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POLITICA ESTERA  

 

11/10/2022

Francesco Dall’Aglio

 

Visto che le guerre sono una questione di soldi, e l’onore della nazione, il prestigio dei comandanti e tutta questa specie di cose non hanno poi tutta l’importanza che in genere gli si attribuisce, in connessione con gli attacchi di stamattina parliamo, appunto, di soldi.

 

In primo luogo, è ora disponibile l’aggiornamento del costo più intollerabile, ovvero quello umano, quantificato da fonti ucraine in 14 morti e 97 feriti (il Guardian ne riporta “at least 11). Per quello che si temeva a vedere le immagini, una cifra fortunatamente bassa.

 

Questo dovrebbe chiarire che non si è trattato di “bombardamenti indiscriminati sui civili“, come da più parti si dice e scrive, ma di attacchi mirati alle infrastrutture: se la Russia volesse effettuare realmente attacchi indiscriminati sui civili e sulle aree residenziali, le vittime si conterebbero a centinaia, se non migliaia.

 

E dico questo non per assolvere i russi o per minimizzare la portata degli attacchi (che avranno fatto relativamente pochi morti ma stanno lasciando centinaia di migliaia di persone al buio e al freddo), ma per far riflettere sul fatto che non avrebbe senso spendere, come Forbes ha calcolato, tra i 400 e i 700 milioni di dollari in armamenti sofisticati per uccidere dei civili quando ci sono a disposizione mezzi più adatti allo scopo e soprattutto più economici (in dettaglio: un X-101 costa 13 milioni di dollari, un Kalibr 6,5 milioni, un Iskander 3 milioni, un Oniks 1,25 milioni, e un X-22 “solo” 1 milione).

 

La Russia mantiene, purtroppo, intatte le sue capacità di ulteriori e più sanguinose escalation.

 

Detto questo (e sperando sia chiaro perché è stato detto), passiamo alla dimensione economica dell’impatto sulla rete infrastrutturale ucraina.

 

Una stima accurata dei danni subiti non è ancora disponibile e certo non mi metterò a fare ipotesi. La corrente elettrica manca ancora in circa un quarto del Paese e per compensare le centrali andate distrutte o momentaneamente fuori uso e stabilizzare la rete energetica del paese, a partire da domani l’Ucraina smetterà di vendere all’estero la sua energia elettrica con una perdita stimata di 8-10 milioni di dollari al giorno.

 

La cosa avrà effetti sulla rete elettrica polacca, baltica e in misura minore – per via degli aspetti surreali di questo conflitto – bielorussa e russa (sì, Russia e Bielorussia acquistano ancora energia elettrica dall’Ucraina. Costa poco ed è affidabile). Ma questa non è l’unica conseguenza per “noi” occidentali.

 

La distruzione della centrale termoelettrica di Kryvyj Rih (Krivoj Rog) ha causato la cessazione delle attività della Kryvorizhstal, acciaieria che fa parte del gruppo ArcelorMittal (cerchiata in blu nella foto).

 

Il fiore all’occhiello della sua produzione è una lega di acciaio che viene impiegata, tra l’altro, nelle centrali nucleari francesi. Quattro di esse sono al momento chiuse per problemi di corrosione agli impianti, che gli acciai della Kryvorizhstal dovevano risolvere, e altre 12 rischiano lo stesso destino.

 

Infine, la distruzione della centrale termoelettrica segna, almeno per il momento, la fine dei progetti della Black Iron, una compagnia canadese che ha rilevato nel 2020 il 100% del bacino metallurgico di Shymanivske, che ho cerchiato in rosso nella foto.

 

La Black Iron è quotata in borsa: le cose, diciamo, non le stanno andando benissimo.

 

Parlare dei movimenti di truppe e degli spostamenti di fronte è importante, ed è alla fine la cosa che mi interessa maggiormente: ma è soprattutto la questione dei soldi, che bisogna capire nelle guerre.