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PIOMBINO STA PER CHIUDERE

Riccardo Chiari
03.02.2017

Acciaio spezzato. In migliaia ancora una volta in corteo, per denunciare che il piano industriale di Aferpi per le Acciaierie è un fantasma. E che quel che restava della cittadella dell'acciaio - i soli laminatoi - sono costretti allo stop per mancanza di materie prime. Sos al governo: «Sulle politiche industriali si deve cambiare rotta»
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Sotto la pioggia, in quasi duemila hanno sfilato lungo le strade di Piombino, per denunciare che il piano industriale di Aferpi per le Acciaierie è un fantasma. E che quel che restava della cittadella dell’acciaio – i soli laminatoi – sono costretti allo stop per mancanza di materie prime. Di fronte alle difficoltà dell’algerino Issad Rebrab e della sua Cevital di ottenere credito dal sistema bancario, la giunta regionale ha approvato una delibera che consentirà a Fidi Toscana di farsi garante con le banche, con 20 milioni, per concedere ad Aferpi il credito necessario ad acquistare le materie prime. La garanzia però sarà efficace solo dopo che Rebrab avrà presentato il piano industriale. Sul quale la Fiom, con il responsabile siderurgico Mauro Faticanti, ha ormai una montagna di dubbi: «Vista l’evidente incapacità di Cevital di mantenere gli impegni, è necessaria una azione straordinaria da parte dei soggetti, a partire dal governo, che hanno firmato l’accordo consegnando la ex Lucchini alla società algerina. Il governo si è impegnato a convocare Rebrab, ma noi non accetteremo più di non essere ascoltati, come è successo negli ultimi mesi».
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Alla manifestazione unitaria metalmeccanica c’era fra gli altri anche il segretario generale toscano della Fiom, Massimo Braccini: «Oggi a Piombino c’erano tantissimi lavoratori, anche Rsu di altre fabbriche toscane, per ribadire che non si possono perdere importanti pezzi d’industria. Il governo deve verificare se Rebrab ha intenzione di andare avanti. Se poi continuerà a non rispettare i tempi degli accordi, bisogna che il governo pensi anche ad una strategia alternativa. Ed è chiaro, per l’ennesima volta, che sulle politiche industriali si deve cambiare rotta».