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CON LA RUSSIA MA CONTRO L'INVASIONE : LA COMPLESSA POSIZIONE DELLA CINA SULLA GUERRA IN UCRAINA

POLITICA ESTERA    |      EDITORIALI E COMMENTI     |     

 

06/03/2022

Da Valigia Blu

Eleonora Zocca

 

La prima volta che Cina e Russia hanno definito il loro rapporto come “un’alleanza strategica” è stato nell’aprile del 1996, quando il presidente russo Boris Eltsin vola a Pechino per un incontro bilaterale con il presidente Jiang Zemin. Subito dopo la fine del summit, i due leader si recano a Shanghai, e il New York Times quel giorno lo riassunse così: “Durante la visita a Shanghai, Eltsin scopre che è il turno della Russia di essere invidiosa”. L’ultima volta che un presidente russo si era recato in Cina per una visita ufficiale era stato qualche anno prima, nel 1989, quando Mikhail Gorbachev incontrò il presidente Deng Xiaoping nella Grande Sala del Popolo, nel pieno delle proteste che culminarono poco meno di un mese dopo con la repressione dei dimostranti in piazza Tienanmen. Nell’arco di pochi anni molto era cambiato agli occhi della delegazione russa. La cronaca dell’epoca parla di uno Eltsin sconcertato e impressionato di fronte a una Shanghai completamente mutata. Alla visita partecipa anche l’ambasciatore statunitense dell’epoca, James R. Lilley, che nell’articolo spiega come lo scopo di Pechino fosse quello di mandare un messaggio agli Stati Uniti, già allora il più grande mercato estero cinese, per dire che non avevano l’esclusiva. L’ambasciatore Lilley liquida la questione come una “minaccia vuota” - e aggiunge: “Se la Cina vuole tornare alle relazioni sino-sovietiche degli anni Cinquanta, be’ buona fortuna. Il valore del commercio con la Russia è di 5 miliardi, una porzione misera rispetto ai 55 miliardi di dollari di scambi con gli Stati Uniti. È un mondo completamente diverso”.

 

Ventitré anni dopo la Cina, guidata dal presidente Xi Jinping, è un attore fondamentale nello scenario internazionale che si trova ancora una volta a districarsi tra le relazioni strategiche con il partner russo e gli ingenti scambi commerciali con Stati Uniti e Unione Europea. Chiamata direttamente dall’Ucraina e dagli Stati Uniti a mediare per il cessate il fuoco – l’ultima richiesta è quella del segretario di Stato americano Anthony Blinken al telefono con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi sabato 4 marzo – nelle giornate a ridosso dell’invasione russa, Pechino ha rilasciato dichiarazioni apparentemente in contrasto tra di loro, attraverso le quali ha condannato la politica espansiva della NATO e allo stesso tempo sostenuto il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale. “L’Ucraina non fa eccezione”, ha illustrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi alla conferenza di sicurezza di Monaco qualche ora prima dell’inizio dell’invasione, come anche nei vari colloqui che si sono succeduti negli ultimi giorni con la ministra degli Esteri britannica, Elizabeth Truss, il consigliere diplomatico francese Emmanuel Bonne e l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Josep Borrell.

 

La posizione della Cina rispetto alla guerra in Ucraina è stata riassunta dallo stesso ministro Wang Yi in 5 punti dove viene sottolineato come la priorità sia quella di evitare che la situazione peggiori ulteriormente, si incoraggia qualsiasi sforzo diplomatico volto a una soluzione pacifica e viene rimarcato il ruolo costruttivo che ricopre in questi contesti il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oltre a sostenere ancora una volta il rispetto per la sovranità e integrità nazionale. Insomma, come viene scritto al punto tre, “l’attuale situazione è qualcosa che non vogliamo vedere”.

