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ARMI E SOLDI ZELESKY CHIAMA DAVOS

POLITICA ESTERA      

 

24/05/2022

da Il Manifesto

Anna Maria Merlo

 

WORD ECONOMIC FORUM. Il presidente ucraino in collegamento esorta sulle sanzioni e i finanziamenti. Al centro del summit la crisi alimentare aggravata dal blocco dei cereali ucraini

 

 

 

Un intervento video da Kyiv di Volodymyr Zelensky, con la denuncia di un ultimo crimine, 87 morti il 17 maggio nel bombardamento di Desna, ha inaugurato ieri il Word Economic Forum di Davos, il primo appuntamento in presenza dopo la parentesi del Covid, spostato per quest’anno in primavera invece che in pieno inverno nella cittadina delle Alpi svizzere. Gli sconvolgimenti geopolitici e le conseguenze sull’economia hanno concentrato l’attenzione dei circa 2.200 invitati, tra cui una quarantina di capi di stato e di governo accanto ai dirigenti dell’economia mondiale (ma del G20 c’è solo il cancelliere Olaf Scholz): il mondo è a un «punto di svolta, non solo a parole», ha sottolineato il presidente ucraino, «si decide se la forza bruta governerà il mondo», con paralleli con Sarajevo 1914 e Monaco 1938.

 

Una prima decisione è la convocazione a luglio, a Lugano, di una conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina. Zelensky valuta ad almeno 500 miliardi di dollari il costo della ricostruzione e appoggia l’idea della Ue di congelare gli averi russi per finanziare parte dei bisogni. Ma prima di arrivare a questa tappa, Zalensky insiste sulla necessità di «sanzioni massime» contro Mosca, chiede che non ci sia più «nessun commercio» con la Russia, che venga esteso «l’embargo sul petrolio», varato da Usa e Gran Bretagna ma non ancora dalla Ue a causa della forte dipendenza e delle divisioni tra paesi, che vengano prese misure «contro tutte le banche russe, senza eccezione», critica i ritardi nelle reazioni Ue all’aggressione: le sanzioni «devono essere preventive non solo una risposta».

 

Zelensky parla anche delle armi: «Se avessimo ricevuto il 100% dei bisogni a febbraio il risultato sarebbe stato decine di migliaia di vite salvate, per questo abbiamo bisogno di tutte le armi che chiediamo, non solo di quelle fornite, per questo l’Ucraina ha bisogno di finanziamenti», valutati a «5 miliardi di dollari al mese», per «resistere».

 

La delegazione ucraina è molto numerosa: sono a Davos il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, e il responsabile del digitale, i sindaci di Kyiv, Bucha e Mariupol, vari parlamentari. Una svolta, se si pensa che solo qualche anno fa la banca russa Sberbank era sponsor di Davos e Putin un invitato corteggiato da tutti, mentre adesso è sparito dalle tavole il caviale russo e la Russia House, sulla via centrale della cittadina svizzera, è diventata la Russia War Crimes House, con una mostra sulle devastazioni e sui crimini di guerra.

 

Oggi, in risposta alle richieste e critiche di Zelensky, interviene la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

 

Il tema del Forum quest’anno è Restoring Trust, ritrovare la fiducia: il mondo è entrato in una fase post-neoliberista, è meno aperto, più frammentato, è in corso una de-mondializzazione che tende a costituirsi in grosse aree potenzialmente rivali. Come ricostruire la «fiducia» con la crisi climatica, che condiziona tutti i settori e che richiederebbe una collaborazione mondiale, mentre crescono protezionismo e tensioni? La guerra sta sregolando produzione e scambi.

 

Al centro dell’attenzione c’è la crisi alimentare, che ha cause molteplici, climatiche ed economiche, aggravata dal blocco dei cereali ucraini da parte dei russi nel Mar Nero, che ha già portato a un aumento dei prezzi del 30% negli ultimi mesi (e contemporaneamente a un aumento dei profitti nell’agroalimentare del 45%). L’aggressione all’Ucraina da parte della Russia sregola l’export di due grandi produttori mondiali. Ma anche altri paesi, presi dal panico per la minaccia di carestie, hanno bloccato l’export: ultima l’India per il grano, prima l’Indonesia per l’olio di palma, ma anche Ungheria, Serbia, paesi caucasici, Argentina per la carne, Iran per le patate, la Cina per i fertilizzanti, c’è una corsa pericolosa al protezionismo, anche solo parziale, che secondo la Fao non fa che aggravare la minaccia di crisi alimentare (chiudere all’export non garantisce prezzi calmierati all’interno e rende vulnerabili al protezionismo altrui, oltre a favorire tutte la speculazione). Tutti gli esperti mondiali, dalla Fao al Pam (Programma alimentare mondiale) sottolineano che non c’è una penuria globale di prodotti alimentari, ma che la minaccia di carestia proviene da distorsioni nella distribuzione, dalle spinte protezioniste alle diseguaglianze mondiali e all’eccessiva concentrazione nella produzione e nel controllo del commercio.

 

Ieri Oxfam ha ricordato nel rapporto Profiting from Pain, che con la pandemia del Covid ogni 30 ore c’è stato un nuovo miliardario nel mondo e ogni 33 ore un milione di poveri in più. La strada per evitare una grave crisi alimentare passa per un aumento delle produzioni locali, per una maggiore diversificazione e minore concentrazione degli scambi internazionali: il mercato mondiale è dominato da 4 produzioni (zucchero, farina, mais, riso), da pochi paesi esportatori (24 paesi al mondo dipendono enormemente da Russia e Ucraina, Libano e Egitto all’80%, l’Eritrea al 100%), ci sono 4 multinazionali dominanti (Abcd: Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Louis Dreyfus).