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18/06/2022

da Il Manifesto

Alberto Negri 

 

Non c’è dubbio che la giornata di giovedì 16 giugno sia stata «storica», tutti hanno così definito la visita dei tre leader europei che ha spianato la strada alla candidatura dell’Ucraina all’ingresso nell’Unione europea.
Ma non rappresenta una svolta nella guerra: di armi non si è parlato e non lo si doveva fare, perché questa era la precondizione dell’incontro. Kiev è stata soprattutto una tappa che rinsalda un’unità europea più volte messa in dubbio.
Ma le differenze restano, eccome.

Nonostante sia stato sottolineato che Francia, Germania e Italia si siano allineate nel sostegno senza esitazioni per l’Ucraina chiesto da tempo dai paesi del fianco est dell’Unione.
Non è però la fine dello scarto evidente tra i protagonisti tradizionali dell’Unione e i membri orientali che si trovano in prima linea a causa della loro storia e della loro geografia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato ieri che l’Ucraina non avrà mai pace se l’obiettivo finale del conflitto nel Paese è «schiacciare la Russia». In un’intervista alla tv francese Bfmtv, ripresa da Cnn, Macron di ritorno da Kiev ha detto di aver sentito dire che «l’obiettivo di questa guerra è  schiacciare la Russia. 

Ed è  qui che dico che vi sbagliate. Se si fa così, non si otterrà mai una pace negoziata». Macron ha aggiunto che nemmeno Zelenski ha l’obiettivo di schiacciare la Russia. Il presidente Zelenski «difende la sua terra. E noi vogliamo aiutarlo a farlo. A volte abbiamo vinto la guerra e perso la pace». E non è certo un caso che a Macron abbia fatto eco il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov in un’intervista a Izvestia: «Apprezziamo molto queste qualità di Macron – ha detto – nonostante le differenze di fondo esistenti, Macron ha seguito coerentemente questa strada, che anche il presidente russo approva».

Ma a che punto siamo davvero di questa guerra? Putin ieri al Forum economico di San Pietroburgo (presenti diverse società italiane) ostentava sicurezza .«L’era del mondo unipolare è finito», un cambiamento «che è parte della storia» e «non è reversibile», ha detto Putin aggiungendo che gli Stati uniti «fanno finta di non notare che ci sono altri centri forti nel mondo». Un duro attacco all’America definita «il poliziotto del mondo». Ma la propaganda del Cremlino stenta comunque a incrociare la realtà dei fatti: se gli Stati uniti forse non sono più il poliziotto del mondo, lo sono certamente diventati – grazie a PutNon in – dell’Ucraina. Negli ultimi tre mesi il Congresso Usa ha approvato 54 miliardi di aiuti civili e militari a Kiev, più dell’80% del bilancio russo della difesa (secondo le cifre ufficiali).

Per raggiungere l’obiettivo di «indebolire la Russia» gli Usa non stanno risparmiando sui mezzi anche se la consegna di armi più offensive sta subendo dei ritardi e negli Stati uniti si avanzano dubbi sull’affidabilità degli ucraini e sull’opportunità di proseguire la guerra.
Ma allo stesso tempo l’idea degli Usa di «impantanare» Mosca – che da sola si è avventurata in una aggressione sconsiderata all’Ucraina – diventa sempre più concreta. Persino l’ombra pesantissima di un conflitto allargato e della minaccia terrificante del nucleare sembrano non preoccupare più di tanto gli strateghi occidentali. Questo obiettivo americano, la guerra di logoramento o di attrito, è sostenuto dalla Nato, visto che il segretario della Nato Jens Stoltenberg ha affermato, proprio il 16, che «gli alleati sono pronti a continuare a fornire all’Ucraina aiuti sostanziali e senza precedenti».

La scommessa, forse azzardata, è che il tempo giochi contro Mosca prosciugandone le risorse. Che cosa significa questo? Gli Usa, che conducono le danze, stanno approfittando di questa conflitto, senza rischiare neppure un soldato, per stendere al tappeto un avversario storico e mettere a segno alcuni vantaggi strategici: sfinire Mosca, mettere in difficoltà la Cina imbarazzata dagli insuccessi dei russi, rafforzare l’Alleanza Atlantica (Finlandia e Svezia sono sulla soglia della Nato osteggiate soltanto dalla Turchia) e non da ultimo portare a casa lucrosi contratti con le esportazioni di armi, cereali e gas.

 

Ma quali sono le conseguenze di un conflitto in cui in realtà non si vedono veri vincitori, almeno da questa parte dell’Atlantico? L’Unione europea, in attesa che divenga una potenza militare, non sembra uscirne così rafforzata: Germania e Italia, due delle tre maggiori economie, pagheranno pesantemente i tagli al gas russo e l’approvvigionamento di materie prime. Le alternative al gas russo sono ancora incerte come la transizione ecologica, mentre diventa sempre più concreto il rischio di una recessione dell’Europa più industrializzata da cui deriverebbero anche meno risorse per la stessa Ucraina. «Ricostruiremo tutto», hanno detto i tre leader a Kiev ben sapendo che non tutte le promesse saranno mantenute. E la crisi dei creali non può che diventare un altro elemento destabilizzante dei popoli del Mediterraneo e africani.

 

Ma soprattutto – ed questo che teme di più Macron ma anche la Germania e noi stessi – sono le conseguenze politiche ed economiche del conflitto: a Est c’era una volta una cortina di ferro che è diventata d’acciaio. Una gabbia dove resteremo sigillati per anni.