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LA FOLLA DEI PARTITI SENZA POLITICA

POLITICA NAZIONALE  |   POLITICA ITALIANA

 

16/08/2022

da Contropiano

di Dante Barontini

 

Le elezioni sollecitano gli istinti peggiori. Specie nei “partiti” che devono far dimenticare di essere tutti al governo in questo momento, come servi necessari dell’”agenda Draghi” (un adattamento puro e semplice delle disposizioni europee in tema di “riforme” devastanti). Una incredibile folla di complici costretti a farsi passare per “antagonisti”.

 

Anche la presunta opposizione (i postfascisti guidati da Giorgia Meloni) ha garantito il proprio appoggio senza limiti alla linea guerrafondaia sull’invio di armi all’Ucraina. Mentre non serve neanche menzionare le sottili distinzioni con cui i Fratoianni boys cercano di sembrare diversi dal Pd.

 

Sui problemi essenziali dunque – guerra, politiche economiche e vincoli di bilancio, sottomissione ai diktat europei, smantellamento definitivo di ciò che resta del welfare (pensioni, sanità, scuola, ecc) – sono tutti d’accordo. Anche perché, pure se non lo fossero, sarebbe uguale.

 

Qualsiasi maggioranza di governo si troverebbe davanti gli stessi interlocutori e gli stessi diktat sovranazionali, con “sanzioni” pronte a scattare nel caso di scostamenti dal cammino indicato (vale per la Nato come per l’Unione Europea). La stessa impossibilità, al dunque, di realizzare anche la più innocua promessa elettorale che sia fuori dal percorso tracciato a Bruxelles…

 

Qui suona veritiera una delle poche frase dotate di senso uscite dalla bocca di Carlo Calenda: “Il prossimo governo non dura più di 6 mesi, serve una coalizione di responsabili”. Naturalmente per continuare il lavoro di Draghi…

 

Che questo sia l’orizzonte realistico è quasi certo, a bocce ferme. L’unica variabile che può metterlo in discussione è il conflitto sociale che tutti si attendono come inevitabile sull’onda di un’inflazione che si mangia gli stipendi più bassi d’Europa (gli unici ad essere diminuiti nell’arco degli ultimi 30 anni) e di provvedimenti insultanti (come il “bonus una tantum di 200 euro”).

 

 

Come sempre, la cordata elettorale più “sdraiata” sul programma lacrime e sangue è quella del Pd, che addirittura presenta come “punta di lancia” Carlo Cottarelli, l’ex “mani di forbica” incaricato di sfrondare la spesa pubblica di tutto ciò che può alleviare le sofferenze sociali.

 

E lui ringrazia chiarendo che l’obiettivo è portare l’età pensionabile a 71 anni, senza neanche ricordare di aver ammesso – nel 20154 – di esserci andato a soli 59 anni, percependo ben 140 mila euro l’anno.

 

Questo non impedisce ai “creativi” del Pd di sbizzarrirsi in manifesti elettorali pieni di promesse che – con Cottarelli alle spalle – appaiono per quel che sono: mangime per gli allocchi. E infatti Letta butta la palla in tribuna, cianciando i diritti a costo zero (quelli civili, che dovrebbero essere scontati in un paese avanzato, ma che qui risultano da sempre inesigibili nonostante gli innumerevoli governi di cui il Pd è stato perno essenziale).

 

Desolante come sempre il panorama a destra, con qualche punta inquietante usata – dai cosiddetti “democratici” – come spauracchio per resuscitare il cadavere putrefatto del “voto utile”. Il “presidenzialismo”, per esempio, è certamente un obiettivo che stravolgerebbe anche formalmente la Costituzione (poi manomessa) nata dalla Resistenza.

 

Ma sarebbe anche la certificazione del processo materiale compiuto in questa direzione sotto le due “presidenze prolungate” (Napolitano e Mattarella), che hanno progressivamente ampliato di fatto la sfera dei poteri in mano a quello che avrebbe dovuto essere solo un “garante della Costituzione”.

 

Dunque qual è la differenza vera tra i presunti schieramenti contrapposti?

 

Salvini e Meloni sbraitano contro i migranti, è vero. E fanno orrore per questo, per il “senso comune” razzista che promuovono a “linea di governo”.

 

Ma è difficile non ricordare che, con molta più “discrezione”, la stessa politica – fatta di accordi con gli scafisti libici, vestiti e armati anche dallo Stato italiano in qualità di “Guardia costiera” di Tripoli – è stata fatta a suo tempo da Marco Minniti e, da quasi tre anni, da Lamorgese.

 

L’unica sofferenza vera, per questa impresentabile “classe politica” di serie B, è arrivata dal dover presentare liste “ristrette” a causa della riforma costituzionale (oscena) voluta dai Cinque Stelle, che ha ridotto di un terzo il numero dei parlamentari. Coltellate e sgambetti notturni per spostare questo/a o quel/la “vip” in un “seggio sicuro”, con buona pace della finzione dei “rappresentanti eletti dal popolo”.

 

Una riduzione della rappresentanza che complica anche la possibile presenza, in funzione di denuncia, di una soggettività “altra”, come quella assemblata in Unione Popolare. Ma che può incrociare il conflitto sociale dell’autunno in modo niente affatto strumentale. Anzi, facendosene promotore e megafono sul terreno politico.

 

Delle chiacchiere e delle promesse, in effetti, nessuno sa più che farsene.