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POLITICA ESTERA 

 

21/08/2022

DI Zenobia project

da Left

 

L’esercito israeliano ha fatto irruzione nelle sedi di sei ong palestinesi, sequestrando materiale e chiudendole. Erano state messe al bando nei mesi scorsi, senza che vi fossero prove di attività illecite

 

Una lastra di metallo saldata alla porta per sbarrare l’ingresso, il sequestro di documentazione e materiale di lavoro e un ordine militare che impone all’istituto di interrompere le attività: è quello che resta del raid del 18 agosto, compiuto nella mattina dalle Israel defense forces, l’esercito israeliano, negli uffici centrali di Al Haq, a Ramallah. Ad essere colpite sono state anche le sedi di Addameer, Bisan center for research & development, Defense for children international-Palestine, Union of palestinian women’s committees, Union of agricultural work committee, Union of health workers committee, anch’esse situate a Ramallah. Ognuna di queste organizzazioni non governative, con differenti specializzazioni, compie un importantissimo lavoro di mappatura e di studio che consente il monitoraggio costante delle violazioni dei diritti umani perpetrate dall’occupazione israeliana.



Shawan Jabarin, il direttore dell’ong Al Haq. Foto di Zenobia project

 


Le azioni militari sono avvenute nella città di Ramallah, area A dei Territori palestinesi occupati: il controllo amministrativo e di sicurezza spetta all’Autorità palestinese. Questo a sottolineare come l’esercito abbia agito fuori dalle aree a controllo militare o amministrativo israeliano. Sono, dunque, azioni svolte senza alcuna legittimità ed al di fuori dei confini in cui è prevista la giurisdizione israeliana.

 

Lo Stato di Israele, anche grazie al lavoro di raccolta di dati e testimonianze delle sei organizzazioni, è sotto processo presso la Corte penale internazionale dell’Aia, davanti alla quale deve rispondere per crimini di guerra contro la popolazione civile palestinese. Non è un caso che l’intensificarsi dei tentativi di criminalizzazione mediatica da parte delle autorità israeliane sia avvenuto, nell’ultimo anno, in coincidenza con l’invio alla Corte penale internazionale di report sulle condizioni di vita sotto l’occupazione israeliana. Questi report, inoltre, hanno rappresentato il fondamento per la denuncia, ripresa da diverse associazioni internazionali impegnate nei diritti umani come Amnesty international (che ha diffuso una nota congiunta sul raid contro le ong, ndr) o Human rights watch, dello stato di apartheid cui è sottoposta la popolazione palestinese.

 

Gli attacchi del 18 agosto, come i bombardamenti con vittime civili (bambini in particolare) su Gaza all’inizio del mese, dimostrano che le autorità israeliane agiscono, quotidianamente, consapevoli della propria impunità. Poche ore prima dei raid, peraltro, le forze armate israeliane avevano ucciso a colpi d’arma da fuoco un ventenne palestinese durante un’operazione militare nella città di Nablus.

 

Le organizzazioni sotto attacco rappresentano una fonte di crescita e di sviluppo per le realtà rurali palestinesi, per l’impresa locale, svolgono attività di supporto legale, si battono per la difesa della terra e delle proprietà dalle espropriazioni, monitorano l’espandersi dei settlements nei territori occupati. Organizzazioni come Al Haq sono lo strumento e il corpo della resistenza della società civile palestinese e per questo oggi sono finite nel mirino.

 

L’azione fa seguito alle dichiarazioni dello scorso ottobre, con cui le autorità israeliane avevano designato Al Haq e le altre cinque organizzazioni della società civile palestinese oggetto dei blitz come organizzazioni terroristiche. Questa accusa, benché non sostenuta da impianti probatori concreti, aveva provocato la temporanea sospensione dei finanziamenti cui le ong avevano accesso grazie alle partnership con istituzioni europee e internazionali.

 

Nelle ultime settimane, tuttavia, sia le Nazioni unite che diversi Paesi europei hanno riconosciuto l’infondatezza delle accuse mosse dalle autorità israeliane nei confronti delle sei ong in questione. Nel frattempo, il tentativo di isolamento e depotenziamento del lavoro prezioso che svolgono sul territorio palestinese è stato motivo di espansione della solidarietà internazionale diffusa nei confronti di queste ong. Tra le altre istituzioni, lo scorso 30 giugno anche la Commissione europea ha ritirato la sospensione dei fondi nei confronti delle sei organizzazioni.

 

A fronte dell’inconsistenza del processo per via legale ed al fallimento del tentativo di delegittimazione delle ong agli occhi della comunità internazionale, le autorità israeliane hanno proceduto all’ennesima dimostrazione di forza platealmente illegittima, praticando la scelta dell’azione militare.

 

Durante una conferenza stampa, i rappresentanti di Al Haq hanno fatto appello alla comunità internazionale per chiedere un impegno concreto nel richiamare Israele a revocare immediatamente la designazione delle sei ong come organizzazioni terroristiche (in aperta violazione della libertà di opinione ed espressione, e della libertà di associazione) e a stralciare le ordinanze militari con cui ha provveduto alla chiusura delle loro sedi. Forte anche l’appello nei confronti della Corte penale internazionale e degli Stati che finanziano i progetti delle ong al fine di continuare a sostenere le associazioni ed il loro lavoro. All’appello hanno aggiunto la richiesta di misure concrete, come un embargo sugli armamenti e restrizioni sul commercio, per interrompere quei flussi internazionali che alimentano e sostengono il sistema di apartheid perpetrato dalle autorità israeliane.

 

* In foto, alcuni attivisti appendono un poster all’ingresso della sede dell’organizzazione per i diritti umani Al Haq, a Ramallah, dopo che è stata perquisita e chiusa dalle forze militari israeliane, 18 agosto 2022