavoro, tacciono avances e prevaricazioni, rassegnandosi a una condizione di emarginazione e isolamento. 

 

 “Se il padrone ti chiedeva direttamente o tramite un caporale di andare a letto con lui dovevi andare a basta. Questo valeva sia per le indiane che per le rumene. Bastava che fossi una donna bella, non troppo giovane, e potevi ricevere questa richiesta. Allora avevi solo due possibilità: accettare e continuare a lavorare, oppure rifiutare e scappare. Dovevi lasciare tutto, anche i documenti negli uffici, e andare via, magari tornare a casa. Le donne, soprattutto indiane, non parlano di queste cose, a volte neanche coi mariti perché poi succedono casini. Alcuni uomini credono che la donna sia andata a letto con il padrone, anche se non è vero, e poi ci sono problemi seri in casa. Noi donne veniamo viste a volte come persone da sfruttare sotto le serre e anche a letto. I padroni pensano questo. Si sentono padroni dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, questo è il problema. Se un giorno avessi una figlia non le farei mai fare la bracciante perché trovarsi in queste situazioni è davvero brutto”.

 

[Testimonianza di A.K., bracciante indiana, contenuta nella ricerca condotta da Marco Omizzolo, Margherita Romanelli, Bianca Mizzi, Lo sfruttamento lavorativo delle donne migranti nella filiera agro alimentare: il caso dell’Agro Pontino, We World Onlus, 2021].

 

Nonostante le pratiche violente cui sono sottoposte, le denunce delle lavoratrici immigrate, in provincia di Latina, sono inferiori di oltre il 60% rispetto a quelle dei loro connazionali uomini. La causa è da ricercare in un sistema patriarcale che scoraggia le stesse a sporgere denuncia. Mariti e familiari delle donne le inducono a non manifestare pubblicamente e formalmente il proprio stato di sofferenza. Denunciare è considerato un ‘affare da uomini’. Il fatto che anche all’interno del proprio nucleo familiare le donne subiscano forme di pressione e colpevolizzazione, le porta inevitabilmente a normalizzare una logica padronale e machista che le vede subordinate all’uomo, padrone dei loro corpi e delle loro vite. 

 

Una bracciante italiana impiegata nell’agro Pontino a tal proposito ha dichiarato: «(…) Io, quando posso, consiglio alle donne di denunciare ma bisogna ricordarsi che se sei donna, moglie e madre, (…), devi confrontarti con tuo marito prima di prendere questa decisione. Devi pensarci bene perché si espone tutta la famiglia a partire da tuo figlio o figlia e questo spesso impedisce la denuncia. (…) La denuncia è molto difficile e, se sei donna, immigrata, sfruttata, moglie e madre, parli poco l’italiano e sei vittima di un caporale, non solo non denunci ma neanche parli perché le conseguenze sono altissime e io le capisco bene”.

 

Inoltre, le retribuzioni corrisposte alle donne sono inferiori rispetto a quello corrisposte agli uomini. La disparità è fisica, psicologica, economica. Se gli uomini percepiscono 4,50 euro l’ora, le donne ne percepiscono 3,50. 

 

Per indagare il fenomeno di sfruttamento, Omizzolo ha partecipato in prima persona alle dinamiche di reclutamento dei braccianti, si è infiltrato nei campi, ha lavorato con loro per 14 ore al giorno con retribuzioni inferiori del 60/70% rispetto a quanto pattuito secondo i contratti. Ha indagato il fenomeno dall’interno e ha osservato come la tratta internazionale e il caporalato siano intimamente correlati.

 

«Ho trovato uomini indiani pagati 50 centesimi l'ora obbligati a chiamare padrone il proprio datore di lavoro, uomini e donne ribattezzati con nomi comuni o di cose per non chiamarli col proprio nome originario. Una violenza non legata solo al luogo di lavoro ma antropologica e sociologica che colpisce direttamente la dignità delle persone. Nel caso in cui si tratti di lavoratrici, la violenza è più subdola. Inoltre, va sottolineato che la Covid-19 ha prodotto conseguenze dannose su chi già viveva condizioni di sfruttamento lavorativo e ha reso il tema difficile da indagare. Il mio studio ha rivelato come le donne siano, letteralmente e metaforicamente, le ultime della fila», racconta Omizzolo.  

 

Le donne indiane Sikh, del Bangladesh, dell’Est e - seppure in minor parte - italiane, vivono una condizione angosciante e segregante che le vede posizionate a un livello gerarchicamente inferiore rispetto agli uomini, laddove per uomini si intendono sia caporali e padroni che i membri della propria comunità. 

