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TRA GLI ORRORI DELLA GUERRA E LO SPIRAGLIO PRO-EUROPA: COM'E' CAMBIATA L'UCRAINA DOPO QUATTRO MESI DI INVASIONE

POLITICA ESTERA 

 

28/06/2022

da Valigia Blu

Oleksiy Bondarenko

 

A quattro mesi dall’inizio dell’invasione russa, la guerra in Ucraina sembra ancora molto lontana da ogni possibile soluzione. I negoziati di pace sono arenati da mesi mentre parte del territorio rimane sotto occupazione delle forze di Mosca. La guerra ha provocato morte, distruzione e un inimmaginabile flusso di persone (l'ultimo terribile episodio riguarda l'attacco missilistico che ieri ha colpito un centro commerciale di Kremenchuk), ma sta anche consolidando la società ucraina e aprendo un processo di integrazione con l’Unione Europea che solo qualche mese fa sembrava lontano decenni. 

 

Cosa è successo nei quattro mesi di guerra?

 

L’invasione russa cominciata la mattina del 24 febbraio sembrava inizialmente poter essere un attacco lampo volto a prendere controllo dei punti nevralgici del paese. Con un attacco da sud, est e nord, nei primi giorni di guerra le truppe russe erano effettivamente arrivate alle porte della capitale, Kyiv, accerchiando Kharkiv a nord, Mariupol a sud-est e prendendo controllo di Kherson a sud. Un’avanzata che però per tutta una serie di motivi militari (problemi logistici e resistenza ucraina) e politici (mancato collasso del governo e istituzioni ucraine) si è presto arenata, mettendo le basi per un conflitto sanguinoso e prolungato.

 

Il ritiro delle truppe russe dalla periferia di Kyiv avvenuta a fine marzo, con tutte le atrocità che l’invasione ha portato con sé, ha inaugurato così la seconda fase della guerra, concentrata a est, in Donbas. Proprio qui, nei territori già martoriati dal conflitto che aveva conosciuto la sua fase più calda tra il 2014 e il 2015, si sono concentrati gli sforzi militari russi negli ultimi due mesi. Incapaci di avanzare con decisione a causa della resistenza ucraina, la strategia russa si è basata soprattutto su aviazione e artiglieria, radendo al suolo interi villaggi e città. Mariupol, occupata definitivamente a fine maggio, ne è un triste esempio. Una città che contava più di 400 mila abitanti prima del conflitto, ridotta ora in macerie, fosse comuni e sull’orlo di una catastrofe umanitaria. 

 

Una guerra ancora lunga

 

La situazione militare lungo il fronte è ora in costante evoluzione ma quello su cui molti esperti ora concordano è che il conflitto sia entrato in una fase di stallo con nessuna delle due parti capace di dare una sterzata decisiva all’andamento della guerra. Stallo, però, non significa tregua, ma il prolungamento della guerra a tempo indeterminato. Non abbiamo numeri certi, ma secondo alcune stime le perdite russe hanno ormai superato quelle del decennio di guerra tra URSS e Afghanistan. Dall’altra parte, anche se l’Ucraina non ha mai reso pubblico il numero delle perdite delle proprie forze armate, focalizzandosi dal punto di vista mediatico soprattutto sui propri successi e sulle difficoltà del nemico, nelle ultime settimane sono emersi dati preoccupanti. Le autorità hanno di recente ammesso che il numero giornaliero di perdite militari lungo il fronte in Donbas si attesta tra le 50 e 200 persone, mentre si sono intensificate anche le notizie che parlano di problemi con l’equipaggiamento, addestramento e motivazione dei soldati.

 

Quello che sembra cambiato, infatti, sono anche i calcoli del Cremlino. Incapace di conquistare una vittoria rapida e decisiva, con il riorientamento delle forze verso il Donbas la Russia sembra ora pronta per una guerra prolungata con la speranza di affievolire con il tempo la resistenza ucraina (sia dal punto di vista militare che morale) e di indebolire, se non far deragliare, il sostegno di cui Kyiv ha goduto da parte delle potenze europee e Stati Uniti. Gli effetti della crisi energetica ed alimentare innescate dalla guerra, infatti, sono destinati ad avere un impatto negativo sull’economia europea e americana che - sembra essere questo il calcolo del Cremlino – potrebbero iniziare a faticare a continuare ad assumersi i costi politici e finanziari del sostegno all’Ucraina.

