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UN ANNO DOPO LA PRESA DEI TALEBANI,L'AFGHANISTAN CONTINUA LA SUA DISCESA VERSO L'INFERNO

POLITICA ESTERA

 

15/08/2022

da Valigia Blu

di Barbara Schiavulli

 

“Un anno fa andavo a scuola e facevo corsi di disegno, perché volevo diventare un’artista e insegnare arte”. Oggi Zuhal Ayoobi, 17 anni è seduta a casa e disegna donne col burqa e gli occhi insanguinati. Disegna uomini barbuti che hanno il sopravvento su una ragazza, un altro che la schiaccia a terra tenendole una mano con un piede per non farle prendere un libro. C’è qualcosa di feroce nelle immagini raffigurate. C’è dolore, c’è silenzio. Nei suoi disegni che scivolano un foglio dopo l’altro, mentre seduta a terra parla di quello che non può più fare, c’è il grido di aiuto e la rassegnazione di tutte le donne afgane intrappolate con la presa di Kabul il 15 agosto scorso e la repentina ritirata dell’esercito americano e dei contingenti Nato in un paese che per 20 ha visto guerra e promesse.

 

La guerra di chi non ha capito come conquistare gli afgani prima di sconfiggere i talebani e le promesse fatte da tutti quelli che sciorinavano democrazia come se gli afgani fossero un esperimento politico. Non ha funzionato niente. 20 anni e un anno dopo il paese degli aquiloni è una catastrofe umanitaria, politica ed economica.

 

I talebani sono arrivati a Kabul il 15 agosto senza sparare un colpo, dopo aver rosicchiato il paese pezzo per pezzo fino alle porte di Kabul quando il presidente della Repubblica Islamica, Ashraf Ghani è salito su un elicottero e ha lasciato la capitale. E così l’Emirato islamico è tornato ai fasti degli anni ’90, quando i talebani avevano preso il potere imponendo la loro visione radicale del mondo agli afgani, stremati dalla guerra civile. Dovevano essere i talebani 2.0 questa volta. Non lo sono stati, ma sono stati bravi a farlo a credere. O forse l’Occidente aveva bisogno di pensare di non aver lasciato il paese in balia degli orchi. Invece sono tornati. Sulle poltrone del potere si sono seduti i leader, non sempre tutti d’accordo, del movimento, sostenuti da alcune nazioni come il Pakistan e il Qatar, ma anche Cina, Iran e Russia che hanno mantenuto i loro presidi diplomatici, e forti di quelle taglie sulla testa da milioni di dollari che li ha visti passare da una vita alla macchia a lanciare tweet come se fossero razzi. Nelle strade sono rimasti i militanti, di fatto giovani ragazzi soldato, allevati nelle madāris (scuole coraniche), che sanno solo quello che gli è stato inculcato, in particolare che il ruolo della donne perfetta è stare a casa e fare figli.

 

Negli 11 giorni successivi il 15 agosto 200 mila persone in una caotica evacuazione, vengono portate via dal paese. Società civili, operatori umanitari, artisti, chiunque si pensasse potesse essere in pericolo. Chi non ricorda le immagini sconvolgenti dell’aeroporto di Kabul, la paura, il trauma di lasciare le persone care e il ruolo che si erano costruite in una società che per quanto imperfetta, era la loro? Giudici, registe, musiciste, si ritrovano a essere nessuno per quei paesi che le hanno accolte. Ma sempre meglio che restare qui. Il 26 agosto un attentato all’aeroporto ferma le evacuazioni. Un centinaio di morti, tra cui 13 marines americani.

 

Da quel momento in poi le donne scopriranno che niente che i talebani avevano promesso sarebbe stato mantenuto, editto dopo editto, ogni giorno il loro mondo, che già non era molto grande, si riduce fino alla cucina e alla camera da letto di case sempre più tristi e povere. Prima viene ordinato loro di non andare a scuola dopo gli 11 anni. Poi di non lavorare negli impieghi pubblici, poi di doversi vestire in un certo modo. Viene bandita la musica e le donne non solo spariscono alla vista, coperte da burqa e niqab, ma anche da ogni aspetto della vita sociale. Perfino le immagini delle acconciature sulle porte delle parrucchiere vengono cancellate con vernice nera. Spariscono e le loro voci si spengono. Le ONG, tranne alcune, se ne vanno, bruciano tutto per impedire che i talebani facciano delle liste. Ma i talebani si muovono goffamente e impunemente, chiudono i centri antiviolenza, e spalancano le prigioni. Dicono che avrebbero risparmiato i traditori del governo precedente e i soldati, ma di fatto, Amnesty International, dirà che non è così. Non è solo caccia al nemico, ma è “un colpire uno, per fermarli tutti”. E questo accade. L’Afghanistan è controllato dalla fame e dalla paura.

