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DOPO RAMSTEIN LA SVOLTA, LA GUERRA ANGLOAMERICANA DA REMOTO

EDITORIALI E COMMENTI 

 

07/05/2022

da Il Manifesto

Alberto Negri

 

GUERRA IN UCRAINAFin dove si vuole «indebolire la Russia»? E qual è l’obiettivo ucraìno accettabile da Putin? Il 9 maggio si avvicina senza mediazione diplomatica e la pace si allontana

 

Per capire che la guerra in Ucraina è cambiata non ci vuole uno stratega. Basta alzare lo sguardo all’orizzonte del Mar Nero con l’«Admiral Makarov» colpita da un missile guidato probabilmente da un drone americano. Nelle prime settimane di conflitto Biden si era rifiutato di autorizzare aiuti militari con armi offensive o di istituire una “no-fly zone” che coinvolgesse la Nato. Agli ucraini l’Occidente chiedeva di resistere il più possibile, sperando che Putin si impantanasse.

 

Cosa che è avvenuta con le armi che Kiev aveva già ottenuto in precedenza da Washington e Londra. Putin è stato costretto a ritirarsi nel Donbass, rinunciando a cambiare – almeno per ora – l’ordine politico a Kiev e lasciando dietro di sé crimini di guerra e fosse comuni. Il 9 maggio a Mosca si festeggia una vittoria, l’armistizio della Germania (8 maggio 1945), certo non quello dell’Ucraina.

 

ADESSO SIAMO alla seconda fase. Con l’annuncio della Casa Bianca del 28 aprile di un pacchetto per Kiev di 33 miliardi di dollari, di cui 20 di sostegno militare, il livello dello scontro è salito in un modo incredibile. Dagli aiuti contro l’aggressione russa si è passati a una manovra per indebolire il potere di Putin e l’influenza della Russia in Europa. Come ci informa il New York Times si possono colpire le infrastrutture logistiche dei russi sul loro territorio, uccidere i loro generali con le informazioni passate da aerei spia, satelliti e droni americani e britannici, affondare loro navi come accaduto con il Moskva. Quanto alle smentite di Washington delle stesse fonti americane della difesa, fanno parte del gioco: combattere una guerra da remoto dando la sensazione di non essere coinvolti direttamente e di tenerla sotto controllo.

 

Forse la potremmo chiamare «guerra per procura controllata». Ma è chiaro che si sta correndo sul filo di un conflitto che può diventare più ampio e letale. Il presidente Usa, che in marzo aveva dichiarato in Polonia che «Putin non poteva restare al potere», ha mandato un altro messaggio esplicito al capo del Cremlino: «Non avrai il controllo dell’Ucraina». Il 25 aprile il segretario alla Difesa Lloyd Austin è stato altrettanto perentorio e in un incontro con Zelenski ha dichiarato che l’obiettivo è «limitare il potere della Russia sul lungo periodo in modo che non possa replicare l’aggressione all’Ucraina».

 

La riunione Nato di Ramstein è stata la svolta, un po’ come lo fu il vertice sul Kosovo al castello di Rambouillet nel ‘99 per lanciare l’attacco alla Serbia di Milosevic. Il meeting è stato trasformato in una sorta di coalizione internazionale di «volonterosi» con l’aggiunta di quattordici partner esterni all’Alleanza Atlantica, l’Ucraina, in primis, ma anche Svezia e Finlandia, in predicato di unirsi alla Nato.

 

A QUESTI ATTORI si è unito il quartetto del Pacifico: Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, ovviamente, Australia. Tre le nazioni mediorientali: Israele (con il quale Putin giovedì ha dovuto rimediare la «gaffe» di Lavrov), la Giordania, bastione Usa ai confini della Siria filorussa, e il Qatar, nuovo cavallo di battaglia dell’amministrazione Biden nel Golfo dopo i chiari di luna con l’Arabia Saudita. Infine quattro nazioni africane: Kenya e Liberia, fidati alleati Usa, ma anche le «democratiche» Marocco e Tunisia, come a mettere pressione all’Algeria terza acquirente di armi russe al mondo. Un messaggio è arrivato anche alla Cina e all’Indo-Pacifico, dove la Nato potrebbe intervenire, secondo un bellicoso discorso di aprile della ministra britannica della difesa Liz Truss. A Ramstein si è deciso di mettere sotto pressione la Russia anche in casa.

 

LO STESSO CAPO di stato maggiore italiano, l’ammiraglio Cavo Dragone, in un incontro all’indomani di Ramstein (al quale chi scrive ha assistito), ha sottolineato che il conflitto si sarebbe esteso dalle dimensioni di terra, cielo, mare, spazio, alla quinta dimensione della cyberwar. Il nostro capo di stato maggiore non l’ha detto ma qualcuno che lo accompagnava si è spinto ad affermare che «l’Europa senza la Russia non ci può essere ma una Russia senza Putin sì». E comunque visto che Draghi (martedì da Biden) non si fa vedere in Parlamento da due mesi e non fornisce informazioni sul conflitto non c’è che da ringraziare l’ammiraglio.

 

QUESTO È QUANTO ci si attende prossimamente dalla guerra, incubo nucleare a parte. Lo stivale americano è quindi arrivato sul terreno. Il generale Mark Milley, capo di stato maggiore di Washington, l’altro giorno era sul campo in Ucraina per un briefing con il comandante delle forze armate di Kiev Valery Zaluzhny per pianificare la controffensiva nelle aree di Kharkiv e Izium. Milley – uno di quelli che hanno in mano le chiavi del nucleare Usa – era sul campo di battaglia per dimostrare che il controllo da «remoto» degli americani sul conflitto è reale e non si limita alle incursioni diplomatiche di Blinken e Austin.

 

In questa situazione bellica la cosa più preoccupante è che non sembra esserci una soluzione diplomatica. Fino a che punto gli occidentali intendono «indebolire la Russia»? E qual è l’obiettivo militare e politico accettabile da Putin in Ucraina? Possiamo fare soltanto delle supposizioni, come quella che Mosca, dopo l’annessione della Crimea, si accontenti di recuperare alle due repubbliche separatiste il territorio perso in questi anni e occupare le “oblast” meridionali di Kherson e Zaporizha – ma non Dnipro e Odessa.

 

Ma quando in Ucraina si parla di «controffensiva» e Zelenski offre di fatto a Putin il ritiro russo dalle posizioni attuali, il sospetto è che si voglia lasciare il leader del Cremlino nella posizione di scegliere soltanto tra la resa e la continuazione della guerra. Il 9 maggio si avvicina con venti di guerra, non di pace.