 

I negoziati impossibili…

 

Se dal punto di vista militare la guerra è entrata in fase di relativo stallo, lo stesso si può dire anche dell’aspetto diplomatico. Gli accenni di dialogo tra Kyiv e Mosca, che a marzo sembravano poter aprire uno spiraglio verso una soluzione negoziale del conflitto, sono finiti nel vuoto a cause dell’inaffidabilità della posizione del Cremlino e delle atrocità che le truppe russe hanno commesso nel corso del conflitto. A giocare un ruolo importante è stato anche il consolidamento del sostegno che l’Ucraina ha ricevuto da parte di paesi del blocco occidentale. Un sostegno di carattere militare, che si sta dimostrando sempre più importante per la capacità ucraina di resistere all’invasione, ma anche politico e simbolico che si è sostanziato nella concessione dello status di paese candidato UE (insieme alla Moldavia).  

 

Proprio l’iniziale resistenza e le numerose difficoltà militari russe che hanno reso la conquista dell’Ucraina poco probabile, ha di fatto cambiato i piani del blocco atlantico. Non solo Stati Uniti e Gran Bretagna, ma anche altri paesi europei come Francia e Germania, i più restii inizialmente, hanno decisamente aumentato gli aiuti e le forniture militari, permettendo a Kyiv di consolidare la propria posizione strategica. Non a caso a fine aprile The Economist titolava: “L’occidente sta spingendo per una ‘vittoria’ contro la Russia in Ucraina” (The West pushes for “victory” against Russia in Ukraine).  

 

Come riporta Ukrainska Pravda, ad esempio, durante la sua inaspettata visita a Kyiv a inizio aprile, il premier britannico Boris Johnson non ha solo confermato un ulteriore pacchetto di aiuti militari e finanziari, ma ha anche sottolineato che, considerando l’evoluzione della situazione politica e militare, la Gran Bretagna non era disposta a firmare le garanzie di sicurezza in caso di un accordo tra Kyiv e Mosca.  

 

…e la posizione occidentale

 

Al maggiore coinvolgimento dell’occidente ha fatto seguito anche un cambio retorico. A fine aprile, ad esempio, gli Stati Uniti tramite il Segretario della Difesa, Lloyd Austin, hanno iniziato a parlare di “indebolimento” della Russia affinché “non sia più in grado di fare il tipo di cose che ha fatto invadendo l’Ucraina”. La nuova postura americana è stata accompagnato dalla firma da parte di Biden del programma lend-lease, utilizzato già durante la seconda guerra mondiale, che faciliterà la fornitura di aiuti finanziari e militari per un totale di 47 miliardi di dollari, circa un terzo del PIL ucraino.  

 

Una posizione simile è stata assunta dalla Gran Bretagna che, se inizialmente sembrava disposta solo ad aiutare l’Ucraina a difendersi dall’invasione, ha di recente visto espandere i propri obiettivi politici, iniziando a parlare, tramite il suo Ministro degli Esteri, di spingere “la Russia fuori da tutto il territorio ucraino”.

 

Una posizione questa non sempre seguita da altri alleati europei. Se i paesi dell’Europa centro-orientale (Baltici e Polonia su tutti) hanno sempre espresso un sostegno pressoché incondizionato, la posizione di Germania e Francia rimane di gran lunga più cauta. Berlino rimane piuttosto restia nel fornire equipaggiamento militare a Kyiv, anche se ci sono state significative aperture di recente. Mentre il presidente francese, uno dei pochi leader che ha continuato a mantenere aperti i canali di comunicazione con Putin, ha parlato pochi giorni fa della necessità di aiutare l’Ucraina ma senza “umiliare la Russia”, provocando una serie di reazioni contrariate da parte di Kyiv.

 

Più in generale, però, nella posizione del blocco atlantico sembra emergere sempre più chiaramente un problema di fondo. Se da una parte si parla sempre più spesso di “indebolire” e “sconfiggere” la Russia aiutando l’Ucraina a “vincere” la guerra, rimane poco chiaro cosa significa, in pratica, la vittoria ucraina e la sconfitta o indebolimento della Russia. La Russia, anche se non si è dimostrata una potenza militare così temibile come in molti si aspettavano, ad oggi controlla una buona parte delle regioni di Donetsk e Lugansk, oltre alla fascia meridionale dell’Ucraina che gli garantisce un passaggio via terra verso la Crimea. Riuscirà l’Ucraina, anche con l’aiuto occidentale, a respingere le truppe russe ristabilendo lo status quo ante? Sarà sufficiente per dichiarare vittoria? E se non ci dovesse riuscire nei prossimi mesi, quali sono le prospettive realistiche per la fine del conflitto? Sono tutte domande che dopo quattro mesi di guerra rimangono senza risposte.    