 

La crisi economica è il livello successivo che attende al varco gli afgani con i suoi 34 milioni di residenti, il 97 per cento al di sotto della soglia di povertà, con più di 3 milioni di sfollati interni. Una catastrofe epocale, ci ha detto la direttrice del World Food Programme che distribuisce cibo a 20 milioni di persone. Un anno fa i confini chiudono. Le banche chiudono. Le donne, molte delle quali vedove, non possono più lavorare e mantenere le famiglie. Gli uomini che lavoravano per gli stranieri perdono il lavoro, tutti gli altri non ricevono lo stipendio perché le banche non funziono. Gli americani e le Nazioni Unite rafforzano le sanzioni sui talebani, ma di fatto colpiscono la popolazione civile. 6 milioni di bambini malnutriti, donne incinte che non hanno abbastanza da mangiare, ospedali pieni, e il covid e tutte quelle malattie come la polio che tornano più forti. Nei campi profughi ci sono bambini che succhiano sassolini per farsi passare la fame, bambini che sono ceduti o bambine date in sposa per qualche migliaio di euro. E nonostante ufficialmente sia stata messa al bando la coltivazione di narcotici, il traffico prolifera. Poi ci sono quei 7 miliardi di dollari di rimesse afgane nelle banche straniere che gli americani minacciano di dare alle vittime dell’11 settembre. Ma sono soldi afgani, soldi che servono per gestire uno Stato. Il minimo, secondo la banca afgana, per garantire lo svolgimento dei servizi. I soldi restano bloccati e la struttura pubblica afgana precipita. Le Nazioni Unite e organizzazioni più piccole, anche italiane come Nove Onlus o Emergency, non smettono mai. Ma come ci dice nel suo ufficio il direttore di Save the Children, “tutti noi possiamo fare tanto, ma non possiamo sostituirci allo Stato”.

 

Intanto talebani, americani, europei, orientali chiacchierano, fanno incontri, conferenze, tavole rotonde, e a parte qualche accordo economico e finanziamenti di aiuti alla popolazione devastata, non si fa nessun progresso. I talebani sono irremovibili, le donne continuano a non andare a scuola: non vogliono un governo inclusivo che tuteli anche le minoranze, come quella degli hazara, etnia sciita, che resta nel mirino della militanza. Dell’Isis e di Al Qaeda secondo gli accordi di Doha, quattro paginette striminzite, siglati nel 2020, avrebbero dovuto occuparsene i talebani, ma di fatto in questi giorni a Kabul c’è stato un attentato al giorno, dimostrando che la sicurezza non è garantita. Durante le festività sciiti dell’ashura, la settimana scorsa, ci sono stati 140 morti. Solo qualche ora fa altri 4 nel quartiere hazara. E poi il fattaccio del razzo americano lanciato contro il leader di Al Qaeda affacciato in pieno centro a Kabul. Qui non se ne parla, perché che i talebani lo ospitassero o che non sapessero della sua presenza è comunque imbarazzante per chi chiede un riconoscimento dal resto del mondo.

 

“I talebani non sono tutti compatti, ma lo si presentano davanti altri”, ci spiega Salim Paighir che era a capo di un partito che ora non c’è più e che si ostina a vestirsi in abiti occidentali, nonostante anche agli uomini sia stato richiesto di indossare gli abiti tradizionali. Nel Panshir, terra tagica dell’Alleanrza del Nord, gli alleati dell’Occidente nella guerra contro i russi, c’è ancora un barlume di resistenza, ma i raid talebani sono piuttosto efficaci a tenere il confronto limitato.

 

Un anno dopo l’Afghanistan continua la sua discesa verso l’inferno e perfino gli afgani sono sorpresi di quanto possa essere lunga la strada, quanto in basso si può arrivare. Lo sanno bene i giornalisti che una volta, nonostante il pericolo potevano vantare un’informazione matura, e che ora sono in balia dei diktat dei talebani. 200 tra testate e gruppi editoriali hanno chiuso, le giornaliste sono state mandate a casa, salvo qualche rara eccezione. Tutti gli altri arrancano tra le minacce e le botte, e il tentativo di poter ancora raccontare questo paese. Come le donne che, ogni volta che sollevano la testa, sono colpite dal calcio di un kalashnikov. Come è successo l’altro giorno, quando una quarantina di loro sono scese in strada per chiedere “cibo, istruzione e libertà”. La risposta sono stati spari in aria, qualche bastonata e tutte sono tornate a casa convinte di essere sole e senza speranza. E la cosa peggiore, è che forse, guardandolo da qui dentro, sotto questo sole accecante afgano, sembra vero.