 

Le donne – ha rilevato la ricerca di Omizzolo, Romanelli e Mizzi – sono ‘le ultime della fila’ quando vengono chiamate a lavorare: sono reclutate solo dopo gli uomini e solo in caso di necessità dal datore di lavoro in quanto l’uomo indiano - e ancora prima quello italiano - hanno precedenza. Sia che il reclutamento avvenga in uno spazio fisico (piazze, mercati), sia che avvenga mediante messaggistica su gruppi Whatsapp, le donne sono relegate ai margini, sono in una posizione secondaria. Sono ‘le ultime della fila’ perché non svolgono le stesse mansioni degli uomini (quelle di raccolta) ma sono destinate al lavaggio e all’incassettamento dei prodotti. Sono  ‘le ultime della fila’, infine, anche rispetto al valore che viene attribuito alle loro vite. Una volta reclutate, infatti, e sistemate nei furgoni con cui vengono condotte sul posto di lavoro, vengono fatte posizionare lateralmente, in prossimità degli angoli. Si tratta di postazioni pericolose nel caso in cui si verifichi un incidente, perché maggiormente esposte all’urto, ma anche di difficile discesa nel caso in cui si verifichi un’avaria o un fermo da parte delle forze dell’ordine. 

 

«Le donne sono oggetto di maggiori rimproveri a sfondo razziale sia dai caporali che dai datori di lavoro. Si tratta di insulti e umiliazioni pubbliche. La violenza alle volte è subdola -le donne non ricevono dispositivi di protezione o sono costrette a comprarli con parte delle proprie retribuzioni, viene loro vietato di comunicare nella lingua d’origine per evitare che si scambino informazioni- altre volte è fisica, sessuale. Gli appellativi con cui i caporali si rivolgono alle donne sono razzisti o maschilisti. Inoltre, le donne sono osservate costantemente tramite piattaforme social, anche al di fuori dell’orario lavorativo. Nonostante ciò, per non perdere il posto di lavoro, spesso subiscono in silenzio», spiega Omizzolo. 

 

Per favorire la denuncia e svincolare le donne da una forma di sudditanza fisica e mentale, l’associazione Tempi Moderni in collaborazione con l’associazione Progetto Diritti ha avviato il progetto ‘Dignità-Joban Singh’, in memoria del 25enne Joban Singh, morto suicida a seguito del diniego da parte del proprio padrone di regolarizzare il contratto di lavoro.  

 

Il progetto agisce contro varie forme di schiavismo e sfruttamento che mortificano e riducono in schiavitù migliaia di persone, immigrati e italiani, indiani e africani, uomini e donne, per cui sono stati allestiti sportelli invisibili di accoglienza, ascolto, sostegno e anche di assistenza legale, sociale, di formazione e di informazione, in tutta la provincia di Latina. Attraverso gli sportelli i soggetti che vivono una condizione di grave sfruttamento, lavorativo o sessuale, possono avviare un percorso di denuncia ed emersione. 

 

«Per permettere a donne e uomini di denunciare senza temere ritorsioni, gli sportelli devono necessariamente essere invisibili, non fisicamente presenti o rintracciabili. I braccianti vengono informati dei propri diritti e della possibilità di sporgere denuncia in via informale, tramite social o contatto telefonico. Si tratta di un lavoro impegnativo, che si concretizza spesso in un numero esiguo di denunce a fronte di decine di contatti e testimonianze.  Io stesso, con il sostegno di mediatori, mi occupo della raccolta di testimonianze e di indirizzare i lavoratori o le donne vittime di molestie affinché scelgano di formalizzare le denunce», aggiunge Omizzolo. «Alle volte le donne raccontano ma non denunciano, per paura. Cinque donne invece hanno scelto di fare vertenza e sono state avviate delle indagini. Il coraggio delle donne che decidono di denunciare è il risultato di anni di lotte e scioperi che hanno portato ad arresti importanti. La legge 199/2016 ha dato a donne e uomini speranza e fiducia». 

 

La legge 29 ottobre 2016, n. 199 è stata approvata a seguito della più grande manifestazione di braccianti in Italia, che si è tenuta a Latina, nell’Agro Pontino, il 18 aprile 2016. La legge, alla cui stesura ha contribuito anche Omizzolo, mira a garantire una maggiore efficacia all'azione di contrasto al caporalato e prevede l'arresto del padrone e la confisca dei beni, introducendo significative modifiche al quadro normativo penale. Il grande elemento di novità della legge risiede nella sanzionabilità del datore di lavoro, laddove in passato la responsabilità penale era attribuita esclusivamente al caporale. 

 

Le donne che lavorano sotto caporale danno accesso alla propria vita e al proprio corpo, permettendo ai caporali e ai loro stessi familiari di considerarle a loro disposizione, subordinate e inferiori. La violenza fisica e psicologica genera nelle donne uno stato di frustrazione e sofferenza che le spinge, in alcuni casi, a denunciare e a ricorrere agli sportelli d’ascolto. La denuncia, tuttavia, è solo la fase apicale di un percorso di formazione – che si avvale del contributo di mediatori e avvocati – che consenta alle donne di maturare consapevolezza dei propri diritti, sentirsi al sicuro, tutelate e protette. E le aiuti a riprendere in mano le proprie vite e a sottrarsi a dinamiche di controllo e umiliazione.