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IL RIPUDIO DELLE GUERRE

EDITORIALI E COMMENTI    |  MANIFESTIAMO PER LA PACE 

 

03/04/2022

da il Manifesto

Serena Tarabini, SESTO SAN GIOVANNI (Milano)

 

Per una persona riservata e rivolta verso l’altro come Gino Strada, scrivere di sé, della sua vita non era cosa: quindi per fare contento l’amico Carlo Feltrinelli, che gli aveva chiesto un autobiografia, dedica poche e frettolose prime pagine del suo ultimo libro «Una persona alla volta» alla sua infanzia e giovinezza. L’aver portato la presentazione del libro nella sua città natale, Sesto San Giovanni, ha consentito a noi, che abbiamo conosciuto Gino Strada quando era già «Gino Strada», di sbirciare un po’ di più in quella parte di vita di cui meno sappiamo e in cui la «Stalingrado d’Italia» un suo ruolo ce l’ha avuto.

IN QUELLI CHE ERANO stati gli spazi della prima grande fabbrica Campari in Italia tutti i posti a disposizione, un centinaio, sono occupati: abitanti di Sesto, politica e sindacalismo locale e i sostenitori della prima ora, quelli che in Gino ci hanno creduto subito e si sono lanciati con lui in quella che inizialmente sembrava una follia. Assieme a Simonetta Gola e Michele Serra c’è l’amico di una vita e storico attivista di Emergency Ennio Rigamonti. La giornalista Marianna Aprile gli chiede di raccontare la relazione di Gino con la sua città e l’influenza che ha potuto avere sulla sua vita e le sue scelte.

«PROBABILMENTE GINO sarebbe stato lo stesso anche nato e cresciuto da qualsiasi altra parte» risponde, ma ricorda anche una cena con docenti universitari in cui gli venne chiesto perché aveva deciso di fondare una cosa come Emergency, e Gino rispose «Perché sono di Sesto». Una battuta, poche parole che però riportano alle condizioni che c’erano a Sesto negli anni Sessanta. Una città operaia dove, ricorda Ennio, si viveva un senso di socialità diffusa, che legava le persone e allargava le famiglie. Del resto, Gino Strada stesso parlando di Sesto lo descrive come «Un buon posto per diventare grandi»: una comunità solidale che della comunità lo ha portato a continuare in qualche modo ad occuparsi. «I diritti erano parte della cultura in cui siamo cresciuti» continua Ennio «ci venivano trasmessi dai nostri padri e dalle lotte storiche condotte qua dalla classe operaia».

SEMPRE IN QUELLE primissime pagine Gino parla con riconoscenza di uno dei suoi professori universitari che, aggiunge Ennio, è considerato uno dei padri della lotta per il diritto alla salute sul lavoro e proprio alla Breda, poco distante, sono state fatte le prime lotte per la salute sui luoghi di lavoro. «Quando Gino affermava che la salute va garantita nei fatti, è anche il prodotto di tutta questa storia». Era doveroso quindi andare a presentare il racconto di una missione durata una vita, nella città dove tutto è cominciato, nel luogo da dove si sono ramificate le radici che lo hanno tenuto saldo ovunque sia andato nel mondo: l’antifascismo, la politica, la militanza, la passione per la medicina. Quel libro Gino era restio a scriverlo anche perché sentiva di stare dicendo in fondo le stesse cose da trent’anni, come un disco rotto, che senso aveva metterle anche per iscritto? E invece quanto bisogno avremmo di averlo ancora in mezzo a noi a dire, scrivere, esprimere in ogni modo quelle «due cose» così importanti: il rifiuto categorico della guerra e il diritto alla salute per tutti.

             Incontro contro la guerra a Sesto San Giovanni, foto di Emergency

MANCANO LE SUE PAROLE e la sua concretezza. Mancano particolarmente adesso, dice l’amico Michele Serra. Perché l’approccio concreto, quale era il suo, a quelle che sono le vere vittime della guerra, i civili, non lo avrebbe fatto entrare in crisi nemmeno ora, nel corso di un conflitto in cui a sinistra ci si spacca sull’invio alle armi, in cui bisogna schierarsi per forza da una parte o dall’altra. «Siamo dentro quella complessità che diventa la dannazione della sinistra, che in questa complessità si lacera e si perde».

GINO STRADA HA SUPERATO questa complessità paralizzante come uomo di sinistra, agendo in maniera concreta, scavallando le contraddizioni e i dubbi grazie alla consapevolezza acquisita sul campo che la guerra è un orrore ed è inutile. «Ci vengono a chiedere a che cosa serve i pacifismo» continua Michele Serra «ma dovrebbero chiedersi più spesso a cosa serve la guerra, quando il bilancio di anche solo degli ultimi conflitti è catastrofico. Basta guardare qual è la situazione in Afghanistan, Libia, Iraq, Siria, dopo anni di conflitto, i milioni di vittime, i miliardi spesi. I pacifisti sono sempre tenuti a giustificare la loro posizione, e perché invece non chi decide di fare la guerra?». Perché il pacifismo sia oggi nell’angolo lo chiede Marianna Aprile a Simonetta Gola.

UNA DOMANDA non semplice a cui Simonetta riesce a trovare una risposta chiara e un ragionamento cristallino. «Nel 2003 le grandi manifestazioni per la pace portarono il New York Times a parlare dell’esistenza di una terza forza mondiale. Sappiamo come è andata e credo che il movimento pacifista ancora risenta di quel fallimento». E poi c’è la debolezza della cornice politica attuale, che porta il pacifismo ad esprimersi più nelle cose che nelle piazze, una manifestazione meno evidente, più carsica ma diffusa nel lavoro quotidiano di moltissime persone. Infine c’è questa assurdità di vedere come amico di Putin chi si oppone alla guerra. «Quelli che condannano Putin ora sono gli stessi che negli anni passati ci facevano accordi. Noi che non gli abbiamo mai stretto la mano ora siamo diventati i suoi amici. In una tale cancellazione del dibattito è logico che ci si ripieghi su sé stessi. Questa polarizzazione sta facendo dei danni enormi, anche le parole del Papa, che sarebbero state le stesse di Gino, sono completamente ignorate».

LA RIFLESSIONE sull’insensatezza, l’inutilità, l’ingestibilità di una guerra attraversa tutto l’incontro come buona parte del libro di Gino Strada. Era convinto che ogni tentativo di regolarla, di imporle codici di comportamento fosse un’illusione, facendo sue quelle che furono le parole di Alber Einstein all’indomani della fallimentare conferenza sul disarmo del 1932 a Ginevra : «La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire».

GINO STRADA È STATO testimone diretto di tante guerre che non hanno risolto nulla e hanno lasciato sul campo solo macerie, morte e pretesti per altre guerre. Non nascono mai dal nulla, all’improvviso, ma si preparano prima. Anche se non funzionano, si torna sempre lì. Gino Strada era alla ricerca di un’alternativa. «La fine della guerra è lontanissima» chiosa Ennio Rigamonti «ma Gino ha tracciato la strada da percorrere».

* I proventi del libro «Una persona alla volta» saranno devoluti alle attività di Emergency

 

MEDITERRANEO , 100 MIGRANTI MORTI. FUGGIVANO DALLA LIBIA

 

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