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I RICCHISSIMI AUMENTANO E DA NOI SI PARLA DI FLAT TAX

ECONOMIA E FINANZA

 

23/09/2022

da sbilanciamoci

Rachele Gonnelli

 

I ricchissimi aumentano e da noi si parla di flat tax

 

I super ricchi, lo 0,1%, aumentano del 9% e concentrano il 45,6 per cento della ricchezza planetaria, dice il 13° rapporto di Credit Suisse. Aumenteranno ancora, nelle previsioni, così come le diseguaglianze. Visco: purtroppo da noi si parla di flat tax.

 

 

 

Un tempo si chiamavano “razza padrona”, ora si potrebbero definire i ricconi o i ricchissimi. Insomma il famoso 1% al top della scala sociale. Il tredicesimo rapporto di Credit Suisse sulla ricchezza mondiale (scaricabile qui anche il pdf), fa sapere che i super ricchi per il secondo anno di fila e alla vigilia di quella ci si annuncia come una recessione mondiale hanno aumentato ancora le loro disponibilità. L’anno scorso la loro quota di ricchezza mondiale è arrivata al 45,6 per cento del totale, mentre nel 2019, ultimo anno confrontabile, era ancora soltanto – si fa per modo di dire – il 43,9 del gruzzolo globale, valutato 463.600 miliardi di dollari. I paperoni o “ultra high net worth” sono aumentati, si sono aggiunti al club altri 5,2 milioni membri, un aumento del 9% e ora il circolo può contare su 62,5 milioni di adepti. Si tratta di individui che detengono ciascuno un patrimonio di almeno 50 milioni di dollari e sono concentrati soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, meno gettonata ultimamente la Svizzera. 

 

Le ricchezze aumentano e tendono a concentrarsi mentre la forbice delle diseguaglianze va ampliandosi. Così andrà anche nei prossimi anni secondo le stime della banca elvetica. “Sebbene sia probabile un’inversione di tendenza, dato che diversi paesi dovranno affrontare un rallentamento della crescita o addirittura una recessione – afferma Nanette Hechler-Fayd’herbe di Credit Suisse – la nostra previsione quinquennale è che i patrimoni continueranno a crescere”. 

 

In Italia l’1% più ricco della popolazione adulta è composto da mezzo milione di persone. Questi paperoni italiani detengono un quarto della ricchezza totale del paese mentre una trentina di anni fa ne avevano solo il 17%. Lo 0,1% più ricco, cioè la crème de la crème, è un gruppetto di 50 mila persone, con un patrimonio medio di 21 milioni di euro. Il circolo ancora più ristretto, lo 0,01% più ricco, solo 5 mila persone, ha il 7% della ricchezza nazionale e un patrimonio medio di 128 milioni di euro. Tutto ciò mentre Il 50% più povero ha ora il 3% della ricchezza e ne possedeva l’11% nel 1995. Queste ultimi dati sono stati elaborati sugli studi di Credit Suisse e della Banca d’Italia, da Sbilanciamoci!, un think tank a cui fa riferimento una rete di ong, incluso Arci, Legambiente, Wwf, Emergency, tanto per citarne alcune. Sbilanciamoci calcola che i duemila italiani più ricchi hanno una ricchezza superiore a quella dei 25 milioni di italiani più poveri. Uno solo di questi ricchi ha il patrimonio di 15 mila poveri. Partendo da questi dati e dalle ricerche comparative sulle diseguaglianze condotte da due degli economisti Mario Pianta e Giulio Marcon, il gruppo di lavoro ha elaborato una proposta: si chiama Tax the Rich!, come la scritta apparsa sul vestito della dem Alexandria Ocasio-Cortez ad un galà di ricconi newyorkesi. 

 

Tax the Rich! in versione italiana è una proposta di riforma fiscale articolata in cinque punti che a regime dovrebbe garantire un extra gettito di 40 miliardi che si vorrebbero incanalare nel miglioramento del welfare, della sanità pubblica, degli asili, delle scuole e soprattutto negli interventi di adattamento climatico e transizione energetica. Da quando la campagna è stata lanciata, durante la contro-Cernobbio che si è svolta in contemporanea al forum Ambrosetti sul lago di Como, il testo con l’invito ad un confronto è stato inviato a tutti i partiti, che però hanno preferito girarsi dall’altra parte e continuare a parlare d’altro. “Siamo stati chiamati ad illustrarla soltanto da Sinistra Italiana, che ha già nel suo programma l’introduzione di una patrimoniale”, dice Marcon. 

 

In realtà la tassa sulla ricchezza proposta dalla società civile non cita Proudhon e neanche Thomas Pikketty, anche se da quest’ultimo trae ispirazione, quanto piuttosto ricorda le riforme di Mariano Rumor e Emilio Colombo che a partire dagli anni Settanta cercarono strumenti di redistribuzione secondaria improntate alla progressività, come da dettato costituzionale. Secondo Alberto Rocchi, un altro del pool di Sbilanciamoci, si tratta di trovare uno strumento per valutare meglio le ricchezze nette, attraverso una vera e propria anagrafe patrimoniale che includa non soltanto i beni immobili e i redditi da top manager ma anche derivanti da attività finanziarie e speculative. Vincenzo Visco, che di sistema fiscale se ne intende, ha obiezioni soprattutto per due ordini di motivo. Il primo è che il problema a suo dire “va affrontato a monte”, dove la grande ricchezza e la grande sperequazione si generano. “Dipende da tanti fenomeni, dalla mancata concorrenza alla scarsa forza dei sindacati sul piano salariale, dal funzionamento della politica a quello del sistema finanziario”. Poi sottolinea un rischio di impopolarità delle misure di innalzamento delle tasse sulle mega successioni o sulla grandi ricchezze in un momento in cui il tormentone politico è casomai sulla flat tax e la riduzione del carico fiscale. “Purtroppo – spiega Visco – sembra si siano saldati l’interesse dei ricchi e quello delle persone che non sono neanche benestanti ma magari hanno una casetta di proprietà”. Eppure anche per l’ex ministro, un’anagrafe patrimoniale nel quale convergano anche fondi esteri e attività fiduciarie sarebbe “molto utile”. “Con la tecnologia attuale e le disclosure sui paradisi fiscali che si sono aperte, si è visto che i grandi patrimoni possono essere assolutamente tracciabili e anche se esistono società specializzate nel rendere anonimi e nascosti i grandi patrimoni, come si è visto nella caccia agli oligarchi russi, ci sono tendenze in atto in questo senso”. Insomma, rendere meno opaco il capitale potrebbe essere una tendenza del futuro. Ma in Italia non se ne parlerà prima del voto e forse neanche dopo.