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LIBERTA DI STAMPA E SOVVENZIONI PUBBLICHE IL RAPPORTO E' DIRETTO

Giuliano Santoro
da il Manifesto
04.01.2017

La ricerca. La tesi di Grillo sull'Italia al 77mo posto smontata dai dati di Robert McChesney

Nel suo messaggio sui tribunali popolari dell’informazione, Beppe Grillo non ha mancato di evocare un dato che è un pezzo forte delle sue argomentazioni sull’informazione: «L’Italia occupa il settantasettesimo posto nella classifica mondiale per la libertà di stampa». Questo dato, fa riferimento alla graduatoria stilata ogni anno da Reporters Sans Frontières.

Secondo l’organizzazione internazionale che considera parametri quali le minacce e le denunce giudiziarie contro i giornalisti, nel 2016 l’Italia ha perso ben quattro posizioni. Il fatto è che Grillo e i suoi molto spesso utilizzano la difficile posizione d’Italia nella classifica di Rsf per sostenere la posizione che da sempre portano avanti contro i finanziamenti pubblici all’editoria. «La nostra informazione è pessima – dicono – perché dipende dalle sovvenzioni».

Questo sillogismo è dirompente, si diffonde in maniera virale ma è tuttavia ampiamente smentito esattamente dalle tabelle di Reporter Sans Frontières, che andrebbero lette nella loro interezza e comparate con altri dati. È quello che ha fatto Robert McChesney, professore all’Università dell’Illinois che ha dedicato diversi studi ai nuovi media, alle mutazioni del giornalismo e al funzionamento dell’economia digitale.

Nel suo Digital Disconnect (edito nel 2013 da New Press) McChesney incrocia il ranking di Rsf con la classifica dei paesi che destinano più risorse pubbliche ai mass media, scoprendo come ci sia una relazione direttamente proporzionale tra libertà di stampa e sovvenzioni. Se si legge davvero la graduatoria della libertà di stampa, insomma, si scoprirà che dei 180 paesi valutati, quelli in cui le condizioni di lavoro per i giornalisti sono migliori sono Finlandia, Olanda, Norvegia, Danimarca, Nuova Zelanda, Svizzera e Svezia. E si apprenderà che questi paesi sono esattamente quelli che destinano più risorse pubbliche al giornalismo e all’informazione.

A questi dati, McChesney accompagna un excursus dell’impatto delle tecnologie digitali sul giornalismo. Ricostruendo le dinamiche economiche degli ultimi trent’anni, McChesney non considera affatto il digitale di per sé come garanzia di maggiore autonomia. «Internet non allevia le tensioni tra logica del profitto e giornalismo – spiega lo studioso – Le ingigantisce». Così come il Movimento 5 Stelle si è intestato la sacrosanta battaglia per l’acqua bene comune, forse dovrebbe cominciare a pensare che l’informazione, come il servizio idrico, non può essere lasciata al libero mercato.

«Probabilmente non c’è maggiore dimostrazione che il giornalismo sia un bene comune del fatto che nessuno dei geni della finanza statunitense ha idea di come cavarne profitti», scrive ancora McChesney. Il paragone con l’istruzione è lampante: quando i manager applicano la logica del mercato alle scuole, questa fallisce miseramente, perché l’istruzione è un servizio pubblico cooperativo, non un business».