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AVEVAMO UN GIORNALE

12/02/2022

Ulisse Spinnato Vega

 

NON DOBBIAMO MAI DIMENTICARE COSA FU L'UNITA'

 

Il 12 febbraio 1924 usciva il primo numero dell’Unità fondata da Antonio Gramsci. La storia del quotidiano dalla clandestinità durante il ventennio ai gloriosi Anni 70 fino ai molteplici e inutili tentativi di salvataggio.

 

Avevamo un giornale 

 

Sembrava esserci sempre spazio per una resurrezione dopo la morte. Una, due, tre volte: l’Unità ci ha provato a rinascere dalle sue ceneri tra il 2000 e il 2017. Invece, alla fine ha vinto la crisi spietata del mercato editoriale o forse la crisi della sinistra italiana. O magari tutte e due.

 

Proprio oggi 12 febbraio il giornale fondato da Antonio Gramsci avrebbe compiuto 98 anni, ma è una ricorrenza senza candeline, perché lo storico quotidiano del Pci non è sopravvissuto ai tempi che cambiano. Pietro Spataro, che entrò da cronista nel 1978 e arrivò fino alla vicedirezione della testata, la racconta così: «È accaduto che dopo lo scioglimento del Pci la missione dell’Unità ha perduto via via la sua spinta propulsiva e la sua forza di attrazione. Più è diventato leggero il ruolo del partito nella società, più esso ha cercato di rafforzare la sua presenza nel giornale e quindi più debole è diventata l’autonomia del quotidiano. Più si sono offuscate le ragioni identitarie della forza politica e meno si è stati capaci di costruire un’offerta giornalistica di qualità e di indipendenza».

 

L’Unità ‘strozzata’ dal cordone ombelicale con il partito

 

Insomma, la storia dell’Unità è un po’ quella di un cordone ombelicale tra giornale e partito che avrebbe dovuto via via allentarsi e poi sciogliersi. E che invece ha finito per soffocare il grande spazio di dibattito che lo stesso Gramsci, lungimirante, aveva immaginato di non porre sotto il controllo diretto del Pci. «Non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra», disse il 12 settembre del 1923 proponendone la fondazione al Comitato esecutivo del partito. Poi, lo sappiamo, non è andata proprio così. Intanto, però, le pubblicazioni partirono da una rotativa Keonig&Bauer il 12 febbraio del 1924: pochi giorni prima i fascisti avevano aggredito a Brescia e bandito dalla sua città il deputato socialista Nino Mazzoni, ma una sorte simile, in quel febbraio, era toccata anche a Giuseppe Di Vittorio e Arturo Vella.

 

Dalla clandestinità fino alla rinascita del Dopoguerra con Ingrao

 

Dalla prima sede milanese di Via Santa Maria alla Porta, vicino Corso Magenta, il “Quotidiano degli operai e dei contadini” prese avvio con circa 20 mila copie vendute. Arrivò a quasi 35 mila dopo il delitto Matteotti, ma nel 1927 i giornalisti furono costretti alla clandestinità dal regime. Ne usciranno solo nel giugno 1944, con l’arrivo degli alleati e il trasferimento della sede nella Roma liberata e finalmente “città aperta”. Se Gramsci fu l’ideatore teorico e ideologico della testata, Palmiro Togliatti si ritagliò il ruolo di promoter finanziario e organizzativo: da una parte con il sostegno ottenuto dall’Internazionale e dall’altra soprattutto grazie al coraggio di scegliere, nel secondo Dopoguerra, un direttore allora giovane e sconosciuto come Pietro Ingrao, che resterà alla guida dell’Unità per ben 10 anni dal 1947.

 

Pasolini, Pavese, Calvino, Vittorini, Lorca e Hemingway: le firme gloriose

 

Mentre il Paese cambiava in modo tumultuoso, dalla ricostruzione al boom economico, fino agli anni di piombo, con la Dc che si apriva via via a sinistra (ma non troppo), quante firme gloriose e illuminanti sono approdate su quelle colonne. Impossibile citarle tutte, eppure come non ricordare tra i collaboratori Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Italo Calvino, Alfonso Gatto, Elio Vittorini o addirittura Federico Garcia Lorca ed Ernest Hemingway. In pochi lo rammentano, ma persino una star del cinema come Raf Vallone, che fu pure giornalista, divenne redattore capo delle pagine culturali dell’Unità, malgrado non avesse mai preso la tessera del Pci e fosse molto critico nei confronti di Stalin.

                         la storia del quotidiano L'Unità che oggi avrebbe compiuto 98 anni

                   Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972 al 1984 (Getty Images).

 

Il boom degli Anni 70 e i guai degli 80 con il caso Maresca

 

Nel 1972 Enrico Berlinguer diventò segretario del Pci. Il partito si stava emancipando dal giogo sovietico e, dopo le prime esitazioni sui “compagni che sbagliano”, prese posizioni sempre più dure anche contro il terrorismo rosso. Aldo Moro intanto provava ad avvicinare la Dc ai comunisti e i comunisti all’Occidente, così quell’area politica diventò attraente anche per la borghesia cosiddetta “illuminata”. Votare comunista divenne di moda e nel 1974 la tiratura dell’Unità sfiorò le 240 mila copie giornaliere. Ma i guai iniziarono con gli Anni 80: il clima di reflusso tirò giù le vendite e nel 1982 scoppiò il caso Maresca (dal nome della cronista del giornale Marina Maresca) con la pubblicazione del falso dossier dei servizi segreti sugli intrecci tra politici democristiani e camorra in relazione alla vicenda di Ciro Cirillo. Anni dopo, Maresca venne assolta dalle accuse di falso, ma intanto il direttore Claudio Petruccioli fu costretto a dimettersi.

