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DA PUTIN AD AL-SIS, PER IL GAS SI RINUNCIA ALLA « GIUSTIZIA PER GIULIO REGENI »

POLITICA NAZIONALE      |     POLITICA ITALIANA 

 

16/04/2022

da il Manifesto

Eleonora Martini

 

EFFETTO UCRAINA. L'accordo di Draghi con l'Egitto suscita molte polemiche. Letta: «Mi lascia tantissimi dubbi». Fratoinanni: «Fermate questo scempio». Solo Fassina va controcorrente: «Rinunciare non serve a risolvere la faccenda»

 

Passi per l’Algeria, il Qatar, l’Angola, il Congo, il Mozambico o l’Azerbaigian. Ma neppure la realpolitik più navigata può contemplare con nonchalance l’idea di sostituire il gas russo – al fine, giustamente, di non finanziare la guerra di Putin – con il gas proveniente dall’Egitto del generale Al-Sisi, proprio mentre la magistratura italiana è costretta a registrare l’ennesimo sfregio alla giustizia inferto da un regime che continua a tutelare e nascondere i torturatori e gli assassini materiali di Giulio Regeni.
Il primo a protestare è stato Nicola Fratoianni: «Un giorno fanno un tweet indignato con l’Egitto per l’omicidio di Giulio Regeni e per i continui depistaggi per evitare l’arresto degli assassini, ufficiali del regime. Il giorno dopo gli stessi fanno un accordo con il medesimo regime del Cairo per avere il gas». Il segretario di Sinistra Italiana, da più di un anno all’opposizione, chiede alla maggioranza e al governo di avere «un sussulto di dignità» e fermare «questo scempio» che arriva «dopo gli affari con le navi militari vendute ad Al-Sisi». «Almeno – conclude – non ci raccontino che in questa guerra in corso e nella crisi che ne discende ci battiamo per difendere i nostri valori».

 

Letta sembra cadere dal pero, come se la decisione di non rompere gli scambi commerciali e politici con quel regime che è denunciato da tutte le organizzazioni internazionali di violazione sistematica dei diritti umani fosse una novità. L’accordo appena sottoscritto dal governo Draghi, dice ai microfoni di Rai Radio Uno, «mi lascia tantissimi dubbi» perché «se non viene fatta giustizia per Giulio non sarà fatta giustizia anche per tante altre persone che nel mondo hanno subito o potranno subire la stessa drammatica vicenda». Anche questa volta Carlo Calenda coglie l’occasione per punzecchiare il segretario del Pd e rivolgergli una domanda un po’ lecita e un po’ provocatoria: «Però non vuoi neanche il carbone per sostituire temporaneamente il gas russo, perché inquina. Hai una soluzione o facciamo solo retorica?».

 

Succede infatti che, a causa della crisi economica e dell’instabilità politica, l’Algeria non riesce a soddisfare le richieste di aiuto avanzate dal premier Draghi, tanto che già all’inizio di aprile la compagnia pubblica algerina, Sonatrach, ha fatto sapere di avere disponibili nel breve periodo solo «alcuni miliardi di metri cubi addizionali». Secondo un sondaggio Euromedia presentato ieri sera a Porta a Porta, però, il 65% degli italiani sarebbe «disposto a ridurre il riscaldamento o il condizionatore per non dipendere dal Gas russo».

 

Sarebbe bello, se bastasse. In realtà, secondo lo scenario ipotizzato nel quadro tendenziale dell’Istat presentato nel Def, anche se le imprese riuscissero ad assicurare il soddisfacimento del fabbisogno energetico grazie alla diversificazione degli approvvigionamenti, l’aumento dei prezzi del gas, del petrolio e dell’elettricità porterebbero comunque a un tasso di crescita del Pil inferiore rispetto alle previsioni tendenziali di 0,8 punti percentuali nel 2022 e 1,1 nel 2023, mentre il tasso di inflazione risulterebbe più alto di 1,2 punti nel 2022 e 1,7 nel 2023.

 

Epperò tutto questo non basta, afferma il deputato dem Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, per «pensare di barattare la credibilità internazionale del nostro Paese per un po’ di gas». Con lui, molti altri – da Italia viva ai Radicali italiani – chiedono al premier Draghi e all’Eni di battere altre strade per non passare «dalla padella alla brace», per usare le parole di Laura Boldrini. Solo Stefano Fassina (Leu) va controcorrente: «Non siamo noi che facciamo un favore ad Al Sisi. E’ lui che fa un favore a noi. Se noi non lo compriamo, ha la fila fuori la porta. Ai fini sacrosanti di avere giustizia per Giulio Regeni è assolutamente inutile».

 

Rimane però il fatto che finanziare il regime di Al-Sisi vuol dire ancora una volta aiutare Putin. Perché tra i due dittatori c’è grande intesa, politica ed economica: dall’acquisto delle armi russe da parte del Cairo al finanziamento di Mosca per la prima centrale nucleare egiziana, fino ai vari trattati di cooperazione strategica. Motivi per i quali l’Egitto si è astenuto sulla risoluzione Onu di condanna della guerra russa all’Ucraina.