 

La Russia è qui per restare

 

Nei territori occupati è iniziato intanto un processo di russificazione volto a consolidare la presenza russa. Le notizie che arrivano da Kherson, Mariupol e Melitopol, le città più grandi finite sotto controllo russo, rimangono scarse per mancanza di accesso fisico e connessione. Quello che sappiamo, però, ci dimostra come il principale obiettivo del Cremlino ora sia il consolidamento del proprio controllo, mettendo le basi per una possibile integrazione di questi territori nelle strutture della federazione russa. 

 

Le autorità locali che si sono rifiutate di collaborare sono state sostituite dall’amministrazione pro-russa, composta spesso da personaggi di terzo piano e sconosciuti a livello locale. Secondo quanto riportano le autorità ucraine, continua anche il processo di detenzione di massa di attivisti e uomini d’affari locali, sospettati di mancanza di fedeltà verso la Russia.   

 

Un clima di terrore accompagnato dalla russificazione economica e mediatica. In tutte le regioni occupate il rublo è stato introdotto come moneta locale e mentre gli operatori telefonici ucraini continuano a non funzionare i media russi sono ora praticamente l’unico mezzo d’informazione. A Mariupol, per esempio, testimoni raccontano di scene che sembrano tratte da un episodio di Black Mirror, con schermi mobili installati su furgoni che girano per la città distrutta trasmettendo canali federali russi. 

 

Nelle ultime settimane è accelerato anche il processo di ‘passaportizzazione’, dopo che a fine maggio il presidente russo aveva firmato un decreto permettendo di concedere con procedura accelerata il passaporto ai residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Sui canali Telegram di propaganda russa girano ormai da giorni video di lunghe file fuori dagli uffici dell’amministrazione locale. 

 

Un altro segnale inequivocabile degli intenti del Cremlino è infine l’inizio del processo di ricostruzione in alcuni dei territori occupati. Come riporta The Moscow Times, nelle regioni russe più depresse sarebbero apparse una serie di ‘offerte di lavoro’ che promettono salari fuori mercato a coloro che sono disposti a spostarsi in Donbass per contribuire alla ricostruzione. Il tutto condito dai video di propaganda dell’inizio dei lavori a Mariupol. Un processo questo che non ha atteso la fine delle ostilità, sottolineando ulteriormente i piani a lungo termine e l’arrogante sicurezza del Cremlino che i territori occupati sono destinati a rimanere sotto il controllo di Mosca.     

 

Ucraina ancora più unita?

 

Nonostante la propaganda e la violenza, però, quello della russificazione non sarà un processo facile e lineare. Se c’è una cosa che questa insensata guerra ha davvero raggiunto infatti è il consolidamento della società e dell’identità ucraina. Secondo alcuni sondaggi, ad esempio, l’invasione russa ha contribuito a diluire le differenze regionali e linguistiche sui temi storicamente più divisivi, come la percezione della “Russia come un paese ostile e minaccioso”, integrazione UE e adesione NATO. Altre immagini, anche se più aneddotiche, ci mostrano una rivitalizzazione della lingua con un crescente numero di persone russofone che dopo l’inizio dell’invasione hanno deciso di studiare ed utilizzare l’ucraino. 

 

Un processo, quello di consolidamento di un’identità civica e di crescente autoidentificazione con lo stato ucraino, già in moto da anni. Numerosi studi, infatti, parlano già da tempo di un lento processo di ucrainizzazione e di crescente disgiunzione tra autoidentificazione etnica e pratiche linguistiche. In altre parole, parlare russo in Ucraina non esclude, tutt’altro, l’appartenenza a un’identità ucraina. Un processo che sembra ora ulteriormente accelerato dalla guerra. 

 

Proprio per questo non dovrebbe sorprendere che anche nelle regioni con una forte minoranza di russofoni l’invasione russa si è scontrata con una resistenza di massa e, forse ancora più sorprendentemente, dell’élite locale. Anche personalità che erano comunemente considerate filo-russe, come i sindaci di Kharkiv e Odessa, hanno rifiutato di collaborare con l’invasore garantendo lealtà al governo centrale e mantenendo il controllo sulle forze dell’ordine e istituzioni locali. 

 

Un percorso certamente non senza problemi e ostacoli. La recente decisione del governo di proibire 11 partiti - tra cui il principale partito di opposizione - per i presunti legami con la Russia, potrebbe diventare un elemento divisivo e problematico. Ma di questo, probabilmente, si tornerà a parlare una volta finita la guerra. Cosa che sembra ancora molto lontana.