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MONTE DEI PASCHI. PRONTO UN PIANO ONEROSO, A CARICO DI TUTTI NOI

di Claudio Conti
20 dicembre 2016

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In che paese viviamo? Quali sono gli interessi garantiti e quali quelli solo eventuali, o addirittura inesistenti?
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Siamo nel paese che fa fatica a trovare i soldi per i “non autosufficienti” (roba di qualche decina di milioni di euro), ma che se c'è da salvare una banca mette subito a disposizione 20 miliardi. Miliardi, non milioni. Una cifra pari all'1,3% del prodotto interno lordo annuale.
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La storia di Montepaschi, iniziata quando ancora non era stata scoperta l'America, la prima banca apparsa al mondo (allora inter-mediava sui “pascoli” intorno a Siena) è arrivata alle ultime battute. La banca ha bisogno urgentissimi di 5 miliardi per la ricapitalizzazione, ma non li trova. O, almeno, non li trova sul mercato, tra gli investitori privati. Anche se è veramente dura considerare privato – ad esempio – un fondo del Qatar o cinese…
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Ha due giorni di tempo, poi potrebbe in teoria fallire. Non accadrà comunque, perché il governo ieri ha preparato un decreto che lo autorizza a mettere, se necessario, fino a 20 miliardi per salvare l'istituto. Che è privatissimo e tale potrebbe restare anche dopo.
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I meccanismi di salvataggio possibile sono comunque materia oscura, neanche per iniziati, perché è un ambito in cui la creatività la fa da padrona, e non ci sono regole che tengano.
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Per esempio: le regole europee attuali – entrate in vigore il primo gennaio scorso – imporrebbero il salvataggio con “soluzioni di mercato” (privati di ogni ordine e grado), oppure il bai in (salvataggio “interno”). Per la prima soluzione servono condizioni tutto sommato accettabili, sul piano dei bilanci, tali da non far pensare all'eventuale investitore che sta rischiando di buttare i propri soldi. Il bail in, invece, impone di far pagare il costo della “ristrutturazione dei bilanci” innanzitutto agli azionisti (tutti, a prescindere dal numero di azioni possedute), poi agli obbbligazionisti ordinari (chi ha prestato soldi alla banca in cambio di titoli emessi dalla banca stessa); se non basta vengono sacrificati anche i possessori di obbligazioni subordinate (spesso clienti che nemmeno sanno di che si tratta, ma che hanno incautamente accolto il suggerimento della banca); e infine, se neanche queste tre maxi-tosature sono state sufficienti, viene autorizzato il saccheggio dei conti correnti per la parte eccedente i primi 100.000 euro (stiamo molto tranquilli, da questo punto di vista…). Una rapina vera e propria, ma con l'autorizzazione dell'Unione Europea e dunque anche del governo nazionale.
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Qui arriva la mossa di Gentiloni e Pier Carlo Padoan, consapevoli che aggiungere un altro massacro di risparmiatori a quelli già rapinati da Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, ecc, non è il modo più intelligente di affrontare le imminenti elezioni politiche.
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"Il consiglio dei ministri ha approvato la relazione al parlamento che autorizza il governo a ricorrere" ad un maggior debito per 20 miliardi. "Ove fosse necessario – ha spiegato Padoan – l'impatto sarebbe sul bilancio 2017". La traduzione è indispensabile: i 20 miliardi sono una “riserva” a cui attingere e ovviamente Padoan spera di non dovervi ricorrere. Ma intanto viene istituita. Se poi si dovessero prendere i soldi da questa riserva, il conto andrebbe a gravare sul bilancio del prossimo anno (e dunque gonfiare la manovra correttiva che l'Unione Europea – contraria a questa soluzione – costringerebbe a varare). Problemi del governo che verrà dopo le elezioni, dunque…
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Padoan ha precisato che questa riserva potrà essere impiegata per due tipi di interventi: "1) la garanzia di un adeguato livello di liquidità al sistema bancario, anche con garanzie pubbliche;
2) un programma di rafforzamento patrimoniale delle banche, che preveda anche la sottoscrizione di nuove azioni". Quei soldi – eventuali – non serviranno dunque solo per Montepaschi (c'è anche Unicredit in cima alla lista dei “bisognosi”), e lo Stato è pronto ad entrare nell'azionariato delle banche, se necessario a salvarle.
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Ma non era stato creato per questo un fondo chiamato Atlante, con soldi messi dalle banche private? Sì, ma se dovesse intervenire in ogni crisi il suo budget sarebbe già troppo limitato. E quindi si è sfilato rapidamente dall'operazione su Mps. Vi è rientrato solo ieri, forse pro forma (sembra chiaro che l'intervento privato non sarà possibile), e solo perché tirato per le orecchie da Banca Intesa.
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Quindi resta in campo solo l'opzione del cosiddetto burden sharing. Che era legittimo, secondo l'Unione Europea, fino al 31 dicembre 2015 ( e la Germania, ma non solo, vi avevano fatto ampiamente ricorso). Ora no.
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C'è un però, un precedente autorizzato dalla Corte di Giustizia europea, il 19 luglio scorso, che ha riguardato il salvataggio di 5 banche slovene. A questo si appigli il governo Gentiloni per progettare un'operazione ben più consistente, sul piano finanziario.
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Il burden sharing (condivisione degli oneri) è una via di mezzo tra il salvataggio statale (bail out) e il salvataggio interno (bail in). Prevede infatti che prima dell'intervento dello Stato si riduca il valore nominale delle azioni e delle obbligazioni subordinate (con eventuale conversione in azioni). Verrebbero così salvati dalla rapina almeno i correntisti over 100.000, se per caso non avessero ancora provveduto a spostare i propri soldi su un altro conto, di un'altra banca (dai movimenti degli ultimi mesi in Mps, non sembra ne siano rimasti molti).
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Le incognite sono molte, ovviamente. In primo luogo il parere della Commissione, dopo che già Merkel e Schaeuble hanno espresso contrarietà al piano del governo italico.
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Dal nostro punto di vista, invece, c'è soprattutto l'assurdità di un salvataggio con soldi pubblici che lasci la banca in mano ai privati. Se sforzo finanziario è necessario, che almeno questo significhi nazionalizzazione (di Mps ed eventualmente altri istituti). In modo da avere, se non altro, una banca pubblica che si occupa di prestiti alle famiglie, invece che di regali agli amministratori, ai politici di riferimento, o di finanza speculativa.