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17/07/2022

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

LA DIFFICILE RICOMPOSIZIONE. Si moltiplicano intanto gli appelli al premier perché resti. In campo anche i sindaci

 

Come reagirà Mario Draghi al rilancio di Giuseppe Conte, arrivato al termine della lunghissima e lacerata seduta di autocoscienza del M5S? La domanda dalla quale dipende l’esito della crisi, la possibilità o meno di un ripensamento del premier è solo questa ed è una domanda per ora priva di risposta. Di certo quello dei 5 Stelle non è un «ritorno a Canossa». Conte, di fatto, ha prefigurato una situazione da appoggio esterno. Se queste saranno le posizioni finali, senza spostamenti ulteriori di qui a mercoledì prossimo, la crisi sarà probabilmente inevitabile.

 

Anche perché ieri pomeriggio Forza Italia, il cui leader punta decisamente alle elezioni, aveva cercato di chiudere i giochi incaricando Antonio Tajani, cioè uno dei dirigenti azzurri più dubbiosi sulla linea dura del Cavaliere, di confermare e rincarare proprio quella linea: «Abbiamo le idee molto chiare. Non possiamo continuare a governare con i 5 Stelle irresponsabili. La nostra presenza è alternativa alla loro». Matteo Salvini però era apparso molto più prudente. Ha convocato per lunedì sera i gruppi parlamentari, assicurando che «la Lega conferma la propria responsabilità nonostante le continue provocazioni e i ritardi imputabili ai 5S e al Pd». Senza citare neppure di sfuggita l’incompatibilità con il Movimento. Poi però, in serata, i due leader della «destra di governo» si sono sentiti al telefono confermando poi la «piena sintonia».

 

Il Pd, ma anche il Colle, erano però convinti che, di fronte a una ricomposizione tra Conte e Draghi, l’asse Lega-Fi avrebbe avuto pochi margini e non avrebbe potuto opporsi più che tanto alla ripartenza del governo. Proprio il Pd, del resto, è comprensibilmente il partito che più si adopera per ricucire lo strappo. Appelli di Enrico Letta: «Il Movimento 5 Stelle sia mercoledì della partita per rilanciare l’azione di governo. Il Paese vuole che il governo Draghi prosegua». Rassicurazioni del ministro Andrea Orlando: «Nessuna ipotesi senza M5S è percorribile», formula adoperata per chiarire che il Pd non sta lavorando allo scenario B, quello che prevederebbe una nuova scissione nel Movimento e una restrizione del perimetro della maggioranza senza più quello che Luigi Di Maio definisce ormai «il partito di Conte». Va da sé che se poi Mario Draghi accettasse invece quello schema il Nazareno non avrebbe nulla in contrario, ma si tratta di un ipotesi remota e fantasiosa. Lo stesso Matteo Renzi è sostanzialmente pronto ad accettare senza batter ciglio il rientro dei 5S: «L’importante è solo che il governo prosegua, con quale formula non importa».
L’intervento di Conte ha però gelato i cauti ottimismi che si erano diffusi. Certo, le pressioni sia nazionali che internazionali fortissime, che nei prossimi giorni si moltiplicheranno, non hanno lasciato e non possono lasciare il premier dimissionario insensibile. Ieri si sono aggiunti l’appello di molti sindaci a rimanere, quello di biologi, chimici, medici, infermieri, veterinari, e ancora l’Anpi che ha approvato un ordine del giorno per esprimere preoccupazione.

 

Ufficialmente la posizione di Draghi non si è spostata di un millimetro, ma ieri appariva invece possibile una retromarcia in presenza però di alcuni elementi decisivi. La conferma da parte di tutti i partiti di maggioranza di voler andare avanti senza più far prevalere le esigenze della campagna elettorale, senza muoversi come una sorta di «opposizione interna» pur senza rinunciare a difendere le proprie posizioni e i propri obiettivi. Per Draghi è poi determinante che tutti i partiti abbandonino quell’atteggiamento del tipo «oggi ci siamo, domani chissà» che lo ha particolarmente esasperato negli ultimi mesi. Nel concreto i partiti avrebbero dovuto trovare tra lunedì e martedì una via istituzionale per garantire, pur nel pieno rispetto delle loro strategie, la decisione di non mettere comunque in discussione la fiducia e l’internità al governo, probabilmente con una risoluzione da votare in Parlamento al termine del dibattito sulle comunicazioni del premier.

 

Conte ha scelto invece di rilanciare, ponendo condizioni che gli permettano di giustificare la permanenza nel governo agli occhi dell’elettorato più duro e mettendo in campo, ove non le ottenesse, la minaccia esplicita dell’appoggio esterno. Da molti punti di vista è l’opposto di quel che aspettava Draghi come condizione per rimettere in forse le sue dimissioni che, a questo punto, appaiono quasi inevitabili. Ma in politica tre giorni sono lunghissimi e tutto può ancora cambiare.