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22/11/2022

da il Manifesto

Andrea Colombo

 

AUTUNNO CARO. Per gli «occupabili» nel 2023 solo 8 mensilità, dal 2024 nessuna. Niente stop all’Iva su pane e latte, ridotto lo sconto sulla benzina

 

«Sarà una manovra coraggiosa», anticipa Giorgetti prima di entrare nel vertice pomeridiano che dovrebbe sciogliere i nodi prima che il cdm, convocato per le 20.30, licenzi la legge di bilancio da 32 miliardi. E in effetti ce ne vuole di coraggio per fare cassa sulla pelle dei più deboli, pudicamente definiti «occupabili» anche se sarebbe più preciso chiamarli disoccupati o sottopagati. La premier, donna di carattere, quel coraggio ce l’avrebbe. La ministra del Lavoro Calderone no e quando il vertice, completato dai vicepremier Salvini e Tajani, apre i battenti il braccio di ferro va avanti già da ore.

 

A FARE UN PO’ PENDERE il piatto della bilancia a favore della ministra, che chiede di posticipare di un anno la mannaia per dare almeno una chance agli occupabili di trasformarsi in occupati, è l’idea di ritrovarsi con 600mila disoccupati privi di reddito in più nel cuore della crisi. Oltretutto con un Conte mai così descamisado che promette lotta dura anche in piazza contro «un governo reazionario». Il taglio dovrebbe partire dal primo gennaio 2024 ma non è detta l’ultima. «Deciderà il cdm», annuncia sibillino Giorgetti, stavolta lasciando il vertice. Senza taglio immediato del rdc non ci sono più le coperture per portare da 2 a 3 punti il taglio del cuneo fiscale: non per tutti però, solo per i redditi da lavoro al di sotto dei 20mila euro. In ogni caso l’intero taglio dovrebbe andare a esclusivo vantaggio dei lavoratori. Ma il piatto piange e di conseguenza il capitolo rdc resta ancora aperto. L’idea che si fa strada è quella di stabilire per legge che il rdc non si può percepire per più di 8 mesi consecutivi salvo deroghe per le donne incinte. Insomma per i poveri il 2023 sarà un anno con solo 8 mensilità poi, dal ’24, neanche più quelle. Non è chiaro se resta in ballo anche la possibilità di rendere obbligatoria l’accettazione del primo lavoro proposto.

 

IL PUNTICINO IN PIÙ di taglio del cuneo fiscale non basta a soddisfare Forza Italia, che mira alla detassazione completa per i nuovi assunti al di sotto dei 36 anni, e tanto meno Confindustria, con Bonomi che insiste su un taglio-shock: di 5 punti: «E se non lo si può fare subito, almeno lo si annunci non a parole ma nero su bianco per il 2023 o il ’24». Ma su questo capitolo, alla vigilia della decisione finale gli azzurri non si arrendono e alla fine la spuntano. Lo sgravio si applica anche ai percettori di rdc. Ma a Fi brucia anche il no alla cancellazione dell’Iva sui pane e latte e la riduzione al 5% dell’imposta su assorbenti e pannolini non compensa.

 

La Lega finge di essere contenta ma non lo è affatto né ha ragione di esserlo. «C’è tutto quello che chiedevamo», sostiene Salvini. Non che sia finto: c’è tutto ma in dimensioni tali da rasentare il niente. L’aumento del tetto della Flat Tax per gli autonomi, da 60 a 85mila euro, non è poca ma pochissima cosa e in più i soliti chiari di luna hanno affossato il sogno della Flat incrementale per i lavoratori dipendenti, che così restano a becco completamente asciutto e non è una novità.

 

NEPPURE QUOTA 103 per le pensioni, 62 anni e 41 di contributi, è tale da permettere di cantare vittoria. Sulle pensioni peraltro ci sono due partite ancora aperte quando i ministri convergono su Chigi per il passo finale. L’indicizzazione dovuta all’inflazione costa 50 miliardi in 3 anni e sostenere una mazzata simile non è facile. L’ipotesi è di tagliare l’adeguamento all’inflazione per quelle più alte e in sé sarebbe una mossa sacrosanta ma bisognerà vedere quali pensioni saranno considerate «alte». Dal momento che il conto si fa sul lordo c’è il rischio che anche parecchi assegni tutt’altro che stratosferici finiscano nel mucchio. In compenso, giura Tajani, ci sarà l’aumento delle pensioni minime e quella sì che sarebbe una decisione ma si parla di arrivare a 600 euro e non di più. Giustissimo sarebbe l’aumento della tassa per gli extraprofitti lucrati sulla crisi energetica: dovrebbe essere confermato, anche se dal vertice non è trapelato niente, e forse, ma solo forse, portato anche un po’ oltre il 33%. Certo non al 50% come d’uopo ma almeno al 35%.

 

C’È QUALCUN ALTRO che avrà motivo di lamentarsi? Certo, i consumatori. Lo sconto sulla benzina passerà da 30 cent a 18,5, con una perdita di circa 150 euro per i suddetti consumatori e in piena crisi energetica la trovata è brillante. Insomma, la manovra è povera, può dare solo indicazioni e in effetti ne dà una precisa: per i poveri la vita nell’Italia di destra sarà difficilissima.