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GLI STATI UNITI VERSO UNA PERMANENTE ECONOMIA DI GUERRA

EDITRIALI E COMMENTI

 

02/04/2022

da il Manifesto

Guido Moltedo

 

USA. Il gigantesco bilancio militare e l’impiego delle riserve strategiche di petrolio prefigurano un’America - e il mondo - in una escalation che va oltre il teatro ucraino

 

L’America si sta preparando a una “permanente economia di guerra”, sostiene su The Nation Michael T. Klare. Il bilancio militare proposto da Joe Biden per l’anno fiscale 2023 è imponente: 813 miliardi di dollari. E la decisione di attingere alle riserve strategiche di petrolio – un milione di barili al giorno nei prossimi sei mesi – non è solo una misura per contenere l’aumento della benzina provocato dalle conseguenze del conflitto in Ucraina. È anche il segnale simbolico di una situazione emergenziale propria di uno stato di guerra.

 

Con il suo ormai celebre discorso di Varsavia, Joe Biden ha tracciato una linea di demarcazione tra due poli, che riflette e ripropone quella “ideologica” della guerra fredda, riassumibile in un dilemma: “Chi prevarrà? Prevarranno le democrazie? O prevarranno le autocrazie?”.

 

Il teatro di guerra è l’Ucraina, ma lo scontro si fa globale. Rispetto alla “guerra fredda”, la confrontation attuale non è però strettamente bipolare, tra due superpotenze con i rispettivi sistemi di alleanze. Oggi i nemici della “democrazia” sono due: la Cina e la Russia. Anzi, va detto che il gigantesco budget militare, che peraltro il Congresso vorrebbe ben più sostanzioso, è ideato per fronteggiare soprattutto Pechino, considerato l’avversario più temibile e imminente.

 

Va detto, infatti, che i fondi per il Pentagono erano stati decisi prima della crisi ucraina, e dichiaratamente erano dentro un’ottica che vedeva la Cina come “nemico” principale. Il che, peraltro, la dice lunga sulla decantata capacità americana di valutare, prima dell’invasione, i disegni della Russia nei confronti dell’Ucraina, se non nelle settimane immediatamente precedenti l’invasione. Aggiungere altri miliardi di dollari a un budget militare mastodontico, dopo l’invasione russa, è un correttivo che non corregge la percezione di un’America costretta a giocare di rimessa, su un campo che non considerava prioritario.

 

La scelta degli Usa, e degli alleati europei, di un forte incremento delle spese militari va oltre lo scenario ucraino e il teatro europeo. Essa ha infatti la conseguenza di una generalizzata corsa alle armi da parte di tutte le potenze regionali, con considerevoli investimenti nell’industria militare. Intanto l’effetto domino delle sanzioni minaccia severe crisi alimentari, specie nei paesi del Sud.

 

E il ritorno senza tanti se e ma ai combustibili fossili – e perfino al nucleare – tiene in scacco gli impegni per le energie alternative. Cosicché il combinato di queste criticità, alimentari e ambientali, con il protagonismo di complessi militari-industriali sempre più forti e arroganti, di grandi e medie potenze, disegna un mondo di pericolosa instabilità. Nell’immediato è una prospettiva più preoccupante dello stesso rischio di una guerra nucleare.

 

In uno scenario di “permanente economia di guerra” è cruciale tuttavia la tenuta delle opinioni pubbliche occidentali, quella statunitense innanzitutto. Biden è un commander-in-chief senza il necessario carisma per guidare un paese che resta preda di profonde divisioni, di particolarismi locali e di battaglie per diritti riguardanti considerevoli parti della popolazione.
L’accoglienza di centomila ucraini – irrilevante rispetto all’onere spettato agli europei – non ha fatto altro che mettere in luce la deportazione di profughi verso i paesi africani e caraibici di provenienza, fuggiti da tortura, arresti arbitrari, violenze e altri abusi.

 

Un evidente doppio standard che indigna leader e rappresentanti politici delle minoranze e di organizzazioni come Human Rights Watch, alimentando la diffidenza che serpeggia nell’elettorato nero nei confronti di Biden e del Partito democratico.
A questo s’aggiunga l’insofferenza verso le sanzioni di pezzi di constituency democratica più direttamente colpiti dalle conseguenze delle misure punitive nei confronti della Russia. Per esempio, il settore dell’industria ittica del New England, che con il deperimento della pesca locale, lavora grazie all’import di merluzzo e crostacei provenienti dalla Russia. Colpita di conseguenza anche la filiera della ristorazione, compresi i fish and chips (nel Regno Unito le conseguenze sono ancora più severe per lo street food simbolo degli inglesi).

 

Sono esempi dei diversi segnali che la Casa bianca non può ignorare in un anno elettorale che vede il Partito democratico in grande affanno nella corsa per le elezioni di medio termine, con i sondaggi che crudelmente non cessano di prospettare la possibile se non probabile conquista da parte dei repubblicani di almeno uno dei due rami del Congresso, se non di entrambi.
Ed è una situazione per certi versi anche paradossale, perché alcuni dati più strutturali indicano una situazione in miglioramento, in particolare sul fronte dell’occupazione, che segna un recupero del 93 per cento di posti di lavoro perduti a causa del Covid e segnala un aumento dei salari fino a oltre il 5 per cento rispetto allo scorso anno. “Si fanno più soldi e si trovano posti di lavoro migliori”, vanta Biden, che però non vede tradurre questi dati in numeri a suo favore. Il timore dell’inflazione, già in azione, spegne l’ottimismo.

 

Oppure continua drammaticamente a non funzionare la chimica tra il presidente democratico e l’elettorato. Una parte del quale, la maggioranza, voterebbe di nuovo Donald Trump.

 

MACCARTISMO ALLA RAI  

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