 

Una delle questioni più dibattute da analisti e quotidiani relative alla posizione della Cina rispetto alla guerra in Ucraina è se Pechino fosse o meno a conoscenza dei piani di Putin. Il 4 febbraio, infatti, il presidente Xi Jinping ha accolto Putin nella capitale in occasione dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali – ricordiamo che il presidente Xi durante i due anni di pandemia non è mai uscito dal paese per incontri presidenziali – per sottoscrivere un documento congiunto che sancisce un’amicizia “senza limiti” basata sul coordinamento nella politica estera, la difesa degli interessi comuni, l’aumento della cooperazione contro le azioni di forza esterne e l’opposizione all’ulteriore allargamento della NATO. I giornalisti Edward Wong e Julian E. Barnes, in un articolo del 2 marzo sul New York Times, scrivono che secondo un report dell’intelligence occidentale furono gli stessi funzionari cinesi a chiedere agli omologhi russi di non avviare le operazioni di invasione prima della conclusione dei giochi olimpici. Tuttavia, nello stesso articolo si precisa come differenti servizi di intelligence abbiano interpretazioni dell’incontro contrastanti e che “non è chiaro fino a che punto l’informazione [del piano di invasione] sia stata condivisa”.

 

Sapere se la Cina fosse a conoscenza o meno è importante per capire fino a che punto sia complice di Putin, e definire quanto sia profonda la relazione sino-russa lo è altrettanto per intuire le prossime mosse di Xi Jinping – spiega l’analista Yun Sun in un articolo su Stimson, nel quale evidenzia alcune criticità nella comunicazione e nelle scelte prese da Pechino nei giorni precedenti all’invasione. L’ambasciata cinese in Ucraina, nell’arco di 48 ore, è passata dal suggerire di attaccare sulle proprie automobili adesivi contraddistintivi con la bandiera cinese per poi fare dietrofront e chiedere di non rivelare la propria identità per motivi di sicurezza. Inoltre, sempre l’ambasciata a Kyiv ha avviato le procedure di registrazione dei cittadini per una evacuazione il giorno stesso in cui Putin ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina. E la scadenza per la registrazione era stata fissata il 27 febbraio, tre giorni dopo la chiusura dello spazio aereo ucraino, di fatto impedendo a molti cittadini cinesi di fuggire per tempo.

 

Non sono mancate le ripercussioni della mancata condanna della Cina dell’invasione Russia sui cittadini cinesi rimasti a Kyiv e in altre città ucraine. Un articolo del Financial Times raccoglie le testimonianze di alcuni studenti e studentesse che raccontano di gesti ostili nei loro confronti da parte della popolazione locale – a un ragazzo avrebbero anche sparato per sbaglio, ferendolo, pensando portasse nella valigia armamenti vari.

 

Come sta reagendo la Cina sul fronte delle sanzioni

 

Con l’inasprirsi delle sanzioni della comunità internazionale nei confronti della Russia, ogni mossa della Cina è sotto la lente di governi e analisti per capire in che misura Pechino darà il proprio supporto a Mosca. Come viene spiegato in un articolo di The Diplomat, “Why China will not support a Russian Invasion of Ukraine”, l’alleanza tra Russia e Cina non è un’alleanza militare come quella NATO: la Cina non ha alcun vincolo nel sostenere la Russia militarmente, come d’altronde successe anche durante la crisi in Crimea. La posizione ambigua nei confronti di Mosca è trapelata anche dalle due votazioni ONU che si sono tenute rispettivamente il 25 febbraio e il 2 marzo: la prima sulla risoluzione in Consiglio di Sicurezza e la seconda a seguito della riunione di emergenza dell’assemblea generale per chiedere il ritiro immediato delle truppe russe. In entrambi i casi la Cina si è astenuta.

Ci sono diversi motivi per cui Pechino risulta infastidita dalla decisione di Putin di invadere l’Ucraina. La prima riguarda gli equilibri internazionali: la Cina desidera rapporti stabili con l’Occidente e in particolare con gli Stati Uniti. Le commemorazioni che si sono tenute quest’anno per il cinquantesimo anniversario della visita di Nixon a Beijing ne sono una prova. Pechino sa che per continuare a crescere nei prossimi anni ha bisogno della tecnologia e dei mercati statunitensi e europei. Inoltre Xi Jinping sta modellando un’immagine della Cina che agli occhi internazionali deve apparire come quella di un paese che persegue la coesistenza pacifica e la giustizia tra popoli, secondo quanto espresso nei Cinque principi della pacifica convivenza alla base della politica estera degli anni Cinquanta. Essere troppo vicini a Mosca vorrebbe dire compromettere inevitabilmente la narrazione della potenza responsabile e mandare in fumo la politica estera degli ultimi 70 anni.

 

C’è poi un’altra questione rilevante: Pechino oltre a scongiurare le ingenti ripercussioni della guerra sull’economia, deve per il momento rinunciare al corridoio ferroviario in Europa all’interno del grande progetto della Nuova via della seta, con l’Ucraina che avrebbe fatto da punto di accesso per la Polonia. D’altra parte è di lunga data il rapporto tra Cina e Ucraina. Il 2022 ha segnato il trentesimo anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. A inizio gennaio Xi Jinping e Volodymyr Zelensky si sono scambiati dei messaggi di congratulazioni, e non è irrilevante che la Cina sia il primo partner commerciale per l’Ucraina. Negli ultimi giorni, inoltre, è stata ricordata diverse volte l’analisi di Henry Kissinger, scritta nel 2014 sul Washington Post, secondo cui “troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti tra Occidente e Oriente. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra queste”. Concetto richiamato dallo stesso ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, nei cinque punti che definiscono la posizione della Cina rispetto alla guerra in Ucraina.

 

Se da una parte la Cina non ha gradito l’azione militare di Putin, è altrettanto vero che Pechino ha offerto diversi aiuti finanziari e commerciali a Mosca. Non sono passate inosservate la rimozione dei limiti alle importazioni di grano russo e l’approvazione di un contratto trentennale per il rifornimento di gas attraverso un gasdotto di nuova costruzione. Nello specifico Gazprom, che ha il monopolio delle esportazioni di gas, ha accettato di fornire 10 miliardi di metro cubi di gas all’anno alla principale società energetica statale cinese, la CNPC. In generale la Cina si è detta sempre contraria alle sanzioni definendole “sanzioni unilaterali illegali” – votando contro in questo caso in sede Onu – non utili a risolvere i problemi. Bisognerà vedere anche come si muoverà rispetto all’esclusione di alcune banche russe dal circuito Swift. Secondo un’analisi di Caixin, il circuito bancario cinese CIPS non ha la capacità di salvare le banche russe dall’esclusione del circuito Swift. Sempre sul fronte bancario, è del 3 marzo la notizia che la Asian Infrastructure and Investment Bank (AIIB), banca a guida cinese che detiene il 30% delle quote, ha messo “in pausa e in corso di revisione” tutte le attività legate a Russia e Bielorussia.

 

A questo punto ci si chiede per quanto ancora l’ago potrà oscillare tra l’”amicizia senza limiti” con Mosca in chiave anti-NATO – che in realtà abbiamo visto avere molti limiti – e la possibilità di migliorare i rapporti con l’Occidente preservando la stabilità interna. La più grande incertezza è capire in che modo deciderà di rispondere Xi Jinping.

 

Taiwan non è l’Ucraina

 

La Cina approfitterà dell’attenzione dell’occidente sull’Ucraina per prendersi Taiwan. Gli Stati Uniti non possono permettersi di tenere aperti due fronti. Taiwan sarà la prossima. Questa ipotesi è circolata diffusamente tra media e commentatori in questi ultimi dieci giorni, da quando Putin ha ordinato alle sue truppe di invadere l’Ucraina. D’altronde è un'ipotesi legittima che probabilmente è passata per la testa di molti. Uno degli obiettivi principali che si è posto il presidente Xi Jinping è infatti quello di compiere la “riunificazione” della Cina entro il 2049, anno del centenario della Repubblica Popolare Cinese.

 

Eppure ci sono diversi motivi per cui l’equazione tra Taiwan e Ucraina non funziona. In primo luogo Pechino sa che in caso di invasione militare di Taiwan, gli Stati Uniti non rimarrebbero inerti. E il 2 marzo una delegazione statunitense è atterrata a Taipei proprio per rimarcare il proprio supporto alla presidente Tsai Ing-wen. Taiwan è estremamente preziosa per gli Stati Uniti per due motivi: per la sua posizione strategica nel Mar Cinese che fa da scudo per “la prima catena di isole” e agevola le vie marittime nell’Oceano Pacifico (in particolare con il Giappone), e perché detiene metà di un mercato strategico e indispensabile per lo sviluppo tecnologico come quello dei semiconduttori.

 

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Sul piano politico invece c’è un’altra questione che fa escludere almeno per il momento un’invasione della Cina di Taiwan: quest’anno si terrà il XX Congresso che sarà determinante per Xi Jinping al fine di ottenere il terzo mandato. Il presidente ha ancora più bisogno di stabilità interna e non di avventure militari che ne minerebbero il consenso – scrive Lorenzo Lamperti su China Files. Non da ultimo il più recente precedente a cui abbiamo assistito dove Pechino si è appropriata di fatto di un territorio autonomo – con le dovute discriminanti – che considera parte integrante della Repubblica Popolare cinese è quello di Hong Kong. La via militare non è la prima opzione scelta dal presidente Xi Jinping.

 

Come i media cinesi stanno raccontando la guerra in Ucraina

 

I media cinesi non hanno mai usato la parola “guerra” in riferimento all’invasione russa dell’Ucraina. Guardando le homepage e gli articoli delle principali agenzie e testate cinesi, si trovano formule come “situazione/crisi” ucraina od “operazioni militari speciali”. La parola zhànshì (战事), guerra appunto, viene usata per la prima volta dal ministro degli Esteri Wang Yi nella telefonata con il suo omologo ucraino, Dmytro Kuleba, il primo marzo.

 

Fatta questa premessa, come stanno coprendo i media cinesi l’invasione dell’Ucraina? Martedì 22 febbraio, la testata legata alla controllata statale Beijing News, Shimian, ha postato sul suo canale ufficiale di Weibo delle direttive interne nelle quali si diceva di non postare nulla che fosse “negativo rispetto alla Russia e favorevole per l’Occidente”. Spiegava anche che nel caso di utilizzo di hashtag, sarebbero stati consentiti solo quelli usati dall’agenzia Xinhua, dal People’s Daily e dalla CCTV. Il post è stato rimosso poco dopo.

 

Ma se dal 22 febbraio in Ucraina sono cambiate molte cose, così anche i media cinesi hanno dovuto riadattarsi al corso degli eventi. Secondo quanto spiegato da fonti interne delle tre principali testate statali alla giornalista Tracy Wen Liu su Foreign Policy, vengono seguite principalmente le posizioni pubbliche del partito “affrontando le reciproche preoccupazioni [di Russia e Ucraina] con mezzi pacifici”, e quindi apparendo più neutrali rispetto alle posizioni dei due paesi in guerra. Tuttavia, a fare da protagonista nei notiziari in tv e sulle prime pagine dei quotidiani sono per lo più le questioni interne e i discorsi di Xi Jinping. Si discute di approvazione del bilancio nazionale, di obiettivi di crescita economici e dell’avvio delle Due sessioni, l’assemblea plenaria del Parlamento cinese che si riunisce ogni anno in questo periodo. All’invasione ucraina sono destinati pochi minuti alla fine dei telegiornali, nei quali si affrontano temi “freddi” come le ripercussioni economiche della guerra non mostrando le immagini delle città sotto i colpi di artiglieri russi. Diverso ancora è il discorso se si va a vedere il Global Times, megafono dell’organo di partito all’estero, dove la narrazione è prevalentemente incentrata sulle responsabilità degli americani nella destabilizzazione dell’Ucraina. Particolarmente esaustive sono le vignette che spesso aprono il sito e fanno da corollario agli articoli.

 

Il luogo dove però lo scontro si accende maggiormente è Weibo, simile al nostro Twitter. È qui che si possono leggere i post di ammirazione e approvazione per Putin pubblicati dai numerosi netizen nazionalisti che affollano il social cinese. “I cittadini dell’Ucraina dell’est hanno celebrato il riconoscimento di Putin delle repubbliche di Donetsk e Lugansk con i fuochi d’artificio” è diventato uno dei topic più seguiti su Weibo agli albori dell’invasione russa. Non sono mancati anche commenti a dir poco sessisti come quello, diventato virale e dopo poco rimosso, di un netizen che scriveva di volere “dare rifugio a tutte le ragazze ucraine dai 18 ai 24 anni”. Con il passare dei giorni in molti hanno iniziato a scrivere di essere stufi di leggere post inneggianti le operazioni di Putin ricordando le numerose vittime civili ucraine, ciononostante gli account pro-Russia hanno trovato sufficiente spazio su Weibo per esprimere il loro supporto al presidente russo.

 

In un lungo thread, l’artista cinese Badiucao ha raccolto alcuni video, immagini e post social sulle azioni di dissenso di alcuni cittadini cinesi rispetto alla guerra in Ucraina, come ad esempio l’appello di cinque professori universitari che hanno scritto una lettera aperta a sostegno dell’Ucraina. Wechat dopo poco l’ha rimossa.