 

Da Macaluso, con Tango e Cuore, a Veltroni, ultimo politico alla direzione

 

Arrivò così il momento del grande Emanuele Macaluso: furono gli anni in cui debuttò il settimanale satirico Tango che creò tensioni nei rapporti tra la testata e il Pci, ma fece risalire l’Unità nelle vendite. Poi il legame breve ma intenso con il Cuore di Michele Serra che presto diverrà settimanale a sé. La mattina dopo la caduta del Muro di Berlino, il giornale, che era guidato da Massimo D’Alema, titolò: “Il giorno più bello d’Europa”. Intanto nel sottotitolo spariva “organo del Partito Comunista Italiano” e faceva capolino “Giornale fondato da Antonio Gramsci”. Gli Anni 90 vennero però caratterizzati dalla direzione di Walter Veltroni (1992-1996) che fu l’ultimo “politico” a guidare la testata e cercò di emanciparla dal partito, aprendola a un dibattito plurale nel centrosinistra. Furono anche gli anni delle audiocassette e videocassette a supplemento, delle figurine Panini o dei libri di poesia, narrativa e saggistica in allegato.

 

I tentativi di salvataggio falliti dell’Unità

 

Dopo quella stagione ecco l’inizio del declino, irreversibile malgrado i tentativi ripetuti di risorgere. Nel 1997 prese avvio il processo di privatizzazione e l’Arca, che dal 1994 era controllata dal Pds, nel 1998 divenne società per azioni (L’Unità editrice multimediale Spa). Il fallimento dei tentativi di imprenditori come Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci strideva con l’avvento a Palazzo Chigi, per la prima volta, di un esponente del Pds che era stato anche direttore del giornale: D’Alema. Il quotidiano continuava a perdere copie: nel giugno 2000 scese sotto le 50 mila e in quello stesso anno cessò le pubblicazioni. Nel 2001 ci provò Alessandro Dalai (Baldini&Castoldi), con la direzione di Furio Colombo, e poi passò la mano a Renato Soru con la foliazione che si assottigliava e il formato che si avvicinava al tabloid, mentre la guida passava a Concita De Gregorio. Furono i tempi della campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani, che raffigurava il fondoschiena di una ragazza in minigonna con in tasca una copia del giornale. I puristi e i vecchi comunisti si scandalizzarono, ma quello fu forse l’ultimo tentativo di trasformare l’Unità in un quotidiano generalista di successo. Sul fronte dei numeri, però, il crollo appariva inarrestabile: nel 2011 la testata era ridotta a 35 mila copie, Soru prese a disimpegnarsi e nel 2014, con Matteo Renzi premier, arrivò la seconda chiusura con la liquidazione e la proposta di concordato in tribunale.

 

Il giorno in cui Belpietro firmò il giornale

 

la storia del quotidiano L'Unità che oggi avrebbe compiuto 98 anni

 

L’anno dopo ci riprovò ancora la fondazione del Pd Eyu, Europa-Youdem-Unità, grazie a tanti soldi pubblici e alle risorse di un altro player delle costruzioni, Pessina. Alla direzione si succedettero Erasmo D’Angelis, Sergio Staino e Marco Bucciantini. Ma fu solo il canto del cigno: le copie vendute crollarono ancora fino a 8 mila e nel 2017 arrivò la terza e definitiva chiusura del giornale, rimpiazzato dalla rivista online Democratica. Nell’aprile 2018 il Tribunale di Roma dispose la messa all’asta della testata, lasciando la proprietà dell’archivio storico al gruppo Pessina. Michele Santoro accarezzò il sogno di una quarta reviviscenza, ma la cosa non si concretizzò. Nel maggio 2018 il giornale tornò un solo giorno in edicola per evitare la decadenza della testata, mentre nel 2019 un altro numero cartaceo fece capolino sotto la direzione di Maurizio Belpietro, scelta che suscitò molte polemiche. Ancora nel 2020 accadde in concomitanza con l’anniversario della strage di Capaci e a maggio dell’anno scorso risale l’ultima, estemporanea uscita cartacea.

 

Le ultime polemiche e il sipario

 

Allora, di fronte a tanta gloria finita nella polvere, fa quasi tenerezza oggi pensare alle polemiche e alle annunciate querele del Pd dopo la puntata di Report che accusò il Gruppo Pessina di aver acquisito l’Unità solo per instaurare un rapporto economico privilegiato con il governo Renzi. Oppure ritornare agli attacchi del M5s sui debiti del quotidiano che sarebbero stati coperti dalla presidenza del Consiglio e sui fondi pubblici (una media di circa 6 milioni l’anno) intascati dai vari editori per circa un quarto di secolo a partire almeno dal 1990. In fondo, il giornale di Gramsci, si parva licet, era stato testimone di tragedie e fenomeni ben più grandi, dalle dittature del Novecento all’Olocausto, dagli scheletri della Russia sovietica alle storture del boom, dall’ombra del brigatismo alla morte Togliatti e di Berlinguer. E tuttavia, per dirla con il Francesco Guccini di Eskimo, adesso non c’è più chi ha “incoscienza dentro al basso ventre” e “alcuni audaci, in tasca l’Unità”.