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IIL BURRONE CHE ASPETTA LUIGINO FINI

EDITORIALI E COMMENTI 

 

24/06/2022

da il Manifesto

Andrea Carugati

 

Forse la spiegazione è negli anni del liceo a Pomigliano, quando Di Maio battezzò la sua lista studentesca «Mas», come la squadriglia di Junio Valerio Borghese. Forse è proprio la radice missina (da parte di padre) che lega il destino di Luigino a quello di Gianfranco Fini.

 

Colpisce come il giovane ex grillino in questi giorni stia ripercorrendo le orme dell’ex leader di An come in un remake del film: «La Grande Scissione». Nel nome della moderazione, dell’abiura degli estremismi del passato, tutti e due passati per la Farnesina e i vertici di Montecitorio, palestre di impeccabilità istituzionale. Il vecchio leader post-missino consegnato alla storia per il «Che fai mi cacci?» rivolto al faccione di Berlusconi, il giovane Luigi che non ha avuto neppure bisogno di dirlo, si è cacciato da solo.

 

Sono passati circa 12 anni tra i due strappi, entrambi benedetti e applauditi in coro dall’establishment e dai suoi giornali, Gianfranco e Luigi su tutte le prime pagine, così eleganti, così perbene, così educati. La prima volta l’obiettivo dei megafoni mediatici era ridimensionare un Berlusconi sempre più impresentabile in Europa dopo le cene eleganti, immaginare una destra meno scomposta, da mettere a tavola. Oggi l’obiettivo è tagliare le unghie a Conte e alle sue battaglia contro le armi all’ Ucraina. E pazienza se «Giuseppi» è già un damerino, mica si sarà messo in testa di rompere le scatole agli americani?

 

In quei mesi del 2010 sulle tv e nei giornali i finiani erano più presenti delle zanzare d’agosto: pochi ricorderanno i Briguglio, i Bocchino, i Fabio Granata e Andrea Ronchi che impazzavano a tutte le ore, proprio come ora tocca a Spadafora, Ruocco, Castelli e altri dimaiani improvvisamente diventati ospiti da accogliere con i tappeti rossi.

 

Di Maio, mostrando da partenopeo ferrea e inusuale indifferenza alla scaramanzia, ha scelto più o meno lo stesso nome del suo predecessore, senza avere neppure la necessità di scomodare Luca Barbareschi, orgoglioso inventore del finiano «Futuro e libertà». Eccolo qui, «Insieme per il futuro», se possibile ancora più anodino, senza personalità, come un completo di Luigino (almeno Fini osava con le cravatte rosa).

 

A un certo punto, in odio ai loro ingombranti compagni di partito, prendono armi e bagagli e se ne vanno sotto centinaia di riflettori, abbandonando le parole d’ordine che avevano contribuito al loro successo. «Il fascismo è il male assoluto»|, disse Fini. «Uno non vale più uno, servono le competenze, basta coi populismi e gli estremismi», distilla oggi Di Maio. E va detto, a onore di cronaca, che la svolta di Fiuggi e i vari aggiornamenti del leader di An paiono ancor oggi cosa serissima rispetto alle trasformazioni di Zelig- Di Maio.

 

Tutte e due le volte hanno pesato in realtà le geometrie di partito, gli organigrammi, quanti coordinatori regionali del Pdl ai finiani, quanti candidati sindaco. Ora è lo stesso: Luigi si vedeva sempre più tagliato fuori dal partito contiano, l’avvocato non gli concedeva colonnelli e neppure gendarmi, neppure nella pletorica organizzazione che l’ex «non partito» ha iniziato a darsi.

 

«Incompatibile», venne definito Fini dall’ufficio politico del Cavaliere. «Corpo estraneo», la formula usata per Di Maio da uno dei vice di Conte. «Lavorare per unire e non dividere, dando vita ad una politica di qualità, senza insulti», arringava Fini dal palco di Mirabello nell’estate 2010, e sembra di sentire Luigino sul palchetto dell’hotel Bristol a Roma, tre sere fa.

 

Ironia della sorte, c’è sempre un grande tecnocrate (e premier pro-tempore) nelle strade dei due transfughi. Allora era Monti col loden, che si portò i finiani in coalizione con la sua Scelta civica, un partitino i cui esponenti raggiungevano il Pil di un paese africano, da Buitoni a Bombassei senza dimenticare Montezemolo. Gente antropologicamente incompatibile con la vecchia destra sociale. Risultato: 0,47% alle politiche 2013. Roba da far riflettere sul reale peso dei media nelle campagne elettorali.

 

Ora Di Maio si pone al riparo sotto l’ombrello di Mario Draghi, che difficilmente però metterà il suo prestigioso nome su una scheda elettorale. Toccherà ai suoi tanti pretendenti eredi (poco meno di quelli di Maradona) tentare di capitalizzare la sua autorevolezza, con esiti presumibilmente infausti. In questa giostra di Calenda e Renzi, Toti e Brugnaro, Sala chi lo sa, sale Di Maio, e in tandem con Fini almeno c’era Casini che è tutta un’altra stoffa.

 

Luigino è finalmente libero e senza più la tutela di Conte (e quella assai più pesante di Grillo). Si gode queste ore di libertà, il primo e vero Vaffa della sua vita, l’ebrezza della moderazione, del plauso dei poteri forti. Quelli contro cui ha (più o meno) combattuto per anni, ma Di battista era molto più bravo come arruffapopolo, lui già sognava altro, i giornaloni che all’improvviso non lo chiamano più «bibitaro» (definizione di per sé assurda per un ragazzo che a 32 anni ha vinto le elezioni), le lodi di Giuliano Ferrara che gli dedica Rimbaud.

 

Chissà se Super Mario gli ha promesso qualche prestigiosa collocazione internazionale. Ma forse non ce n’è neppure bisogno. Basta lo sguardo benevolo del banchiere, che di colpo ripaga una vita da studente fuoricorso. E poi l’ebrezza del futuro, che ti consente di citare Fini senza aver capito che la strada intrapresa porta nello stesso burrone.