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I SIGNORI DELLA GUERRA ED I PARTIGIANI DELLA PACE

POLITICA NAZIONALE |  POLITICA ITALIANA

 

17/09/2022

da Contropiano

di Giacomo Marchetti

 

La crisi del modo di produzione capitalista ha moltiplicato le linee di faglia nell’arco di instabilità che attraversa ormai tutto il globo.

 

In questo scenario si affrontano già oggi blocchi geopolitici in una competizione mondiale che assume sempre più la forma della guerra.

 

Tutto questo avviene senza che ci sia una cornice efficace per raffreddare almeno in parte sia i conflitti emergenti che gli storici nodi insoluti della politica internazionale.

 

Per semplificare all’osso: un consolidato blocco euro-atlantico ne affronta uno euro-asiatico in formazione a tappe accelerate.

 

Inefficace l’ONU e tutte le istanze multilaterali per risolvere i conflitti, rimane il cerchio magico dei Paesi Euro-Atlantici e soci che si contrappongono, costi quel che costi, all’affermazione del mondo multicentrico.

 

Tutte le formazioni politiche del nostre Paese che si presentano alle elezioni politiche, tranne l’Unione Popolare, hanno adottato l’acritica fedeltà euro-atlantica con un’indegna postura servile che soffia sul fuoco dell’escalation bellica invece che cercare di domare l’incendio.

 

Dal Movimento 5 Stelle alla Meloni sono “tutti pazzi per la Nato”.

 

Quando ci riferiamo alle linee di faglia, non parliamo solo dell’Ucraina, o delle tensioni del Pacifico attorno a Taiwan, verso cui i media mainstream indirizzano lo sguardo dei più.

 

Il giornalismo nostrano ha indossato l’elmetto e ricorda il bollettino di guerra di un paese belligerante, quale in effetti siamo diventati.

 

Sono varie le ferite non cicatrizzate.

 

Citiamo quattro fronti “caldi”: l’assetto dei Balcani dopo l’intervento della NATO a fine Anni Novanta, sempre fonte di continue tensioni; la situazione israeliano-palestinese, con il fallimento di fatto degli Accordi di Oslo e la firma degli Accordi di Abramo; la situazione del Sahara Occidentale ed il conflitto armeno-azero…

 

A questi si dovrebbero aggiungere i contesti più noti o misconosciuti in cui, per garantire il suo dominio, l’Occidente ha prodotto, anche fisicamente, una mole di macerie ancora fumanti che cozzano non poco con la narrazione edulcorata della “superiore” nostra civiltà, scatenando tra l’altro processi che sono andati ben al di là della propria capacità di governance, con un effetto boomerang evidente.

 

Pensiamo alla traiettoria del jihadismo, che rappresenta forse il caso più eclatante dell’eterogenesi dei fini per gli apprendisti stregoni occidentali, o i flussi migratori prodotti da un combinato disposto sempre più micidiale (cambiamento climatico, dittature e guerre locali, interventi militari neocoloniali, ecc).

 

Per esprimere la montante instabilità mondiale, la più prestigiosa rivista di geo-politica italiana – Limes – ha coniato tempo fa un efficace neologismo: “Caoslandia”. Aggiungiamo noi che, all’opposto, l’auspicata “Ordolandia” è un orizzonte irrealizzabile nel mondo in cui stiamo vivendo, specie se al timone del nostro disgraziato Paese continua a governare la classe politica più indegna della Storia repubblicana, del tutto prona agli interessi di Washington.

 

Il Papa l’aveva chiamata “guerra mondiale a pezzetti”, ben prima che l’escalation bellica in Ucraina di questo febbraio ci ricordasse la ferita non curata di una guerra civile che perdurava dal 2014.

 

Ma l’instabilità mondiale è frutto del mutare dei rapporti di forza rispetto ai cambiamenti della base materiale, riguardo allo sviluppo delle forze produttive.

 

Esattamente 14 anni fa il crack della Lehman Brothers – era il 15 settembre del 2008 – metteva in evidenza le criticità di un modello di sviluppo emerso con la fine del mondo bipolare, con la globalizzazione a guida statunitense che aveva affermato la propria egemonia con quella che sembrava una accoppiata vincente: finanza creativa ed apparato militare-industriale.

 

La “bolla finanziaria” scoppiò allora trascinando con sé le narrazioni fino ad allora egemoni, ma che non vennero sostituite.

 

La crisi dei mutui subprime mostrava la fragilità del modello di capitalismo statunitense e dei suoi emuli, tra cui l’Unione Europea, nella variante ordoliberista.

 

Quella potenza economica – gli USA – che dopo la Seconda Guerra Mondiale impiegava quasi un terzo della sua forza lavoro nell’industria, ed il cui settore manifatturiero era circa un terzo di quello mondiale, era ormai divenuta praticamente un economia castrense, sostenuta dai castelli di carta della finanza, e più tardi anche dall’esportazione di idrocarburi (gas e petrolio).

L’economia reale si era intanto spostata in Asia, in particolare in Cina che, “usando” per così dire il Modo di Produzione Capitalista, si era sviluppata a ritmi vertiginosi, risalendo progressivamente la catena del valore mondiale fino a far svanire progressivamente quello “sviluppo diseguale” cui sembrava condannata dalla gerarchia imperialista a guida statunitense. Da tempo Pechino, da potenza economica, si è trasformata in potenza politica.

 

La Russia – che aveva a lungo bussato alle porte dell’Occidente (ricordate il G8, nel 2001?), vedendosele sbattere continuamente in faccia, e registrando la continua disattesa delle promesse fattele in epoca tardo-sovietica rispetto ad un congelamento dell’espansione della NATO – diventava un attore sempre più assertivo del consorzio internazionale, a cominciare dal suo estero vicino, per proiettare la propria sfera di influenza molto più in là.

 

Per fare ciò si appoggiava, e tuttora si appoggia, sull’eredità del sistema militar-industriale sovietico e sulle sue risorse energetiche, forte di un collante ideologico patriottico post-sovietico che pervade capillarmente la società russa.

 

Insieme a Cina e Russia, altri soggetti di peso emergevano, pronti a sganciarsi o quanto meno a rendersi più autonomi dalle catene del valore occidentali e dalla gerarchia euro-atlantica; a giocarsi insomma un ruolo non più subordinato, per la maggior parte dei casi, come competitor dell’Occidente più che come veri e propri antagonisti, ma con cui gioco forza si trovavano ai ferri corti in un sistema sempre più polarizzato.

 

La precipitosa fuga dell’Occidente dall’Afghanistan, un anno fa, ha fatto “suonare a morto” le campane della presunta superiorità occidentale anche nei conflitti asimmetrici, trasformando così uno dei perni della strategica statunitense in un buco nero per sé e per i propri alleati.

 

La fuga da Kabul ha di fatto certificato militarmente ciò che era emerso economicamente 13 anni prima.

 

La NATO, che sembrava “cerebralmente morta”, come l’aveva definita Macron, è ridivenuta la camera di compensazione dei conflitti interni all’area euro-atlantica a guida statunitense.

 

Tenta di catalizzare in una sorta di nuova Santa Alleanza una serie di soggetti che vanno oltre i perimetri per cui è stata concepita, e riallinea ai suoi desiderata le politiche dei Paesi che la compongono e di quelli che a lei guardano.

 

L’Alleanza Atlantica si conferma quindi il vettore principale della guerra a quel mondo multipolare che sta sorgendo, la principale minaccia alla Pace sul nostro pianeta.

 

L’estremo baluardo di un mondo declinante.

 

L’Unione Popolare l’ha ben capito rimettendo in agenda come prioritaria l’uscita da questa Alleanza per la costruzione di un futuro di Pace, verso un mondo veramente multipolare, dove la cooperazione tra popoli diventi la dinamica delle relazioni internazionali.

 

L’assemblea “Fermare la guerra, uscire dalla NATO” e la manifestazione “Fermiamo la Guerra e l’agenda Draghi. Giù le armi, su i salari”, che si terranno domenica 18 settembre a Bologna, rispettivamente alle 10 in Costarena (via Azzo Gardino 48) e alle 14.30, partendo da Piazza dei Martiri, organizzati dall’Unione Popolare, si muovono su questo tracciato che è l’unico possibile, se non vogliamo che la pace sul pianeta equivalga alla quiete dei sepolcri.

 

Contro i signori della guerra, non si può che essere partigiani della pace